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La messa è finita. Il caffè del giorno dopo

 

Dudù lo guarda dalla prima pagina della Repubblica e gli dice ”Ciao ex”. Ha ragione Altan, è finita in modo banale. “ore 17,42 Gelo a Palazzo Madama, nessuno esulta, nessuno piange”. Così il Fatto. Il sentimento che accomunava i senatori della destra e della sinistra somigliava, ieri sera, a un contenuto sollievo. È fatta! Come quando ci si è tolti un dente.

A uso delle dirette televisive si era visto Bondi farsi trattenere dalla moglie senatrice mentre gridava “vergogna” a Formigoni, la Mussolini chiamare Piranha Quagliariello e Lorenzin, e AlFini Alfano. La Bernini, rigorosamente vestita a lutto, avvertire il Senato: “consegnando Berlusconi consegnerete la vostra e la nostra libertà”.

“Ma mi faccia il piacere”, qui ci vuole il principe De Curtis. Consegnarlo a chi? Dov’è mai il boia?  In quale democrazia del mondo un ex presidente del Consiglio condannato, in tre gradi di giudizio, per frode fiscale, può ancora presentarsi in Parlamento. Dove vivono costoro? Ma hanno provato a raccontarlo ai repubblicani americani, ai cristiano sociali tedeschi, ai popolari spagnoli? In piazza al gelo (il due agosto faceva troppo caldo, ieri troppo freddo – in questo il popolo della libertà di Berlusconi non ha avuto fortuna -) un Brunetta sorridente applaudiva il capo e ora si aspetta gli onori che furono per Schifani e Alfano. Un fascista, con la effige del puzzone tatuata sul braccio, aggrediva un autore televisivo che aveva osato presentarsi con un mazzo di fiori, come a un funerale. Un cartello, però, celebrava il funerale di Berlusconi Silvio, fotografato sotto la stella a 5 punte come il povero Aldo Moro.  Un lenzuolo recitava “è un colpo di stato”.

Poi tutti a casa, a scommettere sull’ennesima risurrezione del Cavaliere. O forse no! “Berlusconi fuori dal Senato: mi batterò ancora”, dice il Corriere. “Colpo di stato, vendetta nelle urne” Il Giornale.  “Berlusconi è fuori”, la Stampa. “Fuori (ma) può finire dentro” il Fatto. “Leader decaduto” constata Repubblica.

Eppure ieri sono successe tre cose importanti. La prima. Si è manifestata in Senato una maggioranza “repubblicana”, divisa su tante cose ma solidale nel pretendere il rispetto delle legge e convinta che la legge sia uguale per tutti.  Scelta civica (almeno una sua parte), Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Sinistra Ecologia e Libertà. Ora nessuno può far finta di niente. Con la stessa maggioranza si sarebbe potuto consigliare alla Cancellieri di offrire le dimissioni, si sarebbe censurato Alfano per le scorribande di quell’ambasciatore kazako nel suo ministero e si sarebbe potuta approvare la mozione Giachetti che chiedeva l’abolizione del Porcellum per tornare al Mattarellum

La seconda novità è che la destra berlusconiana non c’è più. L’odio tra gli ex delfini tracima. Sono penosi, ideologici e di regime quei sondaggi che sommano i voti di Forza Italia, della Lega, dei fascisti della rinata Alleanza Nazionale e del Nuovo Centro Destra. Se Matteo Renzi non è un perfetto imbecille (e non credo che lo sia) sosterrà la richiesta di Civati, la presenteremo in una conferenza stampa il 3 dicembre in Senato, per tornare al Mattarellum, con i collegi e gli elettori che scelgono gli eletti. Né il carisma né i soldi di Silvio terranno più insieme la pasta dentifricia uscita dal tubetto.

La terza è che Letta ieri ha cantato vittoria. Il Governo ha meno voti in Parlamento ma può contare su di una maggioranza più coesa. E qui scoppia il caso Pd.  Se il nuovo segretario promuovesse un referendum nei circoli chiedendo:  “La legge di stabilità è innovativa? È una legge ancora contraddittoria ma che segna una prima inversione di tendenza? O è invece una legge che non contiene provvedimenti attesi da tanti italiani e per i quali il Pd si dovrebbe spendere? ”

Se si celebrasse un tale referendum, quale credete che possa essere la risposta degli iscritti o dei simpatizzanti del Pd?

Certo, in Parlamento è diverso. Ci sono i 101 e forse nel frattempo sono diventati di più. Ma neppure nei gruppi prevarrebbe il consenso alla navigazione dorotea che ha caratterizzato l’azione del governo. Dunque si cambia. Senza entusiasmo, per ora, e senza l’orgoglio delle proprie ragioni. Ma le larghe intese, la pacificazione, la coltre istituzionale, tecnica, finto europeista che da due anni pesa sui nostri destini, si è dissolta. Spiace dirlo: si è infranta sul conflitto d’interessi che l’aveva resa possibile.

Da corradinomineo.it

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