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La “Marcha Negra” dei minatori spagnoli, tra diritti negati e sfruttamento

 

L’11 luglio terminerà a Madrid la “Marcha Negra” che ha come protagonisti centinaia di minatori intenti a manifestare. La protesta, iniziata il 22 giugno, ha percorso le regioni delle Asturie, della Castiglia, dell’Aragona, in cerca di consensi da parte del popolo per contestare le scelte del governo di Mariano Rajoi. Il presidente, infatti, ha messo in atto lo “spending review” degli aiuti pubblici destinati al settore minerario della nazione che subirà un taglio del 63% quindi il calo da 300 a 110 milioni di euro all’anno rivolti comporterà il rischio di licenziare 30.000 dipendenti.

Se 50 anni fa i minatori e i sindacalisti marciavano insieme per ottenere il riconoscimento dei diritti come la sicurezza nel luogo di lavoro e gli aumenti salariali, oggi si sta assistendo ad una nuova organizzazione, ugualmente forte e determinata, che chiede a gran voce di non far morire un settore economico che esiste dal 1801 e riveste un ruolo molto importante per la società. Ben 51 città minerarie nella zona nord occidentale della Spagna producono carbon fossile e antracite ed è da qui che è iniziata la protesta. Nonostante in alcune tappe sia degenerata in violenti scontri con le forze dell’ordine continuano i cortei, gli scioperi, le occupazioni come quella nella miniera di Las Cuevas a Velil a del Rio Carrìon, in Palencia, e a Casares di Tremor de Arriba, mentre nella capitale i rappresentanti sindacali hanno occupato i locali del Ministero dell’Industria. I cittadini si stanno dimostrando uniti in questa battaglia che sta coinvolgendo anche le donne, le mogli dei minatori, pronte a difendere non solo il posto di lavoro ma una tradizione che conserva il passato di un popolo.

Gli economisti, tuttavia, fanno notare un aspetto non trascurabile. Mettono in evidenza la mancanza di competitività del carbone spagnolo sia in termini di qualità che di costi e di produzione. Inoltre il denaro destinato all’industria mineraria potrebbe essere investito nelle fonti energetiche non inquinanti. Di certo il problema ha bisogno di trovare una soluzione al più presto possibile affinché nessuno soffra a causa di decisioni troppo drastiche.

Finora la storia ci ha fatto assistere ad una serie di ingiustizie subite dai lavoratori che una volta entrati nei tunnel non hanno più rivisto la luce del sole. Il mestiere comporta molti rischi e dei sacrifici spesso pagati con la vita ricordiamo la strage di Marcinelle, avvenuta l’8 agosto del 1956, dove morirono in un incendio 262 uomini tra cui 136 italiani. La tragedia oltre a consentire l’introduzione dell’utilizzo della maschera antigas pose fine all’emigrazione di migliaia di italiani che partivano lasciando le proprie famiglie con tante speranze ma con poche informazioni riguardo le mansioni che avrebbero dovuto svolgere in Belgio. I due stati, infatti, dieci anni prima del disastro firmarono un accordo che prevedeva l’invio ogni settimana di 2000 giovani disoccupati in cambio della vendita di tonnellate di carbone ad un costo decisamente basso.

Alto, invece, fu il prezzo che pagarono giovani uomini e adulti una volta raggiunta una terra straniera con l’illusione di trovare la possibilità di vivere dignitosamente ma che invece si rivelò un insulto alla dignità. Dopo un viaggio durato 52 ore furono fatti alloggiare in baracche di legno usate per i prigionieri russi durante la seconda guerra mondiale. Gli italiani subirono atti di razzismo, furono discriminati e soprannominati “musi neri” per via del carbone che sporcava i loro visi. Persino la sentenza rivelò come unico colpevole il manovale anche lui italiano ritenuto responsabile dell’incendio divampato all’interno della miniera di Bois du Cazier di Marcinelle. L’operaio fu colpevolizzato di aver lasciato cadere il carrello dell’ascensore che urtò contro un fascio di cavi elettrici ad alta tensione sprovvisto di rete di protezione. Insieme a lui morirono molti operai fra cui il più giovane che aveva solo 14 anni, i 417 orfani delle vittime vivono senza avere avuto giustizia dato che i dirigenti furono tutti assolti.

Nella tragedia belga era presente un gran numero di calabresi che hanno fatto crescere nella loro terra una generazione di minatori. Tuttora in Calabria si continua a lavorare nelle miniere, infatti, la regione conta 1870 siti minerari. Molti di questi sono abbandonati mentre quelli attivi lasciano una serie di lacune riguardo il rispetto dei diritti dei minatori che sono costretti a lavorare vincolati da turni massacranti.

Scavando sempre più a fondo alla questione che accomuna i minatori considerate le peculiarità di un mestiere difficile e pericoloso si trova anche il coraggio di giornalisti che insieme all’aiuto di registi hanno scoperto e diffuso delle notizie che qualcuno ha cercato di nascondere. Pochi mesi fa Marianna Kaat ha realizzato il documentario “Pit n°8” che è stato presentato al festival Millenium di Bruxelles, dove si denuncia l’attività illegale che avviene all’interno delle “Kapanki”, miniere illegali, sparse nel territorio ucraino. I politici di Kiev hanno censurato il cortometraggio che dimostra lo sfruttamento minorile impiegato per questo tipo di coltivazione a franamento. Le televisioni locali dell’Ucraina hanno poi approfondito l’argomento che ha suscitato tanta indignazione proprio come quella che provano i minatori spagnoli di fronte ai tagli per contrastare la crisi economica, si dimostrano pronti a sfidare tutto a costo di difendere i loro diritti affinché questi non vengano sepolti nelle viscere della terra.

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