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Mali, i rischi rimangono, per tutti

 

di Davide Maggiore
A dieci giorni dall’inizio dell’operazione ‘Serval’ in Mali, Parigi può già rivendicare le prime vittorie. Konna e Diabaly, le due località teatro dell’avanzata islamista che aveva fatto temere per le sorti della stessa capitale Bamako, sono di nuovo nelle mani delle truppe maliane, affiancate dal contingente francese. E anche le roccaforti islamiste, compresa Timbuktu – già martoriata dagli estremisti – sono bersaglio dei bombardamenti aerei. Molte testimonianze dal sud del Paese, e secondo l’agenzia transalpina AFP anche dalle località appena liberate, registrano l’accoglienza entusiasta dei civili maliani nei confronti dei soldati francesi. E alla Francia, è bene ribadirlo, va l’indubbio merito di aver evitato la possibile conquista totale del Mali da parte degli estremisti: l’intervento dell’ex-potenza coloniale è stato vitale, anche se certamente non disinteressato. Persino lasciando da parte le riserve geopolitiche, però, è ancora presto per parlare di fine dei problemi in Africa occidentale: i rischi rimangono, e nessuno ne è immune.

Rischia – certamente – la Francia: molti analisti, malgrado le tante differenze con il teatro di guerra di Kabul e dintorni (il deserto è diverso dalle montagne a cavallo del confine pakistano), hanno parlato del pericolo di un ‘Africanistan’. A preoccupare – più che la resistenza offerta sul campo dalle milizie ribelli ad un esercito organizzato – è quanto potrebbe avvenire dopo la dichiarazione ufficiale di ‘missione compiuta’: anche una guerra ‘asimmetrica’, per bande – di quelle che gli esperti chiamano ‘a bassa intensità’ – potrebbe significare un prezzo molto alto da pagare.

C’è da aggiungere – e qui sta il secondo rischio – che l’area interessata dalle infiltrazioni islamiste (crocevia di traffici illegali di ogni tipo, utilizzati dai gruppi radicali come fonte di risorse finanziarie) va ben oltre i confini di un singolo Stato: il problema di sicurezza è regionale. A riconoscerlo non è solo un politico, quale è il presidente egiziano Morsi, che proprio citando il rischio di “un nuovo focolaio di violenza” ha condannato l’intervento francese, ma anche gli specialisti dell’area.

Emblematici restano i fatti di In Amenas, l’impianto di estrazione del gas in cui gli uomini di Mokhtar Belmoktar hanno preso in ostaggio centinaia di lavoratori, riconquistato dall’esercito algerino solo a prezzo di decine di vittime tra i civili. Il sito si trova in Algeria, ma il ‘commando’ qaedista inviato dallo sceicco soprannominato ‘Mr. Marlboro’, signore della guerra e del contrabbando, potrebbe essere partito – dicono le differenti versioni – tanto dal Mali settentrionale quanto dalla vicina Mauritania.

In questo scenario, il terzo rischio riguarda la comunità internazionale, nelle sue incarnazioni continentali: l’Unione Africana, divisa quasi quanto la ‘sorella maggiore’ europea in altre occasioni, non è stata in grado di gestire la crisi con autorità, finendo inevitabilmente per lasciare campo libero ai più pronti francesi. La Cedeao – Ecowas, il blocco degli Stati regionali, ha promesso nel corso dei mesi una quantità crescente di truppe (da 3300 è passata a quasi 6 mila), ma nei fatti tarda a dispiegarle, anche per problemi di natura finanziaria. Le istituzioni sovranazionali, a guerra ancora in corso, sono insomma già nel campo degli sconfitti.

Rischiano poi, in questa guerra transfrontaliera, anche i civili: innanzitutto quanti – e sono ormai diverse centinaia di migliaia – hanno dovuto abbandonare le loro case nel Nord per raggiungere Bamako, dove spesso manca loro quasi tutto, o addirittura i Paesi confinanti (Niger, Mauritania, Burkina Faso), ancora alle prese con gli effetti della carestia. Ma lo scenario, come è facile immaginare, è pesante anche per quanti si trovano nei territori dove si svolgono le operazioni militari.

Human Rights Watch – da sempre in prima linea nel denunciare gli orrori perpetrati dagli islamisti – ha reso noto negli scorsi giorni che anche le forze di sicurezza maliane avrebbero commesso abusi nei confronti della popolazione. A subirli – anche secondo molte voci provenienti dalle rispettive comunità – sono stati soprattutto cittadini di etnia araba e tuareg. E proprio per gli ‘uomini blu’, paradossalmente, la guerra rischia di non cambiare nulla. Era stata la loro rivolta a dare inizio alle ostilità, ma le ambiguità di una parte del movimento (Ansar Eddin, guidato dall’islamista Iyad ag Ghali) hanno portato anche i nazionalisti laici del Mnla a confondersi nel magma degli ‘insorti’. Qualche osservatore già si spinge a prevedere che, terminata l’emergenza, ben poco verrà fatto per mettere fine alla storica emarginazione di queste popolazioni. Uno scenario – estremamente pessimistico – che sembra al momento non poter essere smentitio dalle forti divisioni che paralizzano la classe politica maliana e anche l’ala governativo-militare, impersonata dal golpista capitano Sanogo.

Con l’intervento francese l’attenzione si è spostata da Bamako al campo di battaglia, e le notizie politiche sembrano per ora riassumersi in un ‘niente di nuovo dal fronte meridionale’. C’è però da chiedersi cosa gli attuali governanti sapranno fare quando saranno di fronte al compito di gestire un Paese auspicabilmente sicuro, libero e riunificato. I due colpi di Stato avvenuti nel 2012 non costituiscono un precedente incoraggiante.

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