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L’amore che uccide e i suoi complici

 

Si ama una donna fino ad ammazzarla. E’ “l’amore passionale”, quello che non perdona “tradimenti”, abbandoni, che conduce alla rabbia e alla gelosia incontrollata. E’  “l’amore” che uccide e in Italia uccide una donna ogni due giorni. Il modo più comune per definirlo soprattutto dai media mainstreaming è “delitto passionale” , una formula che rimuove le componenti culturali e strutturali del problema. Il nome che gli restituisce verità è “femminicidio”, neologismo in uso già da anni anche in Italia, soprattutto dal mondo accademico e dal femminismo, che indica  una  pratica violenta di matrice non patologica ma culturale volta alla distruzione fisica, simbolica, psicologica, economica, istituzionale della donna.

Negli ultimi giorni la parola “femminicidio” si sta imponendo finalmente all’attenzione dell’opinione pubblica grazie alle iniziative di donne, associazioni, movimenti che di fronte all’ ennesima uccisione di una donna per opera del suo partner hanno denunciato la mistificazione del termine “omicidio passionale”. Non è passione, infatti, quella in cui domina il bisogno e non l’amore per l’altro, che lo riduce ad oggetto di controllo e possesso privandolo di autonomia e libertà. Lo abbiamo denunciato pubblicamente il 2 maggio scorso anche noi, ragazze e ragazzi di Tilt (rete giovanile di collettivi e singoli di sinistra, che ha fatto dei temi di genere  uno dei motivi fondatori della sua azione politica)con un flash mob a Montecitorio per sollecitare la politica ad un impegno effettivo nella prevenzione e nel contrasto di questo fenomeno ancora ignorato.

Cinquantacinque cartelli. Uno per ogni donna uccisa da un uomo nel 2012 in Italia, con il nome e l’età delle vittime sono stati esposti a Montecitorio. 55 cartelli( ed oggi, purtroppo,  sarebbero stati 56 ) ad  evocare non solo la memoria di queste vite “interrotte” ma a testimoniare una verità spietata e inconfutabile : che si muore semplicemente perché donne. 55 donne, diverse per età, estrazione sociale, stili di vita.  Storie personali che sono anche le nostre. Racconti individuali che si  intrecciano a quel racconto collettivo iscritto nelle vite delle nostre identità di donne e  uomini: la vicenda del patriarcato, del suo potere ma anche del suo declino. Non è  un azzardo parlare di post-patriarcato. Anni di lotte e di pratiche politiche ci hanno  posto indubbiamente dinanzi ad uno nuovo scenario modificato dalla libertà delle donne. Ma questo non ci ha rese immune dalla violenza. La sua persistenza è non solo un residuo del passato ma un conflitto irrisolto tra vecchio e il nuovo. E’ l’emblema di una nuova configurazione del conflitto tra i sessi. L’evidenza, quella cruda dei numeri, infatti, mostra che la violenza e l’uccisione nei confronti delle donne non regrediscono ma al contrario sono in aumento, proprio  laddove le donne hanno conquistato  ed agiscono la loro libertà. Non è un fenomeno totalmente nuovo.

Gli storici e sociologi hanno ampiamente dato conto di come  dall’800 in poi c’è reazione e  smarrimento del maschile, ogni volta che c’è uno scatto della libertà femminile. L’ indebolimento  irreversibile sul piano simbolico dell’autorità maschile si arma di violenza e misoginia , quasi come un tentativo estremo di scongiurare la paura della perdita e del lutto.

