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In memoria di Sharon

 

Un minuto di silenzio negato in morte non ripaga dell’ignominia e dell’orrore suscitati in vita da Ariel Sharon. Tuttavia il diniego del Parlamento Europeo di non tributare un minuto di silenzio al responsabile della strage che l’Assemblea dell’Onu il 16 dicembre del 1982 definì “atto di genocidio” non è da sottovalutare. Anche se i media non le hanno dato grande risonanza, la decisione del Parlamento Europeo contraddice il tentativo di correggere in morte la biografia di un uomo che il governo israeliano ed una parte della popolazione (si spera, non maggioritaria) vorrebbero accreditare come un eroe, difensore della sicurezza di Israele, ma che nulla potrà impedire che lo si ricordi come uno dei più efferati criminali di guerra. Neppure il fatto che la storia, come è noto, (figurarsi la cronaca!) è raccontata dai vincitori.
Il tentativo in atto è che, nella impossibilità di negare che su Sharon ricada la responsabilità dell’eccidio di Sabra e Chatila, essendogli stata riconosciuta dalla stessa commissione israeliana di inchiesta che lo indusse a dimettersi da ministro per la difesa (per lasciare però che fosse trasferito al dicastero dell’agricoltura), si cerca di accreditare la tesi che nell’ultima fase della sua vita politica si sia reso conto della difficoltà di risolvere la partita con i palestinesi sul piano militare e stesse intraprendendo un percorso diverso, per giungere alla pace. Si adducono, a sostegno di questa tesi, la decisione unilaterale di Israele di ritirare le proprie truppe ed i coloni da Gaza, nonché lo sgombero di quattro insediamenti in Cisgiordania. Si interpretano come gesti di <un guerriero che sa quanto costi la pace>. E si lascia intendere pure che la sopravvenuta malattia gli avrebbe impedito di portare a termine questo “nobile” disegno.
Ma c’è un limite a tutto. Può essere verosimile infatti che il disegno di Sharon fosse di arrivare ad un patto con i palestinesi. Ma dopo aver rotto in modo plateale un accordo nel 2002 e rioccupato militarmente intere zone “autonome” causando migliaia di morti, decine di migliaia di feriti, ed operando arresti indiscriminati; dopo aver inflitto nel 2002 al campo che sorgeva nei pressi della città di Jenin nel nord della Cisgiordania la stessa sorte che 20 anni prima era stata riservata a Sabra e Chatila, anche questa volta con un numero grande ancorché imprecisato di vittime; dopo aver impedito per anni con l’appoggio di Bush lo svolgimento di elezioni, per evitare il rafforzamento delle leaderships palestinesi e distruggerne la credibilità; dopo avere rinchiuso e assediato dal 2001 al 2004 Yasser Arafat nel suo quartier generale, lasciandovelo uscire solo per andare a morire a Parigi, quale poteva esser il disegno di Sharon se non quello che Tacito descrisse così: fecero un deserto e lo chiamarono pace?
Non si tratta di processare gli intendimenti di Sharon, ma di sapere leggere obiettivamente, senza pregiudizi e senza cedere inconsciamente o meno a infingimenti.
Ariel Sharon è stato un orrendo criminale di guerra che ha impersonato la più fanatica e parossistica versione del sionismo; le sue scelte, sia militari che politiche, hanno avuto per obiettivo di scacciare i palestinesi dallo loro terra o di distruggerli. Il ritiro da Gaza e la chiusura di 4 insediamenti sono frutto di un intelligente quanto cinico calcolo, alla stregua della provocatoria passeggiata compiuta nel 2000 sulla spianata delle Moschee Avevano l’obiettivo da un lato di liberarsi degli oneri dell’occupazione di Gaza, divenuti insostenibili per il crescente peso di Hamas e la presenza di coloni che a causa del loro delirante fanatismo si erano guadagnati la nomea di “pazzi scatenati”, e dall’altro di dare sul piano internazionale un “segno di buona volontà” secondo la mistificatoria messa in scena che dagli Accordi di Oslo in poi accompagna la pantomima dei colloqui di pace.
Cadere nella trappola di un revisionismo tendente a riabilitare sia pure parzialmente la figura di Sharon non giova né alla verità storica, né alla causa della pace in Medio Oriente. Riconoscere, come ha fatto Eric Salerno nella trasmissione di Radio3 Mondo di qualche giorno fa, che Sharon sia stato un criminale di guerra ma aggiungere che sono proprio costoro, i criminali di guerra, per la fiducia di cui godono presso i propri popoli, che possono riuscire a portarli al tavolo della pace è una tesi a dir poco stravagante quanto inaccettabile: la pace, quella vera, non passa per i crimini ma per il ristabilimento della giustizia. E indicare in 800, secondo la versione ufficiale, le vittime del genocidio di Sabra e Chatila, quando è notorio che ascendono ad almeno 3000 se non a 3500, non contribuisce alla pacificazione ma esacerba gli animi di chi di quell’eccidio – e siamo ancora tantissimi – ha viva la memoria.
Non sono gli infingimenti che porteranno a comporre il singolare conflitto israelo-palestinese, ma la sconfitta dell’ideologia sionista. Che forse è meno lontana di quanto si creda. Aumentano sempre più i le vocii di autorevoli intellettuali ebrei che denunciano come il sionismo sia una ferita gravissima portata all’ebraismo. Quando questa ferita cesserà di essere inferta la pace diverrà possibile. Almeno è sperabile.

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