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Lettera di un ergastolano: “Spero che l’articolo 21 sia valido anche per me…”

 

Riceviamo e di seguito pubblichiamo la lettera di Alfredo Sole, recluso da 21 anni presso il carcere di Opera e condannato all’ergastolo ostativo. Sole invoca anche per se come i diritti sanciti dalla nostra Costituzione a partire dalla libertà di espressione sancita dall’articolo 21…
Di Alfredo Sole
Articolo 21 “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio
pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione …”.
Che meraviglia! Quel senso di civiltà che esprimono queste poche parole
iniziali basta per farti sentire parte di quella civiltà espressa lì a
parole, ma parole che divengono quasi palpabili. Brillano di luce propria.
I nostri Padri Costituzionalisti non poco ingegno posero al servizio di un
Paese che si era smarrito per renderlo civile. Continuarono questi grandi
uomini illuminati a sfornare articoli di Costituzione che resero l’Italia,
almeno su carta, un Paese di sani principi, di grande moralità. Il senso
di umanità dei nostri Padri fu così grande e traboccante che nacque anche
l’articolo 27: cito testualmente: “La responsabilità penale è personale;
l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva; le
pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e
devono tenere alla riabilitazione del condannato; non è ammessa la pena di
morte”.

Mi servo di quella libertà che mi dà l’art. 21 per parlare dell’art. 27.
Da condannato all’ergastolo, da uomo che ha scontato fino ad oggi 21 anni
di carcere, posso affermare la distruzione dell’articolo 27. Calpestato e
completamente ignorato è stato reso nient’altro che l’ombra di ciò che
rappresentava. Oggi, esiste la pena di morte; oggi, non esiste la
rieducazione del condannato; oggi, sei colpevole ancor prima che un
processo ti dichiari tale; oggi, tutte le pene tendono a trattamenti
contrari al senso di umanità. Ogni punto dell’articolo 27 è stato
demolito. Nessuno se ne rammarichi, in fondo, ma molto in fondo, restiamo
pur sempre un paese civile.

“Non è vero!” Qualcuno potrebbe obiettare, “la pena di morte in Italia non
esiste”. Risponderei a questo qualcuno che la mancanza di un boia non
significa che non esiste la pena capitale. Continuerei istruendo su che
cosa è oggi la pena dell’ergastolo, su come esistano due tipi di
ergastolo. Il primo tipo, seppur zoppicante, riesce ancora a trarre
vantaggio da quel senso di umanità che rappresentava l’articolo 27.
L’altro tipo di ergastolo è quello ostativo ai benefici. Ciò significa che
quel “Fine Pena Mai” diviene reale, cioè fino alla morte. Non è forse una
condanna a morte questa? Sì che lo è, ancora più crudele che se ci fosse
un boia.

Scrive Umberto Veronesi, nel Corriere della sera del 25/08/12, pag. 17:
“[…] esiste, secondo noi, anche un’altra forma di pena di morte:
l’ergastolo. Si chiama carcere «vita», ma in realtà è un modo per
sopprimere la vita, perché il carcerato non è più una persona, ma è
qualcuno che sperimenta una lenta agonia, giorno dopo giorno, fino alla
fine della sua esistenza”.

Una personale opinione del dott. Veronesi? Un suo libero pensiero forgiato
magari da una vita trascorsa a cercare come salvare vite sviluppando così
una sana ripugnanza per chi le vite le vuole sopprimere? Può darsi, ma c’è
di più. Opinioni e libertà di pensiero sono soggettivi, quindi soggetti a
critiche di chi magari la pensa diversamente. Ma non la scienza, quella
non è soggettiva, è oggettiva. Non dà spazi a opinioni, o pensieri vari.
Una scoperta scientifica rimane valida finché un’altra scoperta non
l’invalida. Se ciò non accade, quella scoperta scientifica diviene una
legge scientifica; non confutabile. Continua a scrivere il dott.
Veronesi;: “[…] Le più recenti ricerche hanno dimostrato che il nostro
sistema di neuroni non è fisso e immutabile, ma è plastico e si rigenera.
Quindi il nostro cervello può rinnovarsi”.

Che c’entra questo con il carcere a vita? Vorrei fare una deduzione
logica, ma mi limito a usare quella del dott. Veronesi che sicuramente è
migliore di qualunque deduzione possa fare io: “[…] In effetti ognuno di
noi può sperimentare come il suo modo di pensare e sentire non sia lo
stesso di 10 anni prima: ma il ragionamento ha ben più forti implicazioni
a livello della giustizia, perché il detenuto non è la stessa persona
condannata 20 anni prima…”.

Come ben si può capire, non si tratta più di semplici opinioni o pensieri
espressi ma bensì di una deduzione logica estrapolata da prove
scientifiche che dovrebbero far pensare. Non si può confutare il dott.
Veronesi. Certo, si può ignorare la verità che diffonde e continuare a far
finta di nulla. Del resto, siamo maestri in questo. Ogniqualvolta sentiamo
qualcosa che non vorremmo sentire, ignoriamo tutto. Come se ignorando il
problema, il problema sparisse. E’ proprio questo far finta di non
sentire, di non capire, di ignorare il problema che in carcere si muore e
si muore di carcere. Non siamo poi così civili come abbiamo sempre creduto
e come ci hanno fatto sempre credere, se ancora in Italia esiste una pena
che uccide. Una pena di morte con vestiti civilizzati, una pena capitale
senza boia ma che uccide più della sedia elettrica o della camera a gas.

Spero che l’articolo 21 sia valido anche per me, per un ergastolano che
dall’ombra di una cella vuol dire la sua, nonostante una dotta ignoranza.

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