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Mito e menzogna della «primavera araba»

 

Pubblichiamo di seguito l’ampia riflessione dello storico Franco Cardini, scritta per la rivista mensile Confronti, numero di dicembre
di Franco Cardini
Cosa vogliono le popolazioni dei paesi islamici? Ce l’hanno o no con noi? Chi li guida, chi li inganna, chi li sobilla? Vogliono la democrazia e la «modernità»? Ma quale? La nostra? Quella che abbiamo tentato di «esportare» in Iraq e in Afghanistan? L’analisi dello storico Cardini su ciò che accade in quelle realtà.

Nel febbraio del 2011 mi trovavo per alcuni giorni in Marocco, insieme con alcuni colleghi europei ed arabi. Leggevo i giornali europei e constatavo che molto suonava falso, che molto non tornava. Si parlava della «primavera araba», là non ancora arrivata. Qualche giorno prima del 20 febbraio, mi avvertirono che in quella data si sarebbero mossi anche i marocchini: a Rabat, a Fez, a Casablanca, forse anche a Marrakesh e a Tangeri. Tutto si sarebbe svolto, mi si assicurava, con maggior ordine e con minor durezza che non altrove. «Il Marocco non è l’Egitto», mi dicevano: qui la gente è più disciplinata e la situazione sociale, politica ed economica migliore. Ma era anche gente più dura, e la situazione etnica era e resta complessa – come in tutto il Maghreb – per via delle minoranze berbere. Quel che noi abbiamo semplicisticamente colto come tensione politica e religiosa, in buona parte del Nordafrica era ed è anche etnica e tribale: lo si è visto in Libia. Ma insomma: che cosa è successo, che cosa sta forse ancora succedendo?

Da noi, i media sono stati in evidente difficoltà nel comprenderlo e, peggio ancora, nello spiegarlo. I due elementi che parevano emergenti si mostravano altresì, quanto meno se tradotti nel linguaggio divulgativo con cui si cerca di affrontare la politica internazionale, contraddittori. Da una parte, si diceva, questa gente ha voglia di «democrazia», di «entrare nella Modernità». Dall’altra, si temeva che essa si facesse plagiare e conquistare dai «fondamentalisti» o addirittura cedesse alla violenza o al ricatto di al-Qaeda.

Cominciamo allora a far giustizia di quello che a lungo è stato un colossale e infondato luogo comune, almeno fino a che ha fatto comodo, prima di dissolversi quasi come neve al sole nel momento – e nella misura – in cui i cosiddetti fondamentalisti, bestie nere dell’opinione pubblica occidentale dal 1979 (l’anno dell’ascesa al governo in Iran dell’imam Khomeini) e più ancora dal 2001, l’anno delle due Torri, venivano riassunti nei ruoli di alleati del «nostro Occidente», come si è visto in Libia e quindi in Siria e come del resto era già vero ad esempio in Afghanistan dai primi anni Novanta sino alla crisi di rapporti avviata verso il 1995 a causa dei sorgenti dissapori fra i talebani dell’Afghanistan e la californiana multinazionale del petrolio Unocal.

Il colossale luogo comune è «al-Qaeda»: che non esiste. Non che non ci siano – intendiamoci – maggiori o minori centrali di terrorismo nel mondo musulmano. Il punto è che sia i musulmani più estremisti e antioccidentali sia le fonti politiche e informative occidentali meno inclini all’intesa o al dialogo si sono da tempo appropriati con paradossale concordia di questa specie di «iperleggenda metropolitana internazionale» dei giorni nostri. Nata come pura e semplice espressione convenzionale («al-Qaeda» significa «base») per indicare una ventina di anni or sono, al tempo della prima guerra del Golfo, qualunque gruppo o gruppuscolo terroristico in grado di appoggiare alla sua azione militare un minimo di propaganda politica, la parola ha finito col venir usata in senso intimidatorio sia dai terroristi per intimidire i loro avversari sia dai fautori della repressione indiscriminata per allarmare le rispettive opinioni pubbliche spingendole a credere che tutti i musulmani non filo-occidentali fossero dei fondamentalisti, che tutti i fondamentalisti fossero terroristi e che tutti i terroristi fossero collegati tra loro da un’istituzione politico-militare coordinatrice comune e da una generale concordia d’intenti. Al-Qaeda, in questa sorta di costruzione mitopoietica, è divenuta qualcosa di molto simile all’organizzazione Spectre dei film di 007 di alcuni anni fa o di quello che nell’Europa dei secoli XII-XIII fu il mito del «Veglio della Montagna» e della «Setta degli Assassini». Siamo davanti a un mostro immaginario che ricorda da vicino le organizzazioni di congiurati cari fin dal Sette-Ottocento alle varie «teorie del complotto»: Umberto Eco ne ha parlato ne «Il cimitero di Praga». Al-Qaeda somiglia ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion.

