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Soltanto il modello Bbc può salvare questa Rai

 

VERSO IL CONVEGNO DEL 2 LUGLIO AL CNEL (Art.21/Fondazione Di Vittorio) – Per cedere la tv di stato sarebbe necessaria una legge ad hoc ma il canone resterebbe Sulla Rai si dicono spesso tante cose, forse troppe e a volte anche sbagliate. Sarà perché quando si parla di viale Mazzini le chance di finire sui giornali aumentano. Così in questi giorni abbiamo letto, tra le altre cose, che si potrebbe indire un bando di gara in vista della scadenza, il 6 maggio 2016, della concessione di servizio pubblico o che il governo potrebbe ricavare dalla vendita del Cavallo più di due miliardi e mezzo di euro (ma perché Mediobanca si è interessata proprio adesso a una valutazione, o piuttosto svalutazione, del gruppo Rai, aveva poco da fare visti i suoi programmi di disimpegno o glielo ha chiesto qualcuno?).

I sostenitori della gara pubblica forse non hanno letto la legge oggi in vigore. Sul punto, in effetti, non si dice nulla, quindi in teoria questa strada potrebbe essere percorsa ma le norme dettano precise regole sulla governance della concessionaria (procedura di nomina del cda, poteri del direttore generale, indirizzi della Vigilanza, obblighi contabili ecc.). Quale società privata accetterebbe queste condizioni pur di svolgere quel servizio pubblico? Nessuna.
Veniamo adesso alla possibile vendita. Anche qui ci soccorre la Gasparri, che andrebbe sicuramente cambiata ma per altri motivi. Bene, è vero che l’articolo 21 (consiglierei a Mediobanca di leggerlo con attenzione) consente la cessione a privati ma soltanto di quote che non superino l’1 per cento, vietando peraltro patti di sindacato. Flavio Cattaneo ci provò seriamente nel 2005, in un momento di maggiore redditività del gruppo, ma quale privato avrebbe investito denari in una situazione di perenne marginalità? E, infatti, nessuno si fece avanti. Anche per vendere la Rai ci vorrebbe, dunque, una nuova legge. Chi, infine, pensa che togliendo di mezzo la Rai si eliminerebbe il canone sappia che, anche se fosse possibile affidare la concessione del servizio pubblico radiotelevisivo a un altro editore, il canone si continuerebbe a pagare ugualmente.
Credo che il dibattito che si è aperto sul tema del rinnovo della concessione debba essere più rigoroso e bene ha fatto “Articolo21” a organizzare una giornata di riflessione il prossimo 2 luglio al Cnel. Ci saranno esperti e sono annunciati i neoministri Zanonato, Catricalà, che sulla gara avrebbe comunque avuto un ripensamento, e i vertici Rai che di gara non vogliono sentir parlare.
Il rinnovo della concessione è un’opportunità da non perdere. Farebbe un grave errore chi lo considerasse soltanto un atto amministrativo. Se si avviasse, invece, un percorso serio e non condizionato dagli interessi dei partiti, essendo un vero e proprio contratto le cui clausole non possono essere eluse, potrebbe avere effetti molto positivi sulla qualità dell’offerta e sulla conduzione di un’azienda culturale che resta, al di là del giudizio che ognuno di noi può dare, la più importante, con alte funzioni di garanzia, in un paese come il nostro che non brilla certo per severità nella normativa antitrust del settore o nella regolamentazione del conflitto d’interesse.
Da sempre sostengo che almeno su questo tema il governo dovrebbe una buona volta seguire l’esempio anglosassone e affrontare il problema della concessione con lo stesso spirito e con lo stesso metodo con i quali Oltremanica si procede al rinnovo della Royal Charter per la Bbc.
Il procedimento di revisione è complesso e dura mediamente tre anni, gli stessi che mancano al rinnovo qui in Italia, ma dal 1927 a oggi ha contributo a rendere la tv inglese un modello nel mondo. Il rinnovo della Royal Charter costituisce, infatti, l’occasione per una riflessione approfondita sul servizio pubblico, sui nuovi scenari tecnologici e su come la Bbc deve contribuire all’evoluzione e alla crescita, anche economica (nel Regno Unito è veramente il motore dell’industria dell’audiovisivo e l’avanguardia dell’innovazione tecnologica) oltre che sociale e culturale, del paese.
Allora vediamo come si comportano gli inglesi e facciamone tesoro. Intanto, vi sono coinvolti tutti i soggetti interessati: la stessa Bbc, il governo, il parlamento, l’Ofcom, che è l’autorità di controllo su radio, tv e telecomunicazioni, il pubblico e le associazioni (qui, si direbbe la società civile). Alla Bbc è affidato il compito di elaborare un rapporto con le proposte di revisione della missione, delle strutture, dell’organizzazione, dei suoi servizi, dell’offerta e sulla metodologia di misurazione del cosiddetto “Public Value”; parlamento e governo si occupano di studiare le modifiche in relazione a quelle che sono definite “le nuove priorità nazionali”; l’Ofcom valuta l’impatto della nuova convenzione alla luce dei futuri scenari tecnologici e di mercato; le associazioni di categoria, cioè sindacati, produttori, giornalisti, autori ecc., vengono consultate per esprimere un giudizio su come la Bbc ha operato e per formulare proposte su quale deve essere il suo ruolo futuro e soprattutto sulle modalità di esercizio (qualità, creatività, sperimentazione, innovazione ecc.); anche gli abbonati (cioè i radioascoltatori e i telespettatori) sono invitati a partecipare all’iter di formazione della nuova convenzione con riunioni pubbliche o attraverso trasmissioni dedicate, forum e sondaggi su internet per esprimere opinioni, bisogni e aspettative.
Il Dcms, che è il ministero competente per cultura e media, nomina, infine, una commissione indipendente che assiste il ministro nella redazione del rapporto finale, “Green Paper”, nel quale sono definiti missione, obiettivi, vincoli, struttura e perimetro del servizio pubblico ma anche la modalità di raccolta e l’assegnazione delle risorse pubbliche (nel Regno Unito l’evasione del canone è quasi inesistente).
La Royal Charter è formalmente un “editto della Regina” ma nasce con il concorso e la consultazione di tutti i soggetti in campo, compresi i cosiddetti “cittadini-utenti”. È un metodo che da noi potrebbe servire anche per attenuare l’invadenza della politica visto che oggi non vi sono spazi parlamentari per modificare la legge. Credo, dunque, che valga la pena almeno di provarci perché più che essere “di tutto e di più”, la Rai deve essere di tutti.

da “Europa Quotidiano”

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