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I fedelissimi e il nuovo Psi

 

Era un po’ di tempo che nella politica quotidiana della nostra povera repubblica non rispuntava più la divisione tra “moderati” e “giustizialisti” introdotta dalla destra berlusconiana nell’età populista che dal 1994 domina – quasi ininterrottamente – la nostra vita politica. E non è senza significato che sia un personaggio, molto noto alle cronache giornalistiche ma anche alla storia dei governi di pentapartito negli anni ottanta, come l’ex ministro e deputato barese Rino Formica (all’azione del quale si dovette, è il caso di ricordarlo, la caduta del secondo governo Spadolini)  che, a suo tempo, aveva definito icasticamente  la politica come “sangue e merda”. Formica non è il solo di questi tempi a distinguere nettamente tra i due discorsi che fece Craxi in parlamento il 3 luglio 1992 e quindi il 29 aprile 1993  per fermare prima Tangentopoli che stava incominciando, quindi per scongiurare – come peraltro riuscì a fare – l’autorIzzazione a procedere richiesta contro di lui dal PCI. In effetti  la storia di allora  è diversa, come sono diversi tra loro  i reati di finanziamento illecito al partito (e quello di frode fiscale per cui è stato condannato Berlusconi) di cui fu accusato il leader socialista  anche se è indubbio, sul piano storico, che ci fu pure un rapporto personale e politico prolungato tra l’onorevole Craxi e il cavaliere di Arcore e che tutti e due avevano una concezione personalistica del potere e della politica. Chi scrive è stato sempre legato nella sua esperienza al socialismo liberale e piuttosto diffidente nei confronti del comunismo dogmatico ma, se guarda oggi soprattutto  come osservatore alla politica attuale, non può dimenticare che non solo l’ex ministro Formica ma anche l’attuale segretario del nuovo PSI  Riccardo Nencini – pure legato non da oggi al centro-sinistra – invoca, come alcuni berlusconiani il giudizio della Corte Costituzionale sulla retroattività del decreto legge Severino e tiene a distinguere la posizione del suo piccolo partito da quella del partito democratico, riservandosi  di decidere prima del 9 settembre quando è prevista la seduta decisiva della commissione parlamentare sulla decadenza cui seguirà il voto dell’assemblea senatoriale. Che cosa determina un simile atteggiamento di incertezza verso la decisione da prendere o addirittura di esitazione, che li accosta persino ai meno fanatici sostenitori di Berlusconi? C’è il timore della grande  forza mediatica del Cavaliere che continua oggi ad essere il leader nazionale più presente sugli schermi televisivi, che tanto ha contato nelle ultime elezioni politiche (come dimostrano tutte le indagini sociologiche e demoscopiche apparse negli ultimi anni) e la tendenza a porsi, come dimostra anche l’ultima intervista del segretario socialista al Corriere della Sera,in una posizione di distacco  e di neutralità legata all’ormai prevedibile vicinanza dello scontro elettorale e quindi alla visibilità di una piccola forza politica che deve sopravvivere rispetto ai partiti più grandi? Già, perché  il fatto che le elezioni ormai si avvicinino, sembra un elemento sicuro dopo il fallimento del faccia a faccia tra il capo del governo Letta e il segretario del PDL  Alfano e dunque non sarà facile per una piccola forza politica sopravvivere allo scontro frontale tra i due maggiori partiti. Resta il fatto che, per il partito democratico, tollerare di nuovo franchi tiratori in commissione  per la decadenza  o al Senato equivale non tanto a salvare il governo Letta quanto a rischiare il suicidio, chiunque sia il candidato vittorioso al prossimo congresso del partito sicchè appare decisivo per il futuro politico dell’erede dei due maggiori partiti storici del passato. Non mi sembra un rischio che gli attuali dirigenti del PD possano correre con leggerezza.

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