La violenza è dunque un sintomo di una “crisi del maschile”. Crisi, debolezza fragilità, sono queste  le parole che sono ritornate anche nei discorsi  dei nostri compagni di Tilt  durante l’iniziativa del 2 maggio.  A  parlare questa volta non sono state solo le donne ,ma anche gli uomini usciti  da quel silenzio  che li relegava nella latitanza , la stessa abitata dai carnefici. Perché non  basta dire “non sono un uomo violento” ma occorre impegnarsi in prima persona  a favore di una questione libertà che riguarda anche il genere maschile.  Quella degli uomini sul disagio creato dal dominio maschile  è stata una parola assente,  il cui senso abbiamo potuto intuirlo da alcuni saggi, ancora pochi ma preziosi, o dalla letteratura.” Dalla tua poltrona governavi il mondo”, scrive Franz Kafka nelle “Lettere al Padre”, associando la figura del padre a quello della tirannia. Il suo è stato un atto di accusa  contro il patriarcato e l’oppressione della libertà  esercitata da un padre nei confronti di un figlio. Una lettura radicale della matrice patriarcale della violenza militare e statale emerge in “Kaddish per un bambino mai nato”  di Imre kertész, premio Nobel della letteratura, ebreo ungherese e sopravvissuto alla deportazione. “Le parole padre e Auschwitz- scrive Imre kertész – producono in me le stesse risonanze”.

La nostra  mobilitazione del 2 maggio certo non  è sufficiente a eliminare la violenza di genere ma è un tentativo, agito da donne e uomini in relazione politica tra loro, di imporlo come discorso pubblico. Tilt ha chiesto  che il contrasto al femminicidio, divenga un priorità nell’agenda di governo con azioni e interventi che prendano in considerazione tutte le declinazione del dominio maschile attuato attraverso anche forme simboliche, della comunicazione e dei saperi. La divisione sessuale del lavoro, un retaggio ancora persistente nella nostra società, è una delle prime forme di violenza sulle donne;  è il marchio di una violenza  epistemica perché  fondata sul presupposto che le donne in quanto legate al ciclo riproduttivo non siano  soggetti dotati di sapere e conoscenza per potere accedere alla sfera pubblica. Ancora oggi le politiche di conciliazione ricalcano la  visione “funzionalistica” del sesso femminile e il modello delle donna divisa tra casa  e lavoro.  Il reddito di cittadinanza, istanza al centro delle campagne di Tilt  è un passo importantissimo verso il superamento di quell’eterna dicotomia tra produzione e riproduzione.

Il riconoscimento del lavoro di cura attraverso l’erogazione di un reddito minimo, deve essere supportato da un impegno politico e culturale, volto al superamento di un sistema che ha organizzato asimmetricamente e gerarchicamente i rapporti sociali tra i generi, assegnando loro responsabilità e doveri differenti.; l’introduzione  nelle scuole di programmi didattici innovativi che non rispondano più al modello proprio della soggettività maschile; il potenziamento  dei centri anti-violenza vessati dai debiti e dai continui tagli subiti in nome della crisi;  progetti e luoghi di recupero e di sostegno per gli uomini violenti. Sono queste alcune misure che un governo di un paese che non voglia essere additato come complice di un sistema omicida nei confronti delle donne dovrebbe intraprendere. Certo la lotta alla violenza non si esaurisce in questa azioni.

 Anni di ideologia post-femminista hanno prodotto vuoti nella nostra memoria storica s/travolgendo anche il senso dell’esperienza politica delle donne. La sindrome della “donna eccezionale”, o di “potere” che ha risolto i conti con il proprio passato,  ha lasciato sullo sfondo il peso delle donne reali, causando nuove forme  di isolamento tra donne e di vulnerabilità individuali e collettive. La  macro-narrazione del post-femminismo ha liquidato troppo in fretta  il senso di una storia comune da raccontare. Siamo sì  donne diverse, con desideri, percorsi politici differenti che non possono essere ricompresi nella definizione  di un’identità femminile sovradeterminata dal “genere”, tuttavia, una storia in comune da raccontare non solo ce l’abbiamo ancora ma dobbiamo rifondarla e rilanciarla. Sembra un paradosso ma è quella  di una ricerca e di un’ azione collettiva per la libertà delle  identità di singole e singoli. Tutto questo passa attraverso una relazione che vede come interlocutore anche il maschile. Perché  sono la relazione e il riconoscimento che modificano l’esistente. Per noi di Tilt non c’è più una questione femminile ma una questione di libertà di donne e uomini.

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