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““Schiavi” di Stefano Mencherini ci mostra molte cose importanti”. Mai più ghetti, mai più schiavitù

 

di Cecile Kyenge*

Il documentario “Schiavi” di Stefano Mencherini ci mostra molte cose importanti: fatti e storie che generalmente non catturano la nostra attenzione a causa di quella “globalizzazione dell’indifferenza” denunciata da Papa Francesco. Proprio le parole del Papa migrante si odono nelle prime scene di questo lavoro, mentre fluttua l’immagine della Madonna che vive nelle acque di Lampedusa per vegliare sul quel mare triste che è il Mediterraneo.

“Schiavi” ci svela il pezzo di storia che manca. La testimonianza dell’uomo di spalle è unica, eppure è tragicamente simile a quelle di moltissimi altri uomini e donne costretti a fuggire da guerre, dittature e carestie, che finiscono nelle mani di spietati trafficanti, nei campi di prigionia libici, torturati e abusati, usati come merce, come scudi umani, come munizioni di un dittatore che intende minacciare l’Europa inviando navi di migranti. Attraverso quel racconto si comprende chi sono i rifugiati, da quale inferno sono passati, perché provano a forzare le frontiere europee in cerca d’asilo. Spiega anche per quale ragione i più fondamentali documenti di diritto internazionale, la nostra Costituzione e molte altre Carte redatte in paesi democratici garantiscono ai profughi il diritto di chiedere e trovare protezione internazionale in territori sicuri. E allora questa storia ci spinge a chiedere con più forza corridoi umanitari affinché l’Europa sia nel senso più pieno terra di benessere e patria di diritti.

“Schiavi” ci racconta poi cosa accade a molti migranti quando finalmente giungono nella terra promessa, quando arrivano in un porto che dovrebbe essere sicuro e che, nuovamente si rivela, per alcuni, inospitale e terribile. Certo non per tutti, i percorsi migratori sono vari e, per fortuna, buona parte ha un lieto fine o almeno accettabile. Ma questo non ci deve far distrarre dalle situazioni vergognose dove vengono cacciati gli invisibili, non ci deve far declinare le nostre responsabilità di cittadini e di uomini e donne delle istituzioni.

Il documentario mostra, infatti, alcune delle gravi carenze del sistema di accoglienza messo in piedi durante l’emergenza nord Africa del 2011. Strutture inadeguate e non protette anche per soggetti vulnerabili, mancanza di reali percorsi di integrazione, uno sperpero di risorse senza puntuali monitoraggi. Io credo che è arrivato il tempo di superare la logica dell’emergenza per entrare in quella del progetto. Non dobbiamo lasciarci cogliere impreparati e non dobbiamo abbassare la guardia.
Soprattutto non possiamo tollerare che nel terzo Millennio, in Italia ci siano ancora persone soggette a un gravissimo sfruttamento lavorativo, non si può tollerare di vedere uomini che si spaccano la schiena sui campi, per paghe misere e talvolta per nulla.

La criminalità organizzata, il lavoro nero, la violazione dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori tutti i principali mali si assommano in certi contesti e a farne le spese sono questi giovani venuti da lontano, ma sono anche i giovani italiani che vedono i loro diritti assottigliarsi.
La battaglia contro le nuove forme di schiavitù riguarda tutti. La ricattabilità degli stranieri si ripercuote sugli italiani, perché quando il mercato del lavoro è malato, tutti sono costretti a concorrere facendo sconti sui diritti acquisiti. Inoltre il caporalato e il grave sfruttamento nelle campagne non sono nati con i braccianti stranieri: è una piaga che l’Italia conosce da secoli.

Chissà se proprio sulle terre dove ritorna la pratica arcaica e vile del caporalato, potrà nascere una nuova stagione di lotte e conquiste, se è proprio dagli ultimi che potranno tornare a crescere i diritti di tutti e la dignità del lavoro.
Il principio da cui dobbiamo partire è: mai più ghetti, mai più schiavitù. Il mio ministero seguirà da vicino quello che accade in questi territori. Ma per raggiungere il risultato c’è bisogno di mettere insieme le forze: il governo, i sindacati, le associazioni, le forze dell’ordine, gli enti locali, il mondo produttivo. Ed anche scuole, parrocchie, la società civile tutta deve aprire gli occhi e guardare cosa succede a pochi passi dalle loro case ed intraprendere un cammino di consapevolezza e responsabilità.

* Ministro dell’Integrazione. Pubblicato su “l’Unità”

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