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VAURO: “Satira per tempi di merda”

 

“Sciacalli” è il titolo preso in prestito da Gasparri, ma il sottotitolo, “satira per tempi di merda”, è tutto merito dell’autore: Vauro Senesi, per tutti semplicemente Vauro. Il suo libro, uscito ad ottobre, raccoglie tutte le vignette disegnate in occasione della trasmissione Servizio Pubblico, dove era, ed è, protagonista insieme agli altri due “sciacalli”: Marco Travaglio e Michele Santoro. Oltre alle altre vignette, riprese dal suo sito, vi sono alcuni scritti. Il nuovo libro è solo uno spunto da cui partire per un’intervista fiume, che parla di giornalismo, di personaggi politici e di scandali. Insomma di tutto quello che è accaduto tra novembre 2011 e maggio 2012: i primi mesi del Governo tecnico. Sono anche i tempi degli scandali che hanno travoltola Legae Bossi e quelli dell’era monotona dello spread. Tempi che, visti i Fiorito, i Formigoni e il caso Di Pietro, non sembrano essere conclusi.

Non era più facile il tuo lavoro nei tempi di m…in cui c’era Berlusconi? Festini e personaggi strani non rendevano tutto più semplice?
No, per niente affatto. Quel tempo aveva già i suoi attori caricaturali. Preferisco il sobrio Monti. La satira di solito denuda il re. Nel caso di Berlusconi il regnante era già nudo e se ne vantava. Preferisco spogliare Monti col suo loden.

Perché questo titolo?
Fu l’onorevole Gasparri a coniare questo epiteto, “sciacallo”, riferendosi a me. Fu all’indomani della mia vignetta sul terremoto de L’Aquila, quella in cui ho disegnato un uomo con una pala, davanti ad una fila di bare, con la scritta che recita “Aumento delle cubature…dei cimiteri”.

Pentito per quella vignetta?
No affatto. Mentre io usavo la satira per descrivere un’amara pagina della nostra storia, qualcun altro rideva per davvero, si scoprì dopo. Mi riferisco a chi, in quelle notti del terremoto, pensò ai propri affari da portare a termine ricostruendo la città. Sai una cosa? A me poi, gli sciacalli piacciono…perché  mordono le carogne.

Appreso che non ti sei “pentito” per quella vignetta, pensi però che la satira debba avere dei limiti?
(Ripeto due volte la domanda, sembra non afferrare quello che gli chiedo. Continua a rimandarla al mittente. Alla terza volta capisco che aveva inteso bene. Smetto di ripetere la cantilena e scoppiamo in una risata).

Report che mette alle strette Di Pietro, Grillo che chiede ai “suoi” di disertare i talk show, la Fornero che non vuole rilasciare dichiarazioni ai giornalisti, per paura dei titoloni. Ma cosa  accade al giornalismo?
Allora, distinguiamo: il giornalismo di Report fa notizia perché è un’eccezione nel mondo dell’informazione. Fa notizia per assenza di giornalismo intorno a sé. Gran parte del giornalismo rappresenta un potere viziato. Le redazioni sono spesso scuole di obbedienza e ruffianeria. Dove è finito il giornalismo classico? Prendi il caso del Ministro Fornero.

Che intendi?
Il giornalismo classico per me è quello in cui ti faccio una domanda, non mi rispondi e allora ti rifaccio la stessa domanda, finché non mi dai l’informazione che mi serve. Non è di sicuro quello dei portavoce dei politici, che tengono i microfoni, per intervistarli, al posto dei giornalisti. Non è nemmeno quello della schiera di giornalisti che è si presa la “polpetta” della Fornero, che li ha costretti a parlare della mia vignetta, quella che la ritraeva con le calze a rete, piuttosto che della Fiat, vero motivo per cui erano lì. Si sono accontentati di una notizia che avrebbe creato “rumore” e distolto l’attenzione.

Come trovi le linee guida di Grillo, tra cui quella scritta l’indomani della presenza della Salsi a Ballarò ?
Faccio anche qui una premessa doverosa. Capisco Grillo quando parla di talk show non all’altezza della vera informazione. Non piacciono neanche a me gli spazi precofenzionati. Mi piace una trasmissione in cui si costruisce il discorso insieme, in tempo reale. Al netto di questa premessa ritengo la storia della Salsi agghiacciante. Trasformare una considerazione sui media, in un divieto, è fuori da ogni logica.

Che idea ti sei fatto sul caso di Pietro e le numerose proprietà immobiliari?
Non credo ci sia molto di criminoso. Potremmo parlare di una degenerazione familiare. Il partito è nato intorno a lui, lo ha gestito come se fosse una famiglia e proprio per questo ha coinvolto i parenti nell’amministrazione (sorride Vauro). Il problema più grosso è che qui continuiamo a fare partiti politici che hanno un nome e cognome. Di Pietro ha il suo nome accanto al simbolo del partito. Grillo sta creando un altro partito-famiglia. È da Mussolini che andiamo alla ricerca di un leader. Ricordo, con piacere, sempre questa frase “nessuno da solo può incarnare un sistema di idee; un’aggregazione sì, può riuscirci.

Nella puntata di giovedì 8 novembre di Servizio Pubblico hai detto che per la prima volta saresti disposto a regalare ad un politico la tua vignetta. Ti riferivi al Ministro Fornero e alla vignetta “Ministra squillo”. Sei pronto a fare pace con lei?
Non son disposto a fare pace con nessuno. Non me ne frega niente del giudizio dei politici. Io faccio vignette sui politici, non per i politici. Il ruffiano è contro la satira, ed io non sono ruffiano nemmeno con i miei lettori. Molti di coloro che mi seguono mi criticano spesso. Prendi i grillini, che quando faccio una vignetta sul loro leader mi danno del comunista. Pensi che me ne freghi? A parte il fatto che sono fiero di questo appellativo, ti confesso che a volte penso che  neanche dei mie lettori mi frega niente…nel senso che ciò di cui m’importa è la mia libertà. Io non sono la Rai, do quello che penso.

Ritorniamo sul giornalismo. Come si è chiusa la collaborazione con Il Manifesto?
Male. Mi hanno dato del venduto. Venduto dopo 28 anni mi sembra bizzarro, soprattutto perché è noto a tutti che non c’è più alcuna chance per il Manifesto. La direzione del quotidiano lo sa benissimo. Cosa rimane? Una storia coraggiosa, quella del Manifesto. Un’amarezza enorme, la mia. L’incapacità di gestione, quella della direzione.

Riguardo alla questione de Il Manifesto, hanno detto che saresti potuto rimanere per valutare poi in futuro.
Ripeto, il futuro è già scritto. Non mi andava di fare l’ipocrita. La figura di chi dice “mannaggia ci ho creduto fino alla fine..:però..ma…”. Siccome la fine la conosciamo tutti, io non ho bisogno di fare sceneggiate. Così ho preferito andare al Fatto Quotidiano, dove mi trovo bene. Posso non condividere la linea, ma nessuno mi ha mai chiesto di farlo. Il Fatto è uno dei pochi grandi media che non ha partiti e gruppi finanziari alle spalle.

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