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Il Carnevale della Repubblica. Caffè del 23/12

 

Dall’infanzia profonda mi torna in mente un proverbio.  Si chiedeva se fosse da disprezzare il Carnevale, con i suoi lazzi di cattivo gusto, o la folla borghese, travestita e plaudente, che gli correva dietro.  Messe in scena, con carri di cartone e ridicoli pupazzi con la faccia feroce, sono le manifestazioni di cosiddetti “Forconi” . Ieri alcuni pellegrini veneti si sono confusi tra la folla in San Pietro. Tanto è bastato perché il Servizio Pubblico Radiotelevisivo gli mettesse il microfono sotto la bocca, e giù sentenze sullo schifo che gli fanno politici, pensionati e dipendenti pubblici e invece su come sarebbe facile risolvere ogni problema con il “forcone magico”.

Carnevalata lo scatenarsi del movimento 5 stelle, dopo un anno di reclusione volontaria per non “mescolarsi” con gli altri.  Con gioia di Grillo e Casaleggio, i “cittadini” deputati hanno intervistato un lobbista, hanno svelato l’imbarazzo del governo a recedere da contratti d’affitto costosi nel centro di Roma. E tanto gli basta. Che importa che si ridiano 8 miliardi ai Riva, cosa della svendita di Telecom e del miliardo di ore coperte dalla Cassa Integrazione. A casa i cattivi, poi Grillo, Babbo Natale,  brandirà la sua bacchetta a 5 stelle.

Infine, il carro di Carnevale più volgare e sguaiato è quello su cui tenta di salire la Lega del Nord. Il partito delle mutande verdi, dei soldi pubblici trasformati in diamanti, della finta laurea del Trota, trova un suo ubi consistam.  È Roma che tutto corrompe, persino i celoduristi della Lega. Affamiamo Roma ladrona, facciamo fallire la Capitale come Detroit, e, vedrete, la Padania risorgerà. Carnevale grottesco, senza dubbio.

Purtroppo c’è di peggio. Mi riferisco alla selva di sotto segretari, presidenti di commissioni, capi gruppo, tutte persone nominate nella notte della politica, tra aprile e maggio, quando Napolitano prometteva la grande riforma delle istituzioni repubblicane e Letta si adattava al piccolo cabotaggio. È un mondo che sta dando uno spettacolo più arrogante di quello offerto dai capi forconi, più abborracciato di un discorso della cittadina Taverna, più osceno del leghista che se la prende con Roma Capoccia. Oggi ho sentito, in Commissione Affari Costituzionali e in Commissione Cultura del Senato, giudizi durissimi di importanti parlamentari del Pd sulla “legge di stabilità”, sul sistema delle mance, sui decreti omnibus. E mi chiedo perché non si possa riuscire a trasformare tanta riprovazione nel licenziamento in tronco di chi finora ha dato le carte e a quel sistema si è accostumato.

Corriere della Sera. “Gli inganni del salva Roma”. Valanga di misure. Dalle luci dei semafori, ai fondi per i teatri. Torna il caso degli affitti dei ministeri. Le lobby snaturano il decreto e il governo pone la fiducia.” Sergio Rizzo si diverte: “Fondi per i treni valdostani, per il paese di padre Pio e per i teatri di Napoli e Venezia”. Che c’entrano con Roma? Niente. C’è anche mezzo milione per una torre anti corsara a Capo Passero. Le larghe intese funzionavano così. Vietato al Parlamento di parlare, affinché non possano sperimentarsi “diverse” intese. Il governo che governa per decreto e che incolla a ogni emergenza (vera o presunta) un’infinità di mancette destinate a tener buono lo zoo del Belpaese, da Linosa allo Stelvio.

Alla Camera e in Senato, capi gruppo e presidenti di commissione avallavano o correggevano secondo i desiderata del governo, il quale, intanto, indicizzava le modifiche all’umore di questo o quel capo di gabinetto, al tentativo di por rimedio all’incapacità dell’amministrazione, alle richieste pressanti di questo o quel cliente. Il guaio più grosso, poi, erano gli annunci a effetto: il prezzo da pagare alla società della Comunicazione. Decreto del Fare. Decreto contro il “femminicidio”. Decreto valore cultura. Abolizione del finanziamento ai partiti. Fine delle Province. Così facendo il governo ha accettato il terreno dei Grillo, dei Salvini e dei capi Forconi. È uscito da sé per gridare “via i privilegi”. Salvo, come Penelope, disfare di notte la tela tessuta durante il giorno.  Perché si trattava di sgrassare un sistema di spese indispensabile proprio per quelle intese che sorreggevano il governo.  “Sotto l’albero un governo da buttare”, sentenzia il Giornale. Il Fatto del lunedì ritrova Grillo: “È solo l’inizio, nel 2014 arriva il meglio”.

Per non parlare del pasticcio “Immigrati”. Dopo anni di bugie, grossolane e razziste, dispensate da Maroni e Berlusconi, sarebbe stato sensato sciogliere subito i Centri di Identificazione ed Espulsione, divenuti da tempo centri di detenzione, degrado, spaccio di droga, furto di soldi pubblici ad opera delle cooperative (qui la sicurezza viene già appaltata a privati) che gestivano i centri.  Niente è stato fatto. Nemmeno quando Letta andò a Lampedusa. Poi il film Tg2 (viva, per una volta, la Rai!), poi 10 immigrati che si cuciono la bocca per protesta, poi un deputato (bravo!) del Pd, Khalid Chauki, che si chiude dentro il CIE. Repubblica. “La vergogna dei centri immigrati. Il governo: ispezioni in tutta Italia”. Il Giornale conclude:  “Il Pd scarica la Kyienge”.

Non ci resta che attendere. Cosa, secondo Repubblica il 2014 e la bomba Renzi. “Lavoro, sì di Letta al piano Renzi. Confindustria d’accordo. No di Cgil”. Che altro aggiungere: Buon Natale. Il caffè si prende qualche giorno di licenza, perché il suo scrivano ha bisogno di riflettere.

Da corradinomineo.it

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