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Rodotà, elogio del moralismo

 

Appare come uno sfogo, il saggio di Stefano Rodotà pubblicato da Laterza nel novembre 2011 che ho riletto di recente. Quasi un grido di liberazione tipico di chi, da tempo, tiene qualcosa dentro di sé, esplodendo poi in un veemente urlo di denuncia. Ad erompere nel corso delle novantuno pagine scritte dal giurista italiano, è una dura invettiva riguardo la “morte” di un principio, la morale, che avrebbe condotto all’eclissarsi del valore dell’etica pubblica, incentivando, di conseguenza, il dilagare dell’illegalità. Questo processo, che si riscontra in Italia più che altrove, sarebbe, secondo l’autore, iniziato negli anni Ottanta, non tanto per il diffondersi della corruzione, quanto piuttosto per la formazione del sistema che la sorreggeva e che le conferiva un nuovo e forte “statuto sociale”.
Oggi, “tra una politica che affonda e un populismo che dilaga, bisogna riaffermare la moralità delle regole”, dichiara sicuro Rodotà all’inizio del libro.
Sebbene pubblicato nel 2011, il saggio sembra avere valore nel passato quanto nel presente: lo testimonia l’iniziale citazione di uno scritto da lui redatto negli anni Novanta, durante la stagione di Mani Pulite, che all’apparenza sembra descrivere alcuni dei difetti politici dei nostri giorni.
Ben si adatta, infatti, il saggio di Rodotà, anche all’odierna situazione italiana. Il paese pare, infatti, sempre più sprofondare in un baratro in cui l’illegalità e l’immoralità trionfano. Etica pubblica e responsabilità politica appaiono annegate in un universo in cui la corruzione “si è fatta da tempo metodo di governo” divenendo “cultura diffusa”, che ostentatamente tenta di celare i propri “peccati” dietro alla tutela della privacy, “sacrosanta, ma di cui si è abusato”. Parole che assumono un certo rilievo pronunciate dal primo Presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali.
La classe politica si è, per di più, spesso opposta alla conoscenza dei propri fatti privati, cercando in tutti i modi di farli rientrare nella rigida categoria del “nulla di penalmente rilevante”, usando la tutela della privacy come scudo di “posizioni indifendibili”. Tuttavia in tale categoria non sono compresi tutti quei comportamenti ritenuti non “onorevoli”, stigmatizzati invece dalla Costituzione, la quale richiede, ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche, disciplina ed onore nell’adempierle (art. 54), nella consapevolezza, oltretutto, che l’interesse collettivo prevale su quello della riservatezza. Questo è ciò che è stato per di più stabilito dall’art. 6 del Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, che l’autore non manca di ricordare: «La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie e i dati non hanno alcun rilievo (cors. d.a.) sul loro ruolo e sulla loro vita pubblica». Tale “limitazione” della riservatezza per l’uomo di stato viene dal presupposto che la democrazia non sia semplicemente “governo del popolo”, ma “governo in pubblico”, ed in questo risiede l’inammissibilità della menzogna in politica, contro la quale Rodotà invita a combattere. Sempre più spesso i governanti sono alla ricerca di trovate per non rendere conto dei propri comportamenti, nonché nel tentativo di sottrarsi dalle proprie responsabilità penali: “mentre i comportamenti del passato rimanevano comunque nell’area dell’illegalità, ora si costruisce una legalità speciale che serve a far rientrare in un’area lecita quel che dovrebbe invece rimanere fuori. Si distorce così il significato del ricorso alla legge, non più garanzia, ma scappatoia”.
Tutto ciò, chiaramente, diminuisce la capacità di controllo dei cittadini sui suoi rappresentanti, presupposto invece fondamentale della democrazia. Essa è “governo in pubblico” giacché gli abitanti ne sono realmente partecipi, in primo luogo svolgendo la loro funzione di “controllori”, compito realmente possibile solo quando le notizie riguardo i propri rappresentati risultino davvero trasparenti, “è evidente, allora, che le informazioni che possono e devono essere rese pubbliche non sono soltanto quelle penalmente rilevanti, ma tutte quelle che consentono l’esercizio del controllo da parte dei cittadini. Prima si è potuto distinguere tra responsabilità penale e responsabilità politica. Ora la distinzione riguarda la responsabilità penale e quella sociale, attivata dalla collettività, dall’opinione pubblica”.
Ciò a cui si è assistito negli ultimi anni è la privatizzazione della sfera pubblica, che si riscontra non solo nell’uso del pubblico per interessi privati, ma soprattutto nel tentativo di usare le istituzioni per “creare una rete di protezione rinnovata e più resistente a tutela di corrotti, corruttori, immorali.”
In un ultimo capitolo, intitolato significativamente “Ancora uno sforzo, moralisti!”, Rodotà riassume così la situazione descritta nel corso del libro: “Etica pubblica. Parole perdute, e al loro posto un deserto in cui scompare la responsabilità della politica, privacy vuol dire fare il comodo proprio, il senso dello Stato è ormai un’anticaglia”.
E’ dunque un appello, in fondo, quello lanciato da Rodotà, affinché la politica torni ad avere legittimazione agli occhi dei cittadini dal momento che “istituzioni e uomini non vengono più rispettati quando non appaiono rispettabili. Un appello affinché si ritorni ad un “moralismo costituzionale”, ovvero a quella sensibilità che ispirò i costituenti nell’approvazione di un articolo come il 54 della nostra Costituzione, e affinché la politica italiana tutta torni ad essere “costituzionale”. Per ognuno di questi processi è necessario il contributo dell’ “intransigenza”, quasi estremista, del moralista che rammenti l’esigenza del rigore e dell’onestà.

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