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La Croazia si prepara a entrare nella UE. Forse

 

“La questione della Ljubljanska Banka e della ratifica del trattato di adesione della Croazia all’ Unione Europea è senza dubbio un problema  serio. Può accadere che a causa della crisi politica la Slovenia non riesca a risolverlo entro il primo luglio e che la Croazia di conseguenza non possa entrare nell’UE. E se ritarderà questo termine è anche possibile che mai possa diventare membro a pieno titolo dell’Unione.” Va giù pesantissimo, impietoso il ministro degli esteri sloveno Karl Erjavec, leader del partito dei pensionati. Le sue parole sono una scure che incombe sulle ambizioni europeiste e l’ostentato ottimismo della sua collega croata, la liberal-democratica Vesna Pusić.
La Croazia dovrebbe entrare a pieno titolo nell’ Unione Europea  il primo luglio di quest’anno , sempre che il trattato di adesione  venga ratificato, entro quella data, da tutti i ventisette parlamenti nazionali dei paesi membri, compreso quello sloveno.  Dovrebbe. Per ora il condizionale resta d’obbligo, visto che alcuni paesi dell’UE non sembrano avere particolarmente fretta.  Apparentemente o nominalmente lo scoglio principale è ancora una volta la vicina Slovenia, la “cugina ricca” e “presuntuosa” che nell’ UE è entrata – prima delle ex repubbliche jugoslave – nel maggio 2004, dopo un complesso processo di adesione a ostacoli, quelli che l’ Italia aveva sistemato lungo il percorso  europeo della Slovenia  in nome di un recupero dei beni abbandonati in Istria, problema ridiventato attuale, per Roma e le organizzazioni degli esuli istriani, dopo la disintegrazione della federazione jugoslava. Un compromesso mediato dalla presidenza spagnola dell’UE nel 1995 aveva risolto il contenzioso, permettendo a Lubiana di associarsi, di accelerare i tempi e di entrare nell’ Unione alla grande, aderendo, solo tre anni più tardi, alla zona euro e a al gruppo di Schengen.

Poi il “percorso americano” che porta all’ UE è toccato alla Croazia, la seconda repubblica ex-jugoslava invitata a varcare la soglia di Bruxelles. Le altre, la Serbia, il Montenegro, la Macedonia, la Bosnia e, da non molto, pure il Kosovo, considerato da Belgrado ancora  una »regione« propria sotto tutela internazionale, dovranno probabilmente attendere a tempo indeterminato nel limbo di un’associazione che fa da palliativo, nell’intento di infondere speranza e motivare gli stati balcanici a un allineamento con le strategie europee. Il primo luglio quindi, dovrebbe toccare alla Croazia. Ma la Slovenia ora scimmiotta l’ Italia degli anni 90 e innalza i suoi ostacoli. Prima il contenzioso di frontiera, superato per il momento con un accordo su un arbitrato internazionale ancora da iniziare, ora invece la condizione per la ratifica di Lubiana è il ritiro della querela firmata dalle banche di stato croate e avallata dal governo di Zagabria, nei confronti della Nova Ljubljanska Banka, la principale banca di stato slovena, erede della Ljubljanska Banka, “rea” di non aver restituito ai risparmiatori croati, clienti della filiale zagabrese, i loro risparmi, andati in fumo insieme alla federazione jugoslava.

Una storia lunga e tortuosa, da risolvere, secondo Lubiana, nel quadro del negoziato e di un accordo sulla successione jugoslava. Secondo Zagabria invece bilateralmente, con un indennizzo diretto da parte dell’istituzione bancaria responsabile. Da tempo i due stati stanno negoziando in merito, apparentemente cercando un compromesso. Ma più che un negoziato sembra un gioco delle parti, dettato ora anche dalle rispettive crisi interne che ispirano in entrambi i paesi pretestuose derive nazionaliste. Le ultime fasi dell’adesione croata all’ UE hanno inasprito il contenzioso; la Croazia, convinta di essere già nell’UE e con una certa mancanza di tatto, ha buttato in faccia alla Slovenia una denuncia per oltre 160 milioni di euro da restituire ai risparmiatori della filiale croata della Ljubljanska Banka. Ma la richiesta totale va ancora più  in là e prevede altri 420 milioni di euro che la Nova Ljubljanska Banka, secondo i calcoli di Zagabria, dovrebbe alla Croazia.

