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Lettere dal deserto. Un bell’elogio alla lentezza

 

Esiste un tempo e uno spazio di cui non abbiamo forse più memoria, ma di cui nutriamo una nostalgia profonda, a tratti atavica. Esistono un tempo ed uno spazio di cui avremmo forse bisogno e che magari ricerchiamo, ingoiati dalla frenesia della quotidianità.

Questo tempo e questo spazio li si ritrova a volte dentro una piccola sala cinematografica e se poi l’oggetto del film è esattamente il tempo e lo spazio che tanto agognamo il connubio risulta quasi perfetto, un gioiello da conservare nella memoria fino all’arrivo del nuovo giorno. Questo l’effetto del film documentario di Michela Occhipiniti, Lettere dal deserto (Elogio della lentezza) film realizzato nel 2010 ma approdato in Italia ( dopo aver vinto diversi premi) solo in questi giorni e proiettato in anteprima al cinema Kino ( ex Groucho), nello storico quartiere del Pigneto a Roma.

In un’epoca invasa, di twit, mail, sms, mms, post vedere un postino che cammina per ore sotto il sole cocente del deserto in uno sperduto luogo dell’India tra piccoli bungalow e radi cespugli ha un effetto dirompente. All’improvviso il tempo comincia a rallentare fino a far tornare indietro le lancette, l’uomo porta sulle spalle un sacco carico di lettere… lettere che annunciano matrimoni o funerali, che portano notizie da parenti e amici lontani che mettono in relazione attraverso fili di inchiostro schizzati su un foglio bianco.
Parole incomprensibili per molti, laddove l’analfabetismo conosce ancora picchi elevati.

Dal buio della sala cinematografica ti ritrovi a camminare con lui, il piccolo postino, attraverso la sabbia del deserto dove solo il vento accompagna i passi del viandante e lo segui paziente per scoprire che l’unica cosa che dovrà fare è consegnare una lettera e magari leggerla, scambiare due chiacchiere, prendere un tè e subito dopo ripartire lungo il cammino di sabbia.

Il silenzio domina gli 88 minuti della proiezione, interrotto solo dal cinguettio degli uccelli e dal verso di qualche animale domestico, dalle scarne quotidiane conversazioni, dalle righe scritte e lette lentamente in piedi davanti all’uscio di una porta sempre aperta come in attesa di qualcuno che prima o poi arriverà, fosse solo il vento con la sua nuvola di sabbia.

Quel mondo però è destinato a mutare. Lo sa lo spettatore. Gli vine ricordato dalle immagini iniziali in cui la regista riprende la frenesia di una delle tante città indiane invase di rumore e smog. Sa che quel salto nel tempo è solo provvisorio, sa che il tempo con la sua folle corsa finirà per travolgere tutto, sa che quel telefonino apparso verso i minuti finali romperà in maniera definitiva una serie di equilibri  e che niente potrà essere più come prima.
Lo sanno però anche gli abitanti del piccolo villaggio e l’accettano, con la serena semplicità con cui si accetta la morte di una madre.

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