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Da Torino a Mazara, per raccontare il sogno di un “Altra Europa”

 

Dopo aver fatto incetta di premi, dal Salina doc fest all’Al Jazeera International Film Festival, il documentario di Rossella Schillaci*, Altra Europa verrà distribuito in dvd a partire dal 4 dicembre per arrivare a un pubblico variegato. Racconto corale e necessario, per tornare a riflettere ancora una volta su uno dei tanti nodi irrisolti della politica nostrana: l’accoglienza dei rifugiati e le politiche migratorie. Racconto che è parte integrante del progetto che la documentarista ha portato a compimento quest’anno con la realizzazione de Il limite, girato tra i pescatori di Mazara del Vallo e presentato in anteprima all’edizione speciale del Salina doc fest e che ha meritato di nuovo il premio del pubblico come miglior lavoro. A Rossella Schillaci abbiamo chiesto di raccontarci questo progetto.

Tra il limite e Altra Europa esiste un  filo conduttore specifico. Dai rifugiati politici di Torino ai primi immigrati tunisini di Mazara… qual’è il nesso? In realtà alla  fine cercavano tutti un’altra Europa?
I due documentari partono entrambi da un unico progetto che avevo preparato nel 2008.
La ricerca è partita in Sicilia, ho incontrato pescatori e uomini della Guardia Costiera che avevano prestato soccorso ai migranti. Ma la situazione in pochi mesi è cambiata: alcuni pescatori sono stati accusati di favoreggiamento all’immigrazione clandestina solo perchè prendevano i migranti a bordo, e la guardia costiera anzichè soccorrere ha iniziato a riportare i migranti in Libia, di fatto respingendoli. Non c’è stato più modo di ottenere l’autorizzazione per salire a bordo.

Nel frattempo avevo conosciuto un gruppo di ragazzi somali che da Lampedusa era giunto qui a Torino, e che non avendo ottenuto nulla dal Governo Italiano fuorché il permesso di soggiorno, si sono ritrovati ad occupare una vecchia clinica abbandonata.
Le loro condizioni di vita erano pessime… queste persone rischiavano la vita in mare per giungere in Europa, e arrivati qui si ritrovavano a vivere in un vecchio ospedale senza luce nè gas, nè alcuna prospettiva di migliorare la loro vita. Così ho deciso di concentrarmi su di loro, li ho seguiti per più di un anno durante la loro ricerca di casa e lavoro, ho raccontato la storia della clinica e le reazioni.

Ma al termine di Altra Europa sono ritornata in Sicilia e oltre ai vecchi capitani ho conosciuto molti marinai tunisini che lavorano nei pescherecci. Molti erano qui da 10 anni o più, altri erano appena arrivati dopo le rivoluzioni arabe.
Credo che in comune ai due documentari ci siano i sogni e le illusioni di molti giovani uomini e donne, intraprendenti e tenaci, che fanno di tutto per cercare semplicemente di migliorare la propria vita.

Quali sono state le difficoltà  nell’entrare in un posto occupato da più di 300 rifugiati di nazionalità varia, comprese intere famiglie e successivamente su un peschereccio, in un contesto così fortemente maschile? Hai  incontrato resistenze, diffidenza? E come è stato possibile alla fine convincerli a mostrarsi per quello che sono davanti ad una  telecamera?
Sono stata alcuni mesi alla clinica prima di iniziare a riprendere. C’è voluto molto tempo prima che conoscessi meglio le persone che vi abitavano e la situazione in generale. Poi ho spiegato ad alcuni di loro il progetto che avevo in mente, chiedendo se erano disposti a collaborare ed aiutarmi… La situazione è diventata più difficile alcuni mesi dopo, quando sono arrivati molti altri rifugiati da tutta Italia e si è creata parecchia tensione all’interno.
Pensavo sarebbe stato difficile con i pescatori, anche perchè c’è una credenza siciliana che dice che le donne a bordo portano sfortuna e non si pesca!

Invece anche a loro abbiamo spiegato bene il progetto, e ci hanno accolto benissimo.
Non credo che le persone si scordino della videocamera. Credo invece che quel che viene ripreso è sempre il frutto di una relazione, tra chi sta davanti e chi sta dietro la videocamera. Le persone si mostrano in base al rapporto che si crea con loro. C’è sempre uno scambio tra i protagonisti e l’autore o il regista, ma anche con la troupe. Le persone si mostrano in base al rapporto che si crea anche e soprattutto quando la videocamera è spenta.

A Mazara i volti dei pescatori appaiono immortalati all’interno di scatti fotografici come se il tempo si fosse fermato. Ma è realmente così? C’è una realtà ferma, senza prospettive, oppure la speranza è affidata ai bambini che pure si  intravedono?
Non credo che nessuno dei protagonisti o delle storie raccontate sia senza speranza, anzi.
Ne Il limite c’è una condizione di vita sospesa, una situazione economica e lavorativa dura  e precaria, ma tutti, compreso l’armatore, fanno di tutto per cambiarla. Tutti hanno dei progetti di cambiamento.

La storia dei rifugiati a Torino mostra il volto sbagliato dell’accoglienza nel nostro paese per chi fugge da contesti difficili, scenari di guerra, disperazione… che fine hanno fatto quegli uomini e quelle donne, ne hai più avuto notizia?
Credo che uno dei problemi principali nel nostro paese sia quello della mancanza assoluta di progettualità. Ogni anno si parla di “emergenza migranti”, quando da più di 10 anni i processi si ripetono uguali a se stessi. Perchè intervenire solo alla fine, parlando di emergenza,quando tutto è perfettamente prevedibile? Perchè non lavorare in modo programmatico, creando progetti a lungo termine?
Quasi tutte le persone che ho conosciuto sono andate via dall’Italia, molti sono nei Paesi del Nord Europa, dove dicono l’assistenza e le possibilità di lavoro siano maggiori.
Pochi, tipo Khalid, Mussa e Ali sono rimasti a Torino e hanno trovato un lavoro.

Progetti futuri? continuerai a muoverti su questo filone?
Rispetto al futuro, al momento sto lavorando a due progetti, uno su un quartiere di una città con  un’altissima percentuale di immigrazione , per raccontare diversi modi di percepire l’insicurezza e l’intolleranza da parte dei suoi abitanti.
Il secondo progetto è al momento solo un’idea, vorrei raccontare una sezione particolare di alcune carceri italiane,  “il nido”: è il posto dove vengono detenute le donne insieme ai loro bambini. I bambini vivono in carcere con le madri fino al raggiungimento del 3° anno di età.
Ho da poco avuto anch’io un bambino e mi sono confrontata con diversi problemi legati alla maternità. Mi chiedo quanto intensa possa essere la relazione in un posto di reclusione.

*Per info e approfondimenti, biografia, filmografia
http://www.azulfilm.com

 

**Il documentario Altra Europa verrà proiettato martedì 4 dicembre 2012 a Torino nell’ambito della rassegna Mondi lontani, mondi vicini
Orario proiezioni: 9.30 – 15.00 – 17.30 – 20.00 – 22,30
Cinema Massimo Sala 1 -Via Giuseppe Verdi 18, Torino
Per l’occasione verrà presentata anche l’uscita del dvd

 

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