Sulla scorta poi di alcuni equivoci e di una buona dose di manipolazioni – delle quali sono responsabili anzitutto i «servizi» statunitensi – si andò creando l’immagine di al-Qaeda come una sorta di organizzazione centralizzata, piramidale, gerarchica, con i suoi programmi e i suoi quadri dirigenziali. All’equivoco alimentato dai servizi si aggiunsero anche quelli voluti da molti degli stessi gruppi terroristici, che cominciarono ad arrogarsi l’etichetta «fortunata» e a rivendicare nel suo nome attentati e azioni varie. La costruzione della mitologia alquaedista serviva e serve agli «opposti estremi»: ai servizi e ai settori dell’opinione pubblica legata agli ambienti oltranzisti, che intendono così giustificare misure repressive e spese del pubblico denaro; e agli ambienti terroristici – in perenne lotta tra loro, e discordi su quasi tutto in una fitna (scontro interno) infinita – che intendono così guadagnare credito e rendere più temibile, con tale mossa propagandistica, la loro azione. Ciò fu già denunziato fin dal 12 gennaio 2003 in un articolo di Jason Burke uscito sull’Observer, mentre il 19 luglio 2008 Marc Sageman – figlio di un sopravvissuto all’Olocausto e tra i principali esperti del City police departement di New York – si esprimeva in termini analoghi in un’intervista raccolta da Christopher Dickey su Newsweek. L’opinione che al-Qaeda, come organizzazione coerente, non esista, è stata sostenuta con forti argomenti da Adam Curtis in un documentario che il 18 gennaio 2005 fu diffuso dalla Bbc. A tutt’oggi, nonostante le ripetute notizie sulla cattura o l’uccisione di leaders di al-Qaeda, nessuno ha mai fornito prove obiettive a proposito dell’organizzazione, dei suoi strumenti, delle sue sedi, del suo apparato. Che credere nella sua esistenza serva ai nostalgici di G. W. Bush jr. e agli orfanelli dell’ingegner Bin Laden, non prova nulla.

Si fa presto a dire «fanatici»

Tutto ciò, intendiamoci, non significa che non esistano i terroristi: ci sono eccome, e alcuni tra i loro gruppi sono in cerca di alleanze tattiche o strategiche. Ma in linea generale essi fanno parte del complesso panorama della fitna che coinvolge da anni l’intero mondo musulmano: tra moderati ed estremisti, tra estremisti di opposte scuole, tra sunniti e sciiti, fra tradizionalisti e fondamentalisti, fra tradizionalisti e fondamentalisti da una parte e «progressisti-moderati» dall’altra.
E allora noi scopriamo di essere riguardo a queste cose dannatamente ignoranti e disinformati. Eppure, di mondo arabo e d’islam si parla tutti i giorni, da un trentennio almeno. Che cosa ci è successo? Che cos’è andato storto? Chi aveva il dovere di farci capire un po’ meglio le cose come stanno e non lo ha fatto? Ma soprattutto, insomma, in questo benedetto mondo arabo che cosa vuole «la gente»? Ce l’hanno o no con noi? E perché? E chi li guida, chi li inganna, chi li sobilla? Si sono ribellati in tutto il Nordafrica contro regimi inetti, corrotti e violenti. Sapevamo che tali regimi erano tali. Ciò significa che gli arabi vogliono la «democrazia»? Certo. Ma quale? La nostra? Quella che abbiamo tentato di «esportare» in Iraq e in Afghanistan? Se si ribellano contro delle dittature in nome della democrazia, non possiamo non riconoscerli come nostri fratelli. Il punto però è che quei dittatori che hanno già rovesciato, come Ben Ali, Mubarak e poi lo stesso Gheddafi, sono stati a lungo non solo nostri amici e alleati, ma perfino, e anzi soprattutto, soci in affari: dal petrolio alle società per azioni alle banche. Qualcuno aveva perfino coniato la neoparola «democratura» per definire i loro regimi: dittature sì, ma che a livello mondiale appoggiavano la democrazia. Stavano proprio così, le cose?

