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Gli islamisti allo stesso bivio dei post-comunisti

 

di Riccardo Cristiano

Potrà sembrare strano, ma gli italiani con simpatie “di sinistra” sono quelli che possono capire meglio lo stato del confronto tra le varie anime dell’Islam politico che si affiancano, scontrano, uniscono e dividono in tanti paesi arabi, a cominciare da Egitto e Tunisia. Da una parte i più popolari, i Fratelli Musulmani,che adesso devono governare, dall’altra i meno popolari, i salafiti, che devono sottrargli il consenso.

La migliore fotografia di questo stato di cose l’ha offerta l’Egitto, con la protesta inscenata dai deputati salafiti contro il presidente del Parlamento, esponente dei Fratelli Musulmani. “Vogliamo pregare, in aula”, gridarono. “Questa è un’aula parlamentare, se volete pregare la moschea è qui vicino”, fu la risposta del Presidente. Sembra la storia del governo Prodi-Bertinotti, o del dibattito sulle 35 ore.

Il fatto è che entrambi si trovano meglio tra di loro che con i laici o i progressisti, ma contemporaneamente devono fare i conti con esigenze diverse: governare in condizioni drammatiche senza perdere consenso o legittimità internazionale, i primi, impedire che questo accada a detrimento della pienezza del “mandato islamico” i secondi.
Così è accaduto che i salafiti egiziani abbiano corteggiato Shafiq, quell’avanzo di mubarakismo giunto al ballottaggio alle presidenziali in sfida a Morsi, proprio come hanno fatto alcuni laici, per paura di Morsi.

La paura dei Fratelli Musulmani è di essere arrivati al potere troppo presto, e che esercito e polizia possano giocare loro qualche brutto scherzo. E’ questo che il leader del partito tunisino al potere cercava disperatamente di spiegare al leader dei salafiti: “se tirate troppo la corda rischia di spezzarsi.” Qualcuno ha letto quel colloquio come un complotto, forse invece era un colloquio drammatico; “apparteniamo a universi culturali simili ma abbiamo agende opposte”.

I Fratelli Musulmani hanno una storia diversa rispetto ai salfiti, ma certo il loro universo valoriale è più vicino a quello di certi salafiti rispetto a quello di un laico progressista. Ma la competizione elettorale, il contendersi lo stesso elettorato, e le diverse responsabilità, gli uni al governo e gli altri no, li rendono amici-nemici.

La speranza è che il tempo allarghi il solco, rendendo indispensabile la nascita di patti trasversali. Da questo punto di vista le recenti dichiarazioni di Tariq Ramadan, uno dei nomi più noti del pensiero d’area Fratelli Musulmani, sembrano dire che questa speranza non è infondata. Commentando quel che è accaduto dopo la pubblicazione del film basfemo Ramadan ha condannato le violenze di piazza, ha condannato l’assassinio di diplomatici, ha condannato tutto quel che c’era da condannare; cercando di difendere solo i “motivi” che hanno angustiato l’animo islamico. Avanti!

Il mondo di Annibale

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