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Le due anime del Pd

 

E’ ormai chiaro, o meglio lo è diventato al congresso nazionale del Partito democratico che si sta svolgendo a Genova (e che i canali televisivi seguono appassionatamente), che il confronto finale per la segreteria nazionale del partito centrale per la futura coalizione di centro-sinistra sarà tra l’attuale capo del governo in carica Enrico Letta, il sindaco di Firenze Matteo Renzi e l’allievo migliore di Massimo D’Alema, deputato per più legislature Gianni Cuperlo . Ritirati ormai dal parlamento (ma non dalla politica, sia chiaro) i vecchi capi-corrente da D’Alema a Veltroni a Marini si sfidano uomini che hanno età dai quaranta (o poco meno) ai cinquant’anni. Una nuova generazione, possiamo dire.
Ma si è determinata una situazione per molti inaspettata e che soltanto oggi Massimo Franco ha notato sul Corriere della Sera, tra i tre competitori per la massima carica nel partito, due provengono dal partito popolare e uno soltanto, Cuperlo,viene dal pci-pds-ds che ha preceduto la nascita del Pd nel 2007 dal matrimonio tra i popolari e gli ex comunisti.
Come si spiega un simile esito? Un partito che, nella storia italiana, è incominciato durante la prima guerra mondiale con personalità diverse ma tutte di grande rilievo come il napoletano Amadeo Bordiga, il sardo Antonio Gramsci,il piemontese Palmiro Togliatti e ha avuto un ultimo leader come il sardo Enrico Berlinguer che ancora tutti ricordano si è inaridito al punto che tra i nuovi leader due su tre derivano dalla tradizione cattolica legata al partito popolare e soltanto uno che sembra avere almeno ad oggi le minori probabilità di vincere vengono dalla tradizione, sia pure rinnovata, del comunismo italiano? Quel comunismo, diverso di sicuro da quello sovietico anche se ebbe con lui un rapporto abbastanza stretto per molti decenni, che ha avuto (questo mi sembra di poter dire da studioso di storia prima che da osservatore della politica italiana) un ruolo centrale nella lotta al fascismo e nella costruzione della repubblica?
A questi due interrogativi abbastanza stretti e connessi tra loro non è facile fornire una risposta chiara e soddisfacente.
Certo si può dire che il partito egemone nella politica italiana del secondo dopoguerra è stato proprio quello cattolico mentre quello comunista è stato per la maggior parte all’opposizione, fino a rischiare negli anni della lunga guerra fredda che ha attraversato il mondo dagli anni quaranta ai novanta addirittura di essere messo fuori legge e di sparire dal parlamento italiano. Ma questa non è, a mio avviso, l’unica spiegazione convincente che si può e si deve dare.
Forse è necessario ricordare che il parito comunista, in quanto partito pesante nato negli anni delle guerre e dei fascismi, ha avuto metodi di selezione dei quadri e dei leader, molto più vecchi e macchinosi di quelle dei partiti occidentali e non ha favorito cambiamenti rapidi nei gruppi dirigenti paragonabili a quelli intervenuti nei partiti occidentali negli ultimi cinquant’anni. Questa ulteriore ragione mi sembra più importante, se si aggiunge anche – ed è il caso di farlo – che il pci ha sofferto molto per la crisi dell’Unione Sovietica e dell’intero mondo comunista che ha condotto in Russia al dominio di un personaggio come Putil e in Cina a un capitalismo di nuovo genere di cui non è facile ancora prevedere i successivi sviluppi. Di qui il prezzo pagato dagli eredi del PCI nel nuovo partito e la possibile preminenza di politici che provengono dal cattolicesimo democratico piuttosto che dal comunismo italiano.

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