Prendiamo l’Egitto e i «Fratelli musulmani». Agiscono in quel paese dagli anni Trenta; sono stati un formidabile strumento di lotta anticolonialista, ma sostenevano la loro azione con la ferma sicurezza che solo all’interno dell’islam i popoli musulmani avrebbero potuto trovare la loro strada verso la «modernità». Il regime arabo-socialista di Nasser e i dittatori militari «moderati» che gli hanno tenuto dietro (moderati in senso internazionale, in quanto amici dell’America e non avversari giurati d’Israele) li hanno duramente e ferocemente perseguitati.

Ora, che i Fratelli musulmani abbiano avuto e abbiano una posizione moderata, incline al confronto con le istituzioni e all’accettazione dei metodi della democrazia rappresentativa, è cosa ampiamente trattata e dimostrata da H. al-Awadi, «In pursuit of legitimacy. The Muslim Brothers and Mubarak» (Tauris, London-New York 2004), quindi da B. Rutherford, «Egypt after Mubarak» (Princeton University Press, 2008) e più recentemente dal fondamentale «I Fratelli musulmani nel mondo contemporaneo», a cura di M. Campanini e K. Mezran (Utet, Torino 2010). Ovviamente, in un’organizzazione vasta e ramificata le correnti sono molte e non mancano quelle radicali: ma il mainstream dell’organizzazione ha abbracciato una linea molto moderata, come dimostrano i due partiti fondati dai Fratelli musulmani in Egitto («Giustizia e libertà») e in Tunisia, dove il leader Rashid Ghannusi, che sotto Ben Ali ha subito trent’anni d’esilio, al suo ritorno ha immediatamente costituito un partito che sta agendo con grande correttezza, al-Nahda. Dei Fratelli musulmani ha parlato più volte in termini favorevoli lo stesso quotidiano della Cei, Avvenire, sottolineando come essi si siano sempre opposti alle violenze contro i cristiani copti e al trattamento discriminante contro i cristiani. Le debolezze e le contraddizioni dei Fratelli musulmani sono invece rilevate con attenzione e dottrina da A. Elshobaki, «Les Frères Musulmans des origines à nos jours» (Karthala, Paris 2009).

Ma tutto ciò è stato e continua ad essere allegramente ignorato dai nostri media e dai nostri politici, tutti o quasi pervicacemente pronti a giurare che in fondo si tratta, nonostante i fatti recenti, di pericolosi e fanatici «fondamentalisti». All’inizio delle «primavere arabe», vi sono stati movimenti spontanei e generosi dall’Algeria alla penisola arabica: movimenti contro regimi che, laici o «tradizionalisti» che siano (dai militari algerini agli emiri arabi), erano e restano alleati delle potenze occidentali e funzionali al business delle multinazionali. In tal caso, il «nostro Occidente» ha lasciato soffocare queste rivolte o queste istanze nel sangue senza batter ciglio e senza lasciar che nulla o quasi trapelasse nei nostri media. Altrove si ammazzava, s’imprigionava e si torturava: ma da noi tutto ciò si nascondeva sbattendo in prima pagina il «mostro» siriano Assad. A chi si ostina ancora e nonostante tutto a credere nelle favole dell’esportazione della democrazia sarebbe consigliabile per esempio la lettura di K. Basu, «Elé Belè. L’India e le illusioni della democrazia globale» (Laterza, Roma-Bari 2009), e magari perfino dell’ormai invecchiato saggio di Amartya Sen sulle «democrazie degli altri», che peraltro mi sembra piuttosto debole, ma che può servire per cominciare a porre i problemi. Ciò, se non altro, per evitare di citare tra le democrazie e le semidemocrazie «riuscite» il triste caso iracheno, dove il tentativo di «importare la democrazia» si è risolto in sette anni di occupazione militare straniera, una serie di elezioni truccate, una lotta feroce tra sunniti e sciiti e perfino l’affacciarsi di una violenza anticristiana prima del tutto inesistente.

Un problema di giustizia distributiva

Arrivati a questo punto, e prima di procedere, cerchiamo di capire una cosa importante che di solito ci viene nascosta e sulla quale non usiamo riflettere. Questa gente, gli «arabi», ci conosce ormai bene: molti di loro hanno parenti che vivono e lavorano tra noi, quasi tutti vedono i nostri canali tv e moltissimi navigano in internet. Ci sono molto vicini: troppo, per non rendersi conto che la nostra prosperità, inarrivabile per loro, poggia in gran parte sulle ricchezze che noi dreniamo dal loro mondo e sul loro lavoro come manodopera. Questo è il punto da capire e da discutere. Non il fanatismo religioso, ma la sperequazione economica; non la libertà di pensiero, ma la ridistribuzione delle ricchezze. Siamo maturi per affrontare questo problema in modo non miope e non egoistico?

