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Il PD e la “maledizione dei quarantenni”

 

Benché il tema della “rottamazione” circolasse oramai da qualche anno, è da dopo le elezioni dello scorso febbraio che opinionisti, commentatori e, naturalmente, esponenti politici hanno iniziato a considerarlo un argomento non più rinviabile.
Posto che non ci è mai piaciuto, che lo consideriamo violento e arrogante e che riteniamo che la sinistra, oggi più che mai, abbia, al contrario, bisogno di recuperare la propria memoria storica, è altrettanto vero che un ricambio della classe dirigente sia assolutamente indispensabile se non vogliamo consegnare l’Italia nelle mani del decadente populismo berlusconiano o in quelle dell’ascendente populismo grillesco.
A tal proposito, tuttavia, induce a riflettere il fatto che quasi nessun analista si sia soffermato sul dato incontrovertibile del risultato elettorale, ossia che l’unico partito a pagare un prezzo altissimo a causa della campagna politico-mediatica sulla “rottamazione” sia stato proprio quello al cui interno questo dibattito ha prodotto le maggiori turbolenze, fino a provocare il rinnovamento di oltre la metà dei gruppi parlamentari, fra polemiche e dolorosi addii, rinunce alle candidature e una discussione interminabile su quale fosse il giusto equilibrio tra freschezza ed esperienza, novità e competenza.
Peccato che gli elettori, invece, all’interno della cabina elettorale si siano preoccupati di tutt’altro, riponendo la propria fiducia in un quasi ottantenne con una miriade di vicende giudiziarie in corso e alle spalle e in un ultra-sessantenne che calca il palcoscenico da circa quarant’anni.
Peccato che il nostro positivo ricambio generazionale, forse perché poco pubblicizzato, forse perché malignamente nascosto dai mezzi d’informazione, non abbia sortito l’esito sperato, essendo stato travolto dal livore, dal qualunquismo e della demagogia spicciola di un ex comico e di un ex premier che non ha mai nascosto le sue innate doti di showman.
Peccato, perché sarebbe stato bello se in campagna elettorale, anziché blaterare della “kasta” da mandare a casa e delle rate dell’IMU da restituire avessero avuto spazio i sogni, le idee, i progetti, le speranze e le emozioni di figure come Cécile Kyenge o come i tanti giovani che avrebbero potuto parlare all’Italia delle loro manifestazioni in piazza contro la riforma Gelmini, del loro desiderio di dar voce a una generazione considerata priva di futuro, della loro volontà di porsi definitivamente alle spalle un ventennio che li ha accompagnati fin da quando andavano all’asilo.
Peccato, ma è anche un segnale indicativo. Se ciò è accaduto, infatti, vien da chiedersi non tanto se Matteo Renzi, probabile vincitore del Congresso del PD, sia abile a comunicare (lo è, questo è innegabile) quanto, più che mai, se sia davvero così in sintonia con le esigenze degli italiani. E soprattutto, al netto delle nostre vicende interne, se la sua generazione, quella ambiziosa e rampante dei quarantenni, sia davvero in grado di dettare un’agenda diversa, innovativa e possibilmente migliore rispetto a quella cui abbiamo assistito dal 1994 in poi.
La speranza che sia così, ovviamente, è tanta, anche perché sarebbe drammatico per il Paese e mostruoso per il PD se un’intera generazione di dirigenti dimostrasse di non essere all’altezza prima ancora di essersi assunta le responsabilità cui aspira da anni.
Qualche dubbio, però, purtroppo sorge, non solo perché torna in mente l’amara profezia pronunciata nell’estate del 2012 dall’allora premier Monti (quando disse al magazine del “Corriere della Sera” che la generazione dei quarantenni era oramai segnata e che fosse più saggio puntare direttamente sulle generazioni successive) quanto, soprattutto, leggendo e ascoltando le analisi e le riflessioni di certi “baroni rampanti”.