La Slovenia però risponde picche, ricordando il debito delle varie repubbliche ex-jugoslave, compresa la Croazia, alle imprese slovene che lì hanno costruito, senza riscuotere, prima della dissoluzione del paese. E minaccia di bloccare la Croazia, non ratificando il trattato di adesione entro luglio, lasciando così la vicina repubblica fuori dall’ UE “per sempre”. L’escalation verbale sta toccando il punto algido proprio in questi giorni; dopo la minaccia del ministro sloveno Erjavec di chiudere definitivamente la porta dell’ UE in faccia alla cugina meridionale, è arrivata la contro-minaccia del sindaco di Fiume (Rijeka) Vojko Obrsnel, influente membro del partito socialdemocratico al potere; “ma qualcuno lo dirà agli sloveni che se ci tengono fuori dall’UE, noi li terremo lontani dall’ Adriatico?”. L’allusione mira diritta alla passione per la splendida costa croata di tanti vacanzieri e proprietari di immobili sloveni. Riesplodono i nazionalismi?
In Europa l’imbarazzo è tangibile anche se distribuito a macchia di leopardo. L’entusiasmo integratore di qualche anno fa ha lasciato il campo ad un sensibile scetticismo, e c’è chi nota che il trattato con la Croazia non è stato ancora ratificato nemmeno dall’influente Germania e dalla distratta Gran Bretagna. Qualcuno specula; Berlino non vuole sobbarcarsi un altro buco nero finanziario nei Balcani, e la recalcitrante Slovenia con i suoi niet intermittenti viene a pennello. La colpa dell’impasse sarà quindi esclusivamente delle beghe balcaniche sloveno-croate. Eppure  Zagabria ha fatto i compiti europei ineccepibilmente, ha portato a termine gran parte delle riforme richieste, ha consegnato al tribunale internazionale sui crimini nell’ex Jugoslavia  i suoi generali – considerati eroi nazionali – sospettati e accusati di crimini di guerra, ma che sono stati poi assolti. Ha persino acceso luce verde ai magistrati e alle indagini che hanno sbattuto in prigione l’ex premier e potentissimo leader del partito conservatore e nazionalista fondato dal generale Tudjman, l’ HDZ, Ivo Sanader, condannato per frode e corruzione a dieci anni di carcere.

Ha ristrutturato la mastodontica e cronicamente deficitaria industria cantietristica, finora di proprietà dello stato. Alcuni cantieri sono stati privatizzati, altri chiusi. Ma l’esempio piú rivoluzionario è quello del cantiere Uljanik -Scoglio olivi di Pola, in Istria. La privatizzazione non l’ha consegnata né ad una società straniera, né ad un tycoon di casa. L’ Uljanik è stato acquistato, non senza la compiacenza del governo di centro-sinistra, dai propri lavoratori che, con due mila euro ciascuno, sono riusciti a racimolare   un gruzzolo pesante il 58% delle azioni che sommate agli altri 12% già di proprietà dei dipendenti fanno il 70 per cento della proprietà totale. Attualmente l’ Uljanik,saldamente nelle mani degli stessi operai cantierini , motivati e organizzati in cooperativa, è fra tutte le società  cantieristiche croate quella finanziariamente più sana e in termini di produttività e di mercato la più dinamica. Un esempio per l’Europa in crisi? Chissà, forse anche questo turba e disturba qualcuno nell’Europa delle banche e dei monopoli.

Comunque lo si capirà entro la prossima estate.

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