Perché, sia chiaro, in quest’ordine di problemi la cosa fondamentale è la sperequazione economica, anzi l’ingiustizia: fattore fondamentale esattamente come l’assenza di libertà di pensiero, che le potenze occidentali – che tanto insistono per pretenderla in Siria e in Iran – non si sono mai curate di chiedere fosse rispettata nei casi dell’Arabia Saudita, degli emirati, dell’Algeria, per l’ottima ragione che i governi tirannici e corrotti di quei paesi, «religiosi» (!) o «laici» (!) che siano, sono buoni partners economici e anche politici. È ovvio che, al di là del fantasma di una democrazia che taluno pretende perfetta e che naturalmente è la nostra, anche se da noi non ci crediamo più, ogni popolo dovrebbe trovare la «cifra» politica che meglio gli è adatta (per cui è assurdo pretendere che tutti seguano i nostri modelli nel momento stesso nel quale noi siamo i primi a trovarli desueti). Ma sta di fatto che la libertà politica nasce sempre dallo sviluppo compiuto o dalle rivoluzioni imposte dalle classi medie, proprio quelle che nel mondo arabo-musulmano non sono mai riuscite ad emergere non a causa dell’islam, bensì per colpa delle malefatte del colonialismo prima, e poi dei regimi postcoloniali, strumentalizzati fino agli anni Ottanta dai giochi della Guerra fredda e poi del neocolonialismo messo in atto dalle istanze «neoconservatrici» statunitensi. Il vero problema è politico e morale; è un problema di giustizia distributiva oltre che di libertà di pensiero; il fanatismo religioso non c’entra. Da noi, le «primavere arabe» sono state precipitosamente interpretate nel senso che faceva più comodo, come una richiesta generalizzata di libertà intesa all’occidentale. Pochi si sono chiesti se per caso esse non fossero piuttosto, almeno al loro inizio, un sia pur ingenuo e maldestro tentativo di rivolta contro l’ordine capitalistico mondialista, quello delle lobbies multinazionali e delle potenze che hanno accettato per decenni, Stati Uniti d’America in testa, di esserne il gendarme.

Insomma: credo che le incaute speranze e gli ancor più incauti entusiasmi per le cosiddette «primavere arabe» si siano ormai volatilizzati, soprattutto in seguito alla vicenda che ha coinvolto Gheddafi in Libia. Gheddafi è stato un tiranno a lungo tollerato e perfino adulato dagli occidentali, finché questi, soprattutto i francesi e i britannici, non hanno cominciato ad accorgersi che egli stava rompendo le uova nel paniere ai loro interessi africani, opponendosi contemporaneamente alle speculazioni di alcune multinazionali nei lucrosi campi dell’acqua e della telefonia in quel martoriato continente. Allora, le coscienze democratiche degli europei si sono repentinamente risvegliate: e la Nato si è affrettata a una «manovra d’interposizione» a senso unico tra il colonnello e i ribelli di Bengasi, promossi «patrioti» e «democratici» sul campo.

Già alcuni mesi or sono, alcune di quelle vere o supposte «primavere arabe» erano state tacitamente e brutalmente soffocate dal Marocco alla Giordania al Bahrein allo Yemen all’Arabia Saudita, alcuni governi dei quali – e gli organismi mediatici che essi finanziano – sostengono invece decisamente i gruppi fondamentalisti, che in Siria hanno animato, se non addirittura egemonizzato, la rivolta. Infine – a parte l’iniziale «caso» tunisino, che aveva forse preso in contropiede sia i governi che gli imprenditori occidentali – la rivolta si è invariabilmente indirizzata contro i paesi musulmani retti da quei regimi che noi, impropriamente, definivamo «laici». Nemmeno uno dei ricchi e feroci tirannelli degli emirati, che il petrolio e il turismo hanno ormai reso arciopulenti e che sono interlocutori preziosi delle banche e delle lobbies occidentali, è stato rovesciato, mentre, fra i regimi arabi «laici», quello dei militari algerini è rimasto indisturbato nonostante il responso negativo delle urne.

Quanto alla Libia, i tragici fatti di Bengasi nei quali è restato ucciso un diplomatico statunitense sono piuttosto eloquenti e gettano un’ombra inquietante sia sulla leggerezza con la quale in passato, pur di rovesciare Gheddafi, si sono sostenuti i gruppi fondamentalisti, sia sul trend statunitense degli ultimi mesi di ricreare l’atmosfera da luna di miele tra gli Usa e i fondamentalisti sunniti.

