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Speciale terremoto – Tendopoli della protezione civile, la burocrazia dal volto (dis)umano

 

di Ferdinanda Maria Piva
Sì, i terremotati senzatetto assistiti dalla protezione civile portano un braccialetto inamovibile di riconoscimento. No, la tendopoli non è un fortino inaccessibile e quasi militarizzato, al contrario di quanto si diceva a proposito delle tendopoli de L’Aquila.

Ho visitato senza difficoltà, insieme a due persone che mi accompagnavano, la tendopoli della protezione civile allestita a Carpi, accanto alla piscina comunale. L’impressione non è quella di una caserma. Piuttosto ricorda un collegio, un ospedale: uno di quei luoghi di vita collettiva forzata in cui – inevitabilmente – ci sono regole e procedure burocratiche per tutto o quasi.

La prima regola è che all’ingresso ci si fa identificare; un’altra regola è che ogni mezz’ora la ronda fa il giro per verificare che tutto sia tranquillo: il problema, dicono i responsabili, sono i malintenzionati che potrebbero entrare per provare a scroccare. Ma non riesco a non pensare che anche i nervi a fior di pelle degli ospiti possano costituire un problema: terremoto e convivenza forzata con centinaia di sconosciuti non devono essere facili da metabolizzare.

Fuori dalla tendopoli infatti incontro Gerri Melillo, di Fossoli, che porta il braccialetto azzurro assegnato agli ospiti. Racconta che ci sono state due risse fra indiani, dice che a volte le forze dell’ordine fanno il giro delle tende una per una: più che un disturbo (“anche se vederli arrivare in assetto antisommossa è un po’ inquietante”) per lui è una garanzia di sicurezza.

Il direttore della tendopoli, al momento della mia visita, è Lorenzo Montinaro, ricercatore alla facoltà di Agraria dell’Università della Basilicata: quando leggerete sarà tornato a casa, il suo incarico cessava proprio l’indomani dell’intervista. All’inizio dell’emergenza la tendopoli accoglieva 500 senzatetto; quando l’ho incontrato gli ospiti erano già scesi a 368, in prevedibile, ulteriore riduzione. Ovvio: se ne vanno appena trovano di meglio o riescono ad aggiustarsi la casa.

Montinaro è un volontario della protezione civile lucana, come tutti gli altri 30 che presiedono al funzionamento della tendopoli (c’è anche la Croce Rossa, ma si occupa solo di mensa e cucina): rimangono una, massimo due settimane e poi ricevono il cambio perchè, assicurano, organizzare e gestire la convivenza di centinaia di persone è un compito oggettivamente stressante.

Se hanno un lavoro percepiscono un rimborso esattamente pari allo stipendio cui rinunciano per il periodo di servizio (quindi in sostanza non viene loro riconosciuto il becco di un quattrino per essere lontani da casa e per lavorare in turni che coprono le 24 ore); dormono anche loro in tenda, come i terremotati, in un’area apposita del campo.

Montinaro sottolinea che la protezione civile ha fatto – e fa – tutto il possibile per venire incontro alle istanze degli ospiti e cercare di metterli a loro agio: e non mi è capitato di parlare con terremotati che affermassero il contrario.

Però dev’essere ugualmente terribile abitare dentro quelle silenziose file di tende ravvicinate e tutte uguali – ciascuna munita di condizionatore – schierate sotto il sole implacabile. A parte un gruppetto di bambini che giocano in un angolo d’ombra insieme ad animatori Scout, l’unico e molto sporadico segno di vita sono le persone che si avviano verso il container dei bagni.

Le regole della tendopoli impediscono di tenere animali. C’è solo un cane della prima ora (nel senso: arrivato all’inizio dell’emergenza, quando l’accoglienza era ecumenica più che strutturata) ed è legato all’esterno di una tenda; è vicino ai suoi padroni ma non può muoversi liberamente. Gli altri cani degli ospiti sono al canile. Niente rumori che disturbino il prossimo, come peraltro in condominio. Ricevimento di amici e parenti possibile (devono farsi identificare all’ingresso, a meno che i loro volti non siano già noti), ma in orari prestabiliti del mattino e del pomeriggio che non interferiscono con le attività di routine tipo pasti e pulizie: come all’ospedale.

E’ necessario che ciascuno prenoti pranzo e cena al mattino, iscrivendosi all’apposito registro e ricevendo (ovviamente gratis) i ticket da restituire al momento dei pasti: come alla mensa scolastica. Il servizio è tipo tavola calda, nel senso che uno sfila col vassoio davanti ai carrelli dei cibi disponibili, sceglie e si fa riempire il piatto. Vietato tenere un frigo in tenda: in qualsiasi momento peraltro è aperto il chiosco in cui si può ritirare la bottiglietta d’acqua fresca. Eccetera.

Le tende sono da otto posti, e gli ospiti non possono scegliersi dove andare e con chi stare: si cerca comunque di tenere vicini i familiari, è possibile accordarsi con altri terremotati per scambiarsi i posti. Il risultato, in ogni caso, è che si dorme fianco a fianco con estranei sconosciuti.

Il cambio di federe e lenzuola avviene una volta la settimana: si chiudono in un sacchetto quelle sporche, si consegnano e si ritirano quelle pulite. C’è un servizio lavanderia per gli abiti, che li restituisce puliti e asciugati nel giro di un’ora.

Gli ingressi sono vigilati, i visitatori vengono identificati e ricevono un pass provvisorio; i terremotati entrano “a qualsiasi ora, anche di notte” mostrando il famoso braccialetto azzurro. A Gerri Melillo, l’unico ospite con cui ho parlato, non piace portare il braccialetto: “E’ una cosa che svilisce la persona”, dice. Perchè tutti vedono che sei senzatetto e assistito dalla protezione civile? “No, basta girarlo e la scritta ‘Protezione civile’ non si vede, di braccialetti colorati è pieno il mondo”. Però poi torna a ribadire: “Ti svilisce”, e racconta con una punta di invidia triste: “Quelli che hano un lavoro per cui devono indossare i guanti riescono ad evitare di portarlo”.

Uno dei compiti della protezione civile (insieme a logistica, pulizie e sicurezza) è l’identificazione e la registrazione degli ospiti che vanno (quando trovano di meglio) e vengono, quando ad esempio sono chiusi i campi minori.

All’inizio ciascun senzatetto aveva un pass con dati anagrafici e numero di ingresso rilasciato dal Comune, una sorta di tesserino di riconoscimento. Che però, racconta Montinaro, lasciava a desiderare: non era a prova di scroccone, “e gli ospiti ogni volta dovevano tirarlo fuori ed esibirlo per passare dal cancello”. Così ha deciso di “riformulare”, per usare il suo stesso verbo. E è arrivato il braccialetto.

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