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La democrazie mafiose contro le lady di ferro

 

Le Democrazie mafiose sono partitocratiche, e viceversa. In una sola riga, Panfilo Gentile,  socialista poi liberale ribelle, che aveva abbandonato la cattedra di filosofia del diritto per fare l’editorialista politico del “Corriere della sera”, appiccicava due aggettivi infamanti alla democrazia repubblicana nata nel 1945-46: partitocratica e mafiosa. A quarant’anni dal saggio, edito da Ponte alle Grazie, l’assalto a Rosi Bindi da parte del partito del 60 a 0 nei collegi elettorali della Sicilia, conferma che la nostra democrazia, affogata in tangentopoli e rianimata dalla seconda repubblica, resta con le stimmate native: mafiosa e partitocratica. Faranno bene a tenerne conto anche quei democratici che hanno un po’ storto il naso per l’elezione della Bindi (vice presidente Fava), mascherando il disappunto a una presidenza di guerra con la scusa dei contraccolpi sulle larghe intese: che non potranno mai essere intese fra legge e malavita. Ci perdoni Massimo Franco, che succeduto a Panfilo Gentile sul “Corriere” definisce quell’elezione “uno schiaffo al governo”. Come definirà mai il continuo ricatto alla stabilità delle larghe intese da parte del cavaliere, che voleva contrattarne l’esistenza con  l’ esenzione da sentenze e rispetto di norme?

I giudizi su Rosi Bindi possono essere i più vari. Per alcuni valgono quelli scalcinati sull’ anagrafe, sul cattolicesimo non ateo-devoto, sulla durezza non adatta alla sinistra. Tutti titoli di gran merito per noi, che tant’anni fa la trovammo china sull’asfalto della Sapienza, a reggere la testa insanguinata del suo professore Vittorio Bachelet. Altro che femmine e omuncoli da palazzo e da bordello. La vera ragione dell’ostilità a Rosi sta nella non malleabilità della presidente che dovrà esercitare poteri esplosivi, conoscere documentazioni, aprire e aggiornare fascicoli da cui una Commissione che non sia da operetta può trarre forza per colpire la democrazia mafiosa e suoi grandi piccoli o massimi campioni. Dentro e fuori l’area del 60 a 0.

Non è questione di “esperienza”. Quali esperienze di Antimafia avevano i concorrenti Donato Bruno, Pdl, se non l’amicizia con Previti? O la on. Rosanna Scopelliti, pure Pdl, se non il nome immacolato di suo padre ucciso dalla mafia (ogni regola ha le sue eccezioni) o della nostra stessa Pina Picierno,  nata e vissuta come Roberto Saviano tra casertani, casalesi, maddalonesi, giuglianesi e altre “terre di fuochi”, come ora chiamano le discariche fumanti di veleni seppelliti in quelle campagne dalla connection mafie del sud-industrie del nord? L’esperienza si fa lavorando ai problemi, “Non esistono venti della Storia, nessuno sa mai dove la Storia ci porta”, scriveva Panfilo, filosofo-giurista-giornalista, a premessa del suo capolavoro, e voleva dire la Storia si fa operando. E così la politica. E così la buona o la cattiva vita di ciascuno di noi. Non si combatte la mafia coi “professionisti dell’ antimafia” (Leonardo Sciascia). Men che meno facendone la cultura portante di un blocco sociale di ex lupare terrone e di colletti bianchi, da Palermo a Milano, di professionisti e riciclatori, di evasori e giudici e avvocati amici, di banchieri e di spalloni. Un blocco sociale che per idiozia o  quieto vivere tanti di noi chiamano “moderato”. Mentre le Bindi, per contrapposizione, diventano ”estremiste”. E anche “non rappresentative”, mentre non lo si dice di presidenti di repubblica o di governo o di parlamento eletti col solo voto della maggioranza.

Se rappresentativa o no, lo diranno gli italiani, sia quelli che vogliono la lotta alla mafia sia quelli per i quali con essa bisogna convivere. Lo diranno e lo diremo dal modo in cui sarà accolta l’attivazione degli strumenti che l’Antimafia ha e per i quali fa paura ai mafiosi e alla democrazia mafiosa: indagare con i poteri dell’autorità giudiziaria, mettere le mani negli archivi polverosi di San Cosimato dove si nascondono i delitti, smascherare le infiltrazioni criminali nella borghesia e non solo nella manovalanza, aprire le casseforti delle banche trasformate in lavanderie di moneta sporca e spesso insanguinata, battere e ribattere per lo scioglimento dei municipi mafiosi, nonostante la presenza nella stessa Antimafia” di chi giudicava imprudente lo scioglimento di Reggio Calabria; o difende il supermafioso comune di Fondi, ecc. Il presidente Grasso sa di cosa parliamo. Lo sa o lo saprà anche la Bindi. Perciò la detestano. Fuori e qualcuno anche dentro il Pd.          

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