Carcere. Pop Virgil e Michele Schiano, la “normalità” delle morti in carcere

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In una sola settimana nelle carceri italiane sono entrati 500 nuovi detenuti, mentre le scarcerazioni sono state 200. E’ quanto si può leggere in una nota ai gruppi parlamentari di Camera e Senato dell’OSAPP uno dei sindacati della Polizia Penitenziaria, che di suo osserva… “I dati dimostrano quanto siano poco incisive, se non del tutto evanescenti