Parlando del berlusconismo, ad esempio, i suddetti personaggi sembrano non capire che non è stato una parentesi o un piccolo incidente di percorso ma quello che Piero Gobetti avrebbe definito “l’autobiografia della Nazione”: un tragitto intenso e totalizzante, una continua corsa verso il baratro, un declino e un degrado morale, civile e politico senza freni che solo la saggezza e l’autorevolezza del presidente Napolitano sono riusciti ad arrestare a un passo dal collasso definitivo.
Senza contare le posizioni insulse, crudeli e punitive che alcuni di essi manifestano nei confronti dei pensionati, arrivando a parlare di “pensioni d’oro” a proposito di redditi intorno ai tremila euro lordi al mese (circa duemila netti) e di rendite catastali da tassare dai settecentocinquanta euro in su che a Roma corrispondono, più o meno, a un bilocale in una zona periferica.
E via così su mille altre questioni: dall’ambiente alla Costituzione, dal rapporto tra diritti e mercato alla scuola, in un crescendo rossiniano di proposte che francamente, a nostro giudizio, non stanno né in cielo né in terra.
Al che vien da chiedersi: come mai? Da dove proviene tutta quest’insicurezza, questa mancanza di orizzonte o, all’apposto, quest’eccessiva sicurezza di sé prossima alla tracotanza? Le risposte possibili sono molte ma una, secondo noi, è quella che si avvicina di più alla verità: la generazione in questione è cresciuta a pane e liberismo.
Non è colpa loro, intendiamoci, ma è innegabile che ogni uomo sia irrimediabilmente condizionato dal luogo e dal tempo in cui nasce, cresce e si forma; e i quarantenni attuali portano su di sé tutti i segni della barbarie liberista e berlusconiana in cui hanno sviluppato la loro personalità.
Non c’è dubbio che la stragrande maggioranza di loro sia composta da persone perbene, ma è altresì vero che anche i migliori sono stati contaminati da un trentennio nel quale la dignità degli esseri umani è stata calpestata, i loro diritti messi in discussione, i salari dei lavoratori ridotti pressoché ad assegni di sopravvivenza, le pensioni peggio che mai, l’ambiente è stato devastato e la politica, tra un elogio del libero mercato e l’altro, è stata ridotta, specie in Italia, alla poltiglia informe e per nulla appassionante con la quale siamo costretti a fare quotidianamente i conti.
Per questo nasce il concetto della “rottamazione”, condito da tutta un’altra serie di frasi fatte e luoghi comuni che, sapientemente rilanciati e ingigantiti da Grillo, hanno ridotto il dibattito politico a una disputa su quante legislature abbia alle spalle Tizio o Caio.
Allo stesso modo, è qui che nasce l’invidia nei confronti della generazione precedente, quella dei “baby boomers”, che a differenza loro ha conosciuto l’Italia del benessere, dello sviluppo economico, del posto fisso e di tutta un’altra serie di sacrosanti diritti che oggi, purtroppo, sono considerati “privilegi”; ed è qui che nasce anche la paura, la tensione e la preoccupazione nei confronti della generazione successiva, la nostra, quella che si è battuta contro le riforme che hanno devastato la scuola e l’università, quella che ha posto nuovamente al centro il tema dei diritti, della civiltà del benessere, del valore della comunità, della riscoperta del pubblico e dei beni comuni.
In poche parole, la “maledizione dei quarantenni” consiste nel fatto di non avere dei veri padri politici cui succedere e di non avere dei veri figli da educare, nel sentirsi soli, spaesati, al centro, tra due fuochi, indecisi a tutto e pertanto costretti ad assumere un atteggiamento feroce, esagerato, goffo, troppo intriso di rabbia e rancore per condurre a risultati a malapena apprezzabili. Nel non avere un Sessantotto o un Ottantanove da rivendicare né una grande narrazione storica e filosofica alla quale ispirarsi.
Tuttavia, a dispetto delle nostre legittime perplessità, sappiamo anche che specie la parte migliore di questi ragazzi ormai cresciuti ha tutto il diritto di rivendicare il proprio spazio, di credere un po’ in se stessa, di provarci; e noi giovani sappiamo di avere l’assoluto dovere di aiutarli, per acquisire i punti di riferimento di cui abbiamo bisogno e iniziare serenamente il percorso che un giorno dovrà portarci a prendere il loro posto.

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