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L’ingratitudine del Caimano. Il caffè del 7 novembre

 

Comodamente attaccati alle loro poltrone, commentano: “La Corte ci obbliga a muovere il culo”. “Sono degli irresponsabili”. Altan sintetizza così lo stato d’animo dei partiti dopo che la Corte Costituzionale ha abolito la legge “porcata”, togliendoli il diritto di nomina dei parlamentari e il premio truffa che, con un solo voto in più, conseguito ammucchiando alleanze insincere, gli consentiva di accaparrarsi ben 148 deputati. “Letta al Colle: subito riforme”. Pare che il patto Quirinale – Palazzo Chigi preveda un “largo accordo” per garantire ad Alfano un anno abbondante al governo, promettere a Renzi una legge maggioritaria men incostituzionale della “porcata”, dare in pasto all’opinione pubblica l’abolizione del Senato e la riduzione dei costi della politica.

Ma l’ex alleato alleato delle fu larghe intese ora gliela fa pagare. Scrive Massimo Franco: “Bisogna prepararsi a un Silvio Berlusconi tutto «di lotta». Più grillino di Beppe Grillo, più leghista della Lega, e più antigovernativo di quanto sia mai stato finora. Definendo Forza Italia l’unica vera opposizione, l’ex presidente del Consiglio e fondatore del centrodestra si prepara a una perenne campagna elettorale. E cerca di trasformare la sua decadenza da senatore per via delle condanne giudiziarie in un’opportunità”. Già l’ex pacificatore, ora condannato e decaduto, vuol consumare le sue vendette (o tentare un nuovo ricatto) e per questo corteggia Beppe Grillo e apre perfino alla messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica. Scrive Augusto Minzolini sul Giornale: “Se il comico che si è fatto politico chiederà l’impeachment del sovrano, c’è da valutare attentamente le motivazioni. E se sarà convincente – come io credo – sarò pronto a dire sì: meglio questa vecchia Repubblica mezza ammaccata, che una strana monarchia”. Un Caimano che si mangia chi l’ha tenuto in vita!

Ma domani é un altro giorno. Si vota per le primarie del Pd. Anche a Palermo, la mia città, gente che per pudore non si entusiasma, perché ne ha viste di tutti i colori, anche a Palermo, con code infinite ai distributori per riempire la tanica di benzina prima della “rivolta dei forconi”, con gli operai dell’ l’Ansaldo Breda in piazza contro la chiusura, con quelli della Gesip a chiedere sostegno perché per anni i partiti gli hanno garantito uno stipendio in cambio di voti e ora li devono mollare, anche a Palermo, tanti cittadini, insegnanti, immigrati, studenti, intorno a Pippo Civati. “Non sarei andata a votare ma per Civati è diverso, ci sarò alle primarie”. @civoti, dunque! Come Fabrizio Barca, come Stefano Rodotà, come i tanti – spero davvero tantissimi – che non si rassegnano alla democrazia della “porcata”, alla spartizione tra partiti onnivori, che ne hanno le tasche piene del Pd dei notabili.

A mezzogiorno ieri ero con Civati a Montecitorio, a parlare con i lavoratori esodati, cioè con quelle persone che credevano di aver stipulato un contratto con lo Stato ma che lo Stato ha tradito. Nel pomeriggio un compagno disoccupato, reddito intorno ai 120 euro al mese,  che crede nella democrazia partecipativa, mi è venuto a prendere, con la sua macchina, all’aeroporto Falcone – Borsellino di Palermo, per portarmi a Bagheria: cento persone strette-strette in una bella libreria. Poi tra colonne senza fine di auto (e stavo quasi per dare ragione al mafioso di Jonni Stecchino e sbottare anch’io “La vergogna di Palermo? È il traffico.”) per raggiungere l’ex Foro Forbonico e farmi strada a fatica nella sala e tra la folla per raggungere Civati. Che a sera, un altro compagno ha portato, con la sua auto, a Trapani, da dove solo parte un volo diretto alla volta di Cagliari. Scrivo questo caffè sul “treno regionale veloce” (tre ore appena!) Palermo – Messina, poi Capo d’Orlando e Milazzo, domani a Roma, per votare e vedere l’effetto che fa.

A Gerardo Greco che – mi è parso con affetto – ieri mi compativa perché sarei passato dalle stelle (del giornalismo) alle stalle “della politica”, ho risposto: “sarà, ma mi sento 40 anni di meno, quando la politica si faceva senza soldi e per passione, e dove incontravi gente che ci credeva, e ti portava in macchina e ti ospitava a casa, chiedendoti solo di provare a cambiare il mondo, insieme. Grillo, l’avanguardista, usa il manganello della rete contro una giornalista (non protetta) de L’Unità, Civati che sfotte, con il sorriso sulle labbra, il grande conduttore che ha ospitato gli altri due candidati alle primarie, escludendo solo lui. È questa la differenza. Se credi nel futuro, lo costruisci. Non ringhi, né minacci, né ti trovi a promettere sfracelli insieme al Caimano, ora che è stato finalmente condannato e accompagnato alla porta del Senato, grazie a un voto Pd, SEL. Scelta Civica, M5Stelle.

Il resto, il grosso, dei giornali è su Nelson Mandela. Ora ci manca e lo amiamo di più. Non facciamone un angelo senza sesso, per cortesia. È stato un combattente, Nelson Mandela. Dalla Stampa: “Ho combattuto il predominio dei bianchi e ho combattuto il predominio dei neri. Ho accarezzato l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutti possano vivere insieme in armonia e con le stesse opportunità. È un ideale che spero di vedere realizzato, se vivrò abbastanza a lungo. Ma se sarà necessario, è un ideale per cui sono pronto a morire”. Scriveva nel 64; a morire e a imbracciare il fucile, come fece, come dovette fare, dopo un massacro di neri africani nel 1960. Bernardo Valli lo ricorda su Repubblica: “A determinare il tipo d’azione – ha detto e scritto (Mandela) – è sempre l’oppressore; l’oppresso non può che scegliere la forza, se l’oppressore la usa contro le legittime aspirazioni popolari, se rifiuta un vero dialogo. E’ sempre meglio risolvere i conflitti col cervello che col sangue, ma a volte non c’è scelta. Questa, per lui, era la situazione dopo Sharpeville”.  Desmon Tutu  dice, però, che il carcere lo ha purificato, Mandela. “Quei 27 anni furono cruciali per il suo sviluppo spirituale. La sofferenza fu il crogiolo che rimosse una gran quantità di scorie, regalandogli empatia verso i suoi avversari. Contribuì a nobilitarlo, permeandolo di una magnanimità che difficilmente avrebbe ottenuto in altro modo. Gli diede un’autorità e una credibilità che altrimenti avrebbe faticato a conquistare”. Può darsi o, più semplicemente, il mondo è cambiato, anche nel nome di Mandela, tra il 60 e il 90. Forse se non lo avessero ammazzato, ricorderemo anche Malcom X non solo come il ribelle che fu, ma come grande costruttore di pace. La pace dei giusti.

Da corradinomineo.it    

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