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Privatizzare la Rai? No grazie. SI’ al Tavolo di lavoro Parlamento-società civile per la riforma della Rai

 

Periodicamente qualcuno sente il bisogno di tirare in ballo le privatizzazioni. È capitato spesso dall’inizio degli anni ‘90 quando si diffuse la credenza che il problema fosse lo Stato e la soluzione l’abbandono dell’intervento pubblico in ogni settore economico e dei servizi.Pubblico divenne sinonimo di inefficiente, obsoleto, arretrato e poi anche di corrotto, sprecone, costoso. Il privato, come per magia, sembrava il toccasana in grado di garantire riduzione di costi e di prezzi e, contemporaneamente, aumento della qualità.

A queste motivazioni, nel campo della radio e della televisione, si aggiunse quella della libertà di espressione e del pluralismo. Così superare il monopolio statale diventò la parola d’ordine unificante di un movimento di opinione pubblica e di una tendenza che abbracciava interessi assai diversi. Nella breccia aperta in nome della libertà ben presto si infilarono interessi molto concreti che compresero la novità rivoluzionaria della svolta che si stava preparando. Berlusconi fu il più capace e il più lesto nel cavalcare la svolta e ne fece la base del suo successo. Ad una Tv pubblica legata alle tradizioni e lenta nell’interpretare le nuove esigenze del pubblico contrappose una “liberazione” che faceva leva sull’esigenza di andare oltre le regole della morale corrente. Fu così che gli italiani furono travolti da una comicità piuttosto grossolana se non propriovolgare e da una rappresentazione dei nuovi costumi sessuali che si basava sull’uso del corpo delle donne.

Privato divenne così, nel campo radiotelevisivo, sinonimo di libero sulla base di un gigantesco fraintendimento che vedeva la libertà dove c’era, invece, una pura logica di profitto. Parallelamente il servizio pubblico fu percepito come un fardello di cui la Rai portava il peso anche se produceva un livello di informazione e di intrattenimento notevolmente superiore a quello della concorrenza privata.

Il passaggio da una governance Rai totalmente sotto il controllo governativo ad una basata sulla condivisione fra i partiti di maggioranza e quelli di opposizione rappresentò un progresso, ma in capo a qualche anno si tramutò in una lottizzazione selvaggia che non risparmiava alcun settore dell’azienda pubblica. Il terreno era pronto per una mutazione culturale che aprì le porte ad una competizione con le reti private basata sull’audience. Il livello generale si abbassò e la guida politica del sistema non fu in grado di pensare ad un modello diverso di servizio pubblico. L’ingresso sulla scena politica del partito di Berlusconi segnò l’avvio della conquista da parte del monopolista privato dell’azienda pubblica grazie agli strumenti e ai metodi che erano stati usati per la lottizzazione partitica.

Da allora si è parlato molte volte di privatizzazione della Rai come se la nascita di quello che era ed è ancora un monopolio privato dovesse indurre a smantellare il servizio pubblico. Stranamente il fascino di questa soluzione conquistò tutti i settori politici ed esercitò per anni una forza di attrazione a cui risultava difficile sfuggire.

L’ultima versione di questa narrazione non punta più allo smantellamento, ma alla ripartizione del servizio pubblico tra una Rai ridimensionata e altri soggetti che ancora non si intravedono. Ovviamente parlando di soldi si ritira in ballo la vendita di pezzi dell’azienda pubblica per fare cassa. Prontamente il Commissario alla spending review Cottarelli ha inserito la Rai fra le partecipazioni pubbliche da privatizzare. Il ministro Saccomanni e il viceministro Catricalà ci hanno subito messo la loro buona parola e quest’ultimo ha rinviato (bontà sua) l’appuntamento al rinnovo della concessione che scade nel 2016. Intanto, però, il governo ha messo le mani avanti proponendo un contratto di servizio con la Rai che renda riconoscibili i programmi finanziati come servizio pubblico da quelli in regime di mercato con un bel bollino.

Adesso addirittura il passaggio all’opposizione di Berlusconi rischia di rafforzare questa linea perché tende a presentare l’azione del governo come libera da condizionamenti dettati dall’ex alleato.

Che in una situazione confusa come quella italiana qualcuno possa pensare di rafforzare le posizioni oligopolistiche nel campo della televisione è paradossale e ne va dato “merito” a quelle forze politiche che da anni cincischiano intorno al riassetto del sistema e non fanno un passo avanti. Guardando all’evoluzione del sistema radiotelevisivo in Italia è invece arrivato il momento di smontare questa narrazione che vede il privato come portatore di efficienza e di maggiore libertà e di riaffermare, invece, la necessità del servizio pubblico gestito da un operatore che sia pubblico e non statale cioè svincolato dal controllo del governo e dei partitiL’ultimo dei problemi che ha l’Italia è espandere il settore privato nelle Tv. Il primo problema nel campo della radiotelevisione è, invece, recuperare e rilanciare il servizio pubblico mettendolo finalmente nelle mani dei cittadini cioè di tutte le componenti culturali, sociali, civiche e anche istituzionali che riflettono un pluralismo che va ben oltre la dimensione del partito politico.

Indubbiamente un’opera titanica che però qualcuno sta tentando di avviare. Giovedi 28 si riunisce per la seconda volta alla Camera il Tavolo di lavoro Parlamento società civile organizzato da MoveOn per arrivare ad una proposta di riforma della Rai che scaturisca dal lavoro comune dei parlamentari e di organizzazioni della società civile. La presenza al Tavolo di Art. 21, Libera, Libertà e giustizia, della FNSI, e di tante altre espressioni professionali e della cittadinanza attiva testimonia di un impegno che non si farà sorprendere da colpi di mano e da manovre più o meno trasparenti.

* per MoveOn Italia – La Rai ai cittadini

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