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Bologna: la zona franca dei boss

 

di Gaetano Liardo
E’ la terra di tutti, dove boss di ‘ndrangheta e di camorra coesistono e fanno affari. Ma è anche la terra di nessuno, dove le cosche non hanno alcun interesse a imporre il proprio dominio. A Bologna convivono mafiosi italiani e stranieri che, senza scontrarsi tra loro, sotto le due Torri hanno trovato un modo efficiente di arricchirsi. Nell’ultima relazione della Dna il concetto è espresso chiaramente: «Le infiltrazioni sono generalizzate da parte, soprattutto, sia della criminalità calabrese che di quella campana, senza che alcun potere mafioso ben determinato, sia dal punto di vista della provenienza territoriale che dal punto di vista più squisitamente criminale, possa dirsi che domini in Bologna».

Una realtà criminale, quella presente nel capoluogo dell’Emilia-Romagna, del tutto differente rispetto a quella esistente nelle vicine province emiliane. A Modena, Parma, Reggio-Emilia e Piacenza è forte e marcata la presenza della ‘ndrangheta, arrivata al seguito della massiccia migrazione calabrese. Tanto radicata è la presenza delle ‘ndrine, e tanto peculiare è il loro modus operandi, che la Dna parla di un’altra ‘ndrangheta che delocalizza in Emilia.

A Bologna, e in parte nella Romagna, la situazione è diversa. Non c’è un gruppo criminale egemone, e gli stessi boss non sembrano avere smanie di dominio. «La coesistenza – scrive la Dna – è il segnale della mancanza d’interesse a controllare il territorio, ad instaurare stabili rapporti e collegamenti con l’altro da sé (politica, economia, finanza e quant’altro) ma, disponendo di una piazza interessante, ricca, variegata, il crimine opera nell’area, sfruttandone le potenzialità». La zona franca di Bologna attira i trafficanti di droga e quelli di esseri umani, i riciclatori di proventi illeciti, quanti investono nel gioco d’azzardo, anche ad altissimo livello.

Nel giugno del 2012 Roberto Pennisi, sostituto procuratore della Dna e autore della relazione sull’Emilia-Romagna, ha espresso gli stessi concetti davanti alla Commissione parlamentare antimafia. «In questo territorio – commenta parlando di Bologna – si assiste ad un coacervo di operazioni criminali che tante volte non si e` in condizione di classificare, operazioni criminali che si manifestano soprattutto attraverso gli effetti economici dello svolgimento delle azioni delittuose».

Un esempio per tutti è quello di Vincenzo Barbieri, referente per la potente cosca Mancuso di Limbadi. Barbieri, poi ucciso nel 2011 in provincia di Vibo Valentia, in città è attivo nella compravendita di grosse strutture immobiliari (palazzi, hotel, etc). I riflettori sul suo conto vengono realmente accesi soltanto dopo il suo omicidio. Parlando del caso specifico alla Commissione antimafia, Pennisi specifica che: «Si tratta di attività che possono vedere un tale Barbieri Vincenzo, ad esempio, esercitarsi nella compravendita di grossi insediamenti immobiliari, strutture alberghiere o strutture del divertimento, senza che si capisca di che cosa si tratta fino a quando Barbieri Vincenzo non viene violentemente soppresso; a quel punto si scopre che, in realtà, il personaggio era collegato alle più importanti e pericolose centrali del narcotraffico, tutte ovviamente di origine calabrese e di marca ‘ndranghetista (così come l’origine del Barbieri, nativo della provincia di Vibo Valentia) e ovviamente collegate con le centrali estere del narcotraffico, soprattutto sudamericane, narcotraffico che era poi la causa, l’origine della disponibilità di questi grandi proventi».

Qui, inevitabilmente, entra in gioco il tipo di attività d’indagine svolta dalla Dda di Bologna, e più in generale la strategia di contrasto posta in essere nel centro-nord Italia. Infatti, e il caso Barbieri ne è un esempio calzante, è difficile contrastare la presenza mafiosa nelle regioni dove le cosche non sono nate ma si sono radicate nel tempo. Bologna in questo non fa eccezione. Il motivo è da individuare nel tipo di azione che i boss esercitano al di fuori di Calabria, Campania e Sicilia. Se l’obiettivo non è quello del dominio territoriale, condizione essenziale nelle regioni d’origine, ma quello di arricchirsi ripulendo proventi illeciti esercitando una presenza “discreta”, è difficile applicare il 416 bis, la norma relativa all’associazione mafiosa.

«Anche nel distretto bolognese – si sottolinea nella relazione della Dna – ci si è posti il problema comune a tutti i Distretti dell’Italia Settentrionale in cui si aveva consapevolezza della presenza di manifestazioni criminali di tipo mafioso facenti capo a sodalizi non autoctoni, bensì aventi matrice in altre regioni d’Italia, ovverosia quelle di origine delle tradizionali mafie (Sicilia e Calabria), e della camorra (Campania). Se, cioè, riservare alle Procure Distrettuali di tali territori la competenza a procedere per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. nei confronti dei soggetti che davano luogo al Nord a condotte sussumibili nella detta fattispecie utilizzando il potere che derivava dalla loro appartenenza a (e provenienza da) sodalizi esistenti ed operanti al Sud, perseguendo invece le ulteriori condotte delittuose, aggravandole ai sensi dell’art. 7 DL 152/91, ovvero affrontare e perseguire, ricorrendone i presupposti, il fenomeno anche nella sua essenza».

Un problema non secondario perché non consente agli inquirenti di poter contrastare in toto le organizzazioni criminali attive in Emilia-Romagna, ne complica le indagini e spesso vanifica il loro operato. Lo stesso concetto Pennisi lo aveva esposto ai componenti dell’Antimafia. «(Le organizzazioni criminali, ndr) effettivamente si mettono su attività apparentemente lecite, ma che lecite non sono proprio perchè alimentate in maniera illecita e, soprattutto, perchè hanno una finalità illecita, quella tipica delle organizzazioni criminali, cioè far scomparire il resto della concorrenza, aggredire il territorio, neutralizzare gli avversari dal punto di vista imprenditoriale. Non c’e` una competizione libera. Non c’e` uno scontro tra imprese diverse che si contendono il mercato con gli strumenti civili. Ora – sottolinea – tutto questo rende estremamente difficile l’attività di indagine. Soprattutto, bisogna sapere anche cosa cercare. Bisogna avere consapevolezza, in questi territori, di dover svolgere le indagini in maniera diversa da come si svolgono in Calabria o in Campania perché, pur essendo le stesse organizzazioni criminali, nei territori diversi si manifestano diversamente».

Nel caso bolognese, quindi, i clan sono riusciti a creare la propria zona franca, inquinando vasti settori dell’economia legale, agendo in modo diverso da come agirebbero nel casertano piuttosto che nel reggino. Con “discrezione” e senza azioni eclatanti, ma con lo stesso obiettivo: moltiplicare la propria ricchezza.

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