Il caso siriano

Quanto detto fin qui è necessario per aiutarci a capire in modo più obiettivo e ragionevole ciò che sta accadendo in Siria. Lo Stato siriano è dominato dal regime monopartitico del partito Baath («rinascita»). Dal 1970, il potere è prima nelle mani della famiglia del generale Hafez el-Assad, e poi del figlio Bashar. Hafez el-Assad era un uomo duro (tristemente celebre la repressione dei ribelli sunniti a Hama, nel 1982). Sotto altri aspetti, tuttavia, gli osservatori internazionali sono finora stati concordi nel sottolineare alcuni caratteri positivi del governo di Bashar, che non ha ereditato la spietatezza paterna. Lo stato sociale siriano si è distinto per il buon funzionamento, per le strutture pubbliche e per il sistema di welfare, nettamente migliore rispetto a quello della maggior parte dei paesi del Vicino Oriente. Per una più corretta comprensione della situazione della Siria di oggi, bisogna valutare anzitutto quattro cose. Primo: dagli anni Sessanta, la Siria è stata la più costante, sicura e valida interlocutrice-alleata, nel Vicino Oriente, prima dell’Urss e poi della Russia. Secondo: il governo di Assad, di famiglia alawita, controlla un paese che è al 75% di osservanza sunnita (gli alawiti, non più dell’11%, costituiscono piuttosto un gruppo «sciita-ereticale»). Terzo: essa fin dal 1979 è sempre stata in buoni rapporti con il governo della repubblica islamica dell’Iran, paese sciita. Quarto: essa è stata profondamente ferita nella sua vita politica ed economica dall’annessione israeliana del Golan, con relativo sfruttamento delle sue risorse idriche, che ormai appare irreversibile nonostante le risoluzioni dell’Onu al riguardo.

Bisogna inoltre considerare che, con i «venti di guerra» che sembrano soffiare tanto dai paesi arabi e sunniti del Golfo (Arabia Saudita e Qatar) quanto da Israele contro l’Iran (e la posta in gioco dei quali non è la risposta alla «minaccia nucleare iraniana», che non esiste, bensì la volontà di eliminare l’Iran dal mercato del petrolio in Asia orientale per sostituirlo con i paesi arabi), l’eliminazione del governo baathista siriano indebolirebbe il governo iraniano e ridurrebbe l’influenza della Russia nel Vicino Oriente. Da qui, l’appoggio dei regimi dei paesi arabi sunniti (alcuni dei quali – come per esempio il Bahrein, il Qatar e l’Oman – hanno al loro interno delle «minoranze» sciite, nei confronti delle quali seguono una linea politica ferocemente repressiva) al cosiddetto «esercito di liberazione» siriano (Esercito libero siriano – Els, ndr), che è in realtà una complessa galassia di gruppi comprendente anche molti volontari non siriani, impegnati nella jihad sunnita.

Per accelerare al massimo la soluzione del conflitto, occorrerebbe un accordo internazionale e non l’invio di una Forza Onu/Nato a sostegno dei ribelli – come è stato fatto in Libia, con le conseguenze che tutti conosciamo – al quale, per il momento, si oppone la Russia con il suo veto al Consiglio di sicurezza. Da noi è passata sotto silenzio la lettera con la quale Kofi Annan, come inviato speciale delle Nazioni Unite nella Siria sconvolta dalla guerra civile, ha denunciato il fatto che «si è insediata in Siria una forza terroristica, ostile a ogni mediazione» e ha smascherato la speculazione mediatica sul famoso massacro di Hula, precipitosamente – e, a quel che pare, ingiustamente – attribuito alle forze governative. Non si tratta di isterico complottismo antiamericano, si tratta della più che ragionevole ipotesi che, alla base dell’impegno teso a eliminare il governo baathista, ci sia la volontà, da parte di alcuni ambienti statunitensi e israeliani, di portare un attacco militare diretto contro le vere o supposte installazioni nucleari iraniane.

Le primavere non sono sempre una bella stagione. I medici, al contrario, assicurano che siano pericolose. Nel medioevo, il maggio era il mese dell’amore e della guerra, il che rinvia all’eterno eros-kai-thanatos. Eugenio Montale ha descritto in una bella e terribile poesia del ’38 la «Primavera hitleriana» a Firenze. «Maledetta primavera», si cantava all’inizio degli anni Ottanta. Le «primavere arabe» hanno avuto questo, di buono: che, dopo la bella rivolta tunisina che cacciò Ben Ali prendendo di contropiede gli occidentali, non sono mai esistite.

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