Un paziente a pois

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di Nadia Redoglia
Il neonato è morto perché gli è stato somministrato, in fleboclisi, latte anziché soluzione fisiologica. Quanto a imputare colpe s’è perfino tirato in ballo il fatto che l’ospedale non dispone di tubicini dai colori differenti a secondo dell’uso che se ne deve fare. Inizialmente, a mo’ di “attenuante” del tragico scambio, s’osò anche un “il contenuto delle due sacche era di medesimo colore” (probabilmente bianco latte?).
L’uomo è morto perché gli è stato trasfuso sangue incompatibile con il suo. L’uomo neppure abbisognava di trasfusione: è stato scambiato con altro paziente che invece aveva urgenza (si spera che su costui si sia poi provveduto in tempo utile). Ma perché non dipingere i pazienti con colori differenti?! Per quelli cui si deve solo tagliare qualche pezzo basterebbe poi solo colorare, magari vivacemente anche a strisce o a pois, l’arto o viscere da asportare!

In effetti diversificare anche con i colori può aiutare il compimento di operazioni. Ma l’uso e consuetudine sono riservati solo ai bimbi in età scolare, agli analfabeti, ai portatori di deficit mentali. A tutti gli altri, alfabetizzati a livelli superiori, magari portatori di master e concorsi, si affidano operazioni per adulti maturi, capaci d’intendere e volere. Naturale poi sarebbe che per le operazioni più delicate (l’affido di una o più vite per esempio) fosse doveroso approfondire ulteriormente il grado di negligenza, imprudenza e imperizia “in dotazione” dei candidati. Ma a chi potremmo riservare l’indagine d’approfondimento?
Di curricula cartacei ottenuti vincendo facile, nel nostro Paese sono piene le istituzioni, ché le fosse  sono riservate ai risultati delle loro facili vittorie.


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