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Giustizia: tre anni in cella per una C.

 

Mille e cento in carcere per una C. Più di tre anni, chiuso in una cella per una omonimia… È la storia di Patrik Oliora Nnamdi: il 22 ottobre 2010 viene prelevato dalla Grecia dove vive e catapultato a Roma, rinchiuso nel carcere di Rebibbia, trattato come se si trattasse del peggior criminale. Lui si protesta innocente, dice che le accuse nei suoi confronti sono infondate. Niente da fare, non viene creduto. E così, in attesa di un processo che non viene mai, trascorre giorni e giorni in cella. Fino a quando non viene scarcerato, con tante scuse: sì, è davvero innocente come ha sempre detto… No, non è colpevole di nulla… Ma allora se Patrik è innocente, se non è colpevole di nulla, perché l’hanno preso e portato in Italia senza troppi complimenti, l’hanno chiuso in carcere e ce lo hanno tenuto per oltre tre anni? Risposta: perché si sono sbagliati. Come si sono sbagliati? Che errore hanno fatto? Cercavano Patrick Oliora Nnamdi. Ma attenzione, il Patrick ricercato ha la C tra la I e la K, mentre il Patrik catturato, la C non ce l’ha. Un’omonimia, insomma. E d’accordo, un errore si può fare. Ma qui un innocente è stato tra le sbarre per ben tre anni. Com’è stato possibile? Sì, d’accordo: il nome è simile, una C può sfuggire; e poi entrambi, l’innocente e il ricercato sono nigeriani, l’età pressappoco la stessa… Può insomma capitare un errore, un equivoco…

    Che sia capitato, non c’è dubbio; che debba capitare è altro discorso. Perché il Patrik innocente protestava la sua estraneità alle accuse, perché non lo si è ascoltato? Non tanto per credergli, solo per farsi venire un dubbio; e magari si potevano comparare le impronte digitali, e anche dare un’occhiata alla fotografia del Patrick ricercato e compararla con il Patrik arrestato. Roba che si risolve in tre ore, e l’equivoco si sarebbe chiarito subito. Ci hanno invece messo tre anni. La terza sezione della Corte d’Appello di Roma ha disposto la scarcerazione del Patrik Innocente in fretta e furia. Ora bisognerà vedere come sara’ risarcito. Ma esiste, poi, un risarcimento Per tre anni di carcere da innocente?

E ora un’altra storia, quella di un detenuto, C.P. Ha 47 anni, ha trascorso più tempo in carcere che da uomo libero. La prima volta che lo hanno condannato era poco più che maggiorenne, ora sta finendo di scontare la pena nel carcere di Enna, cuore della Sicilia. “Purtroppo”, dice. Come purtroppo? Non è contento di uscire? “E’ un momento che sogno da anni, ma ogni giorno che passa si trasforma in un incubo.Fuori da qui, infatti, io sono solo e non so dove andare”. Eccolo, dunque, l’incubo di C.P.: il carcere in fondo è una sicurezza; la libertà gli fa paura. Racconta: “Il carcere di Enna tra i tanti che ho girato mi ha ridato la speranza e la fiducia nella vita. Da qualche mese infatti lavoro, con quello che qua dentro chiamano art. 21, pulendo le stanze dell’amministrazione e della direzione. Dopo anni di diffidenza la fiducia che mi è stata data, sia dalla direttrice del carcere che dal capo dell’area educativa, mi hanno ridato forza. La mia vita non è stata facile. Sono stato abbandonato da piccolo e ho trascorso la mia infanzia in istituto, ho lavorato e per un periodo avevo anche aperto una piccola ditta e vivevo con una ragazza di Bergamo con la quale sognavo un futuro migliore. Purtroppo quando sbagli una volta è difficile ricominciare. Per noi è tutto più complicato e spesso la strada più facile è quella ditornare a rubare”. C.P. si trova nel carcere di Enna da 19 mesi: “Qui”, dice, “ho trovato degli operatori che mi ascoltano, che mi hanno guardato, per la prima volta, come un uomo. Lavoro e ho avuto l’opportunità di frequentare la scuola e un corso professionale di computer dove ho imparato tanto. Dentro il carcere sono al caldo, ho un pasto, ho un letto, posso lavarmi. Ma appena fuori? Quando questi cancelli si apriranno io mi troverò davanti al baratro. Non ho un lavoro, non ho una famiglia, non ho soldi, non ho una casa. Io il mio debito con la giustizia l’ho pagato e voglio cambiare vita. Vivo nel terrore perché so già che se nessuno mi aiuterà io in carcere ci tornerò presto. Si parla tanto di carceri sovraffollati, di disumanità, di disservizi, io ad Enna ho ricominciato a sorridere e vorrei poterlo fare fuori, in quella società che oltre che civile dovrebbe essere responsabile dando corso a quel reinserimento di cui tanto si parla. Attraverso le pagine di questo giornale voglio chiedere aiuto perché la vita è bella e non voglio sprecarla dentro una cella di un carcere”.

Qualche numero merita di essere ricordato, per inquadrare la situazione generale, che pure non va dimenticata come molti vorrebbero e fanno: la popolazione carceraria conta circa 64.800 reclusi di cui meno di 39.000 condannati definitivamente. Circa 24.600 detenuti sono in attesa di processo di primo grado o di appello o, ancora, di ricorso. A fronte di questi numeri, la capienza regolamentare delle carceri è di 47.615 posti, le celle misurano 12mq bagno compreso e nelle stesse sono detenute da 2 a 4 persone. Secondo l’art. 22 del codice penale, i condannati all’ergastolo dovrebbero trascorrere la notte in celle singole ma, a causa del sovraffollamento, tutto questo non succede. È giusto sapere che, secondo le statistiche, dei 24.600 detenuti in attesa di processo, circa la metà sarà assolta e sicuramente farà causa allo Stato per ingiusta detenzione. Nella relazione del guardasigilli sull’amministrazione della Giustizia del 2011 si legge che lo Stato ha speso circa 46 milioni di euro in risarcimenti nei confronti di persone detenute ingiustamente.

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