Sei qui:  / Blog / Rosaria Capacchione. “Temetti volessero proprio uccidermi”

Rosaria Capacchione. “Temetti volessero proprio uccidermi”

 

La giornalista senatrice sotto scorta ha testimoniato contro i camorristi e gli avvocati che nel 2008 la minacciarono insieme a Saviano e Cantone

di Arnaldo Capezzuto 

All’inizio le minacce furano velate, poi divennero esplicite. Telefonate anonime, insulti nei corridoi del tribunale, scritte ingiuriose sui muri e sulle scale della redazione di Caserta. “Ti sparo alle gambe” sussurrato al telefono dal boss… Accedeva cinque anni fa. Da allora la giornalista Rosaria Capacchione vive sotto scorta. Nel frattempo, lo scorso febbraio, è stata eletta senatrice nelle liste del Pd, ma la scorta è rimasta.

Rosaria, giornalista di cronaca nera e giudiziaria del “Mattino”, dalla redazione di Caserta ha raccontato decenni di misfatti della criminalità organizzata casertana, da quando il clan dei Casalesi, pur essendo già potentissimo e sanguinario, ancora non richiamava l’interesse degli organi di informazione di mezzo mondo.

Su quelle vicende Rosaria Capacchione ha testimoniato lunedì 25 giugno, in qualità di parte offesa, davanti alla terza sezione del Tribunale di Napoli (presidente Aldo Esposito), nel processo che vede imputati, tra gli altri, due boss di primo piano dei Casalesi quali Francesco Bidognetti (Cicciotto ‘e mezzanotte) e Antonio Iovine, e l’avvocato Michele Santonastaso.

All’origine del processo ci sono le espressioni minacciose rivolte alla Capacchione, allo scrittore Roberto Saviano al magistrato Raffaele Cantone e ad altri magistrati antimafia dall’avvocato Santonastaso.

Questi, il 20 marzo 2008, al dibattimento di appello contro i boss della cosca, parlando a nome dei due camorristi, chiese la remissione del processo per legittimo sospetto puntando l’indice contro la giornalista. Nella lettera si attribuiva agli articoli della Capacchi0ne e alla regia dei magistrati il destino giudiziario dei Casalesi. L’insinuazione era chiara: il processo sarebbe stato sottratto a un giudice garantista per colpa della cronista.

“È stata una delle poche volte che mi sono spaventata davvero. Quando ho letto che mi attribuivano la responsabilità dell’esito dei processi ho pensato: è arrivato il momento che mi ammazzano”, ha spiegato la senatrice rispondendo alle domande del pm della Dda Antonello Ardituro.

Una situazione di rischio che ebbe inizio con la fase più acuta della strategia stragista di una fazione dei Casalesi – il gruppo Setola – con l’uccisione di collaboratori di giustizia, attentati ai loro familiari e l’eliminazione di imprenditori che avevano testimoniato, anche diversi anni prima, contro gli esponenti del clan.

Le domande del pm Ardituro hanno riguardato le numerose intimidazioni che la giornalista ha subito nel corso della sua attività, sia prima sia dopo la lettura in aula della lettera del duo Iovine (all’epoca latitante)- Bidognetti. La giornalista ha ricordato che il padrino Francesco Schiavone detto Sandokan, le telefonò in redazione minacciandola di gambizzarla se non avesse smesso di scrivere sul suo conto. Ha accennato agli insulti che le venivano rivolti nei corridoi del Tribunale dai familiari degli imputati durante le pause dei processi.

E a uno strano furto avvenuto nella sua abitazione a Caserta dove i ladri non toccarono i soldi o gli oggetti di valore ma si impossessarono soltanto di una targa che le era stata consegnata da Rita Levi Montalcini. Fino alla decisione, all’indomani della istanza di remissione del processo “Spartacus”, di assicurarle la protezione da parte delle forze dell’ordine: “Da allora – ha detto – non sono più padrona della mia vita”.

Il difensore di parte ha chiesto perché non fece subito la denuncia. Rosaria Capacchione ha risposto : “C’era un problema diciamo tecnico: stavano accadendo troppe cose che non riuscivo a governare”.

AC – OSSIGENO

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE