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Navigare controvento (dopo l’ultima strage dell’immigrazione)

 

“Aspettare il protocollo da Roma”. E i soccorsi a Lampedusa rimagono come tutto il resto – e da sempre – dovere isolato e volontario, persino a rischio di tribunale Bossi-Fini. Così Marcello Nizza, uno dei primi soccorritori che ha messo in salvo 47 profughi:” Avremmo potuto salvarne molti di più”. Nulla da aggiungere, mentre divampa, indecente, la polemica postuma.

La Capitaneria si indigna. L’Italia delle istituzioni si allarma per l’ennesimo, non primo né ultimo, naufragio. Papa Francesco, da Assisi, grida “Vergogna!”. Ma solo ora che sembra svegliarsi tra nuovi morti, coi corpi a vista gonfi d’acqua a fare da contorno, il Paese spende un lutto nazionale e implora aiuto alla “Fortezza Europa”, convinta fino adesso della giustezza di erigere mura in mare o deportare a terra donne uomini vecchi e bambini nelle sue Guantanamo per tutelare – chissà – razza o economia. Personalmente ho visto quelle svizzere di galere per fratelli in fuga, a Chiasso, coi cani lupo a girare tra le camerate. Ho visto dove deportavano profughi e richiedenti asilo in Germania in attesa dell’espulsione, in paesotti isolati dove diventavano presto disperati e poveri ‘padroni ‘ da subito in duro conflitto coi locali. Ho visto i rastrellamenti dei francesi a Calais e sentito gli spari spagnoli da Ceuta e Melilla. Ho avuto come amico Montassar, musulmano osservante, che nel Cpt di Lecce è stato torturato insieme a un bel gruppo di compagni di sventura, ingozzati di carne di maiale cruda, sputati e picchiati da un prete, la sua amante e da 11 carabinieri che là, usavano i manganelli come forchette. Ho filmato più di 11 anni fa le prime fosse comuni per migranti senza nome nei cimiteri del Salento; fosse che tutti fingevano di non vedere o di non sapere. Ho subito le false lacrime berlusconiane – nel 1997 – all’epoca dei primi respingimenti in mare inventati dal penultimo governo Prodi , quando la Kater I Rades fu speronata da una nostra nave militare e affondata al largo di Brindisi (Canale di Otranto) in un venerdì santo che lasciò circa cento persone in bocca ai pesci. E oggi vedo un altro compagno di strada, Ibraim, venduto come schiavo in Libia, violentato nel corpo e nell’anima, e finito a far lo schiavo nel Belpaese mentre i suoi pochi soldi e i suoi diritti vengono bruciati dai predoni del momento (la citazione da Ena, “Emergenza Nord Africa”, nda).
Mi ricorda il palasport di Sarno, l’immagine biblica delle cento e più bare nell’hangar di Lampedusa , messe tutte in fila sotto i flash delle telecamere che fanno il giro del mondo e gli gridano vergogna. Là, nell’agro sarnese, fu l’incuria dell’uomo, la sua avidità, la limitata e sciatta visione del dopo, l’interesse personale. Qui, nell’isola ora candidata al Nobel, è la stessa cifra voluta in questo caso dalle scelte repressive delle politiche immigratorie degli ultimi decenni. Che contano decine di migliaia di dispersi sulla coscienza, nei mari delle nostre vacanze, e sempre per difetto. La responsabilità infatti è di tutti noi, di tutti loro: dei politicanti populisti e xenofobi di questi anni, dei razzisti della domenica, di media asserviti e distratti, di istituzioni assediate o assopite. Contro la “globalizzazione dell’indifferenza” ha gridato appena eletto un Papa povero, sceso con altre imbarcazioni e per la prima volta nell’inferno di Lampedusa. Contro questo sistema inaccettabile, macchina che produce dolore e lutti, scelta indecente e autolesionista, ripetiamo noi, come doloroso mantra, da tempo, l’urgenza di riprendere a navigare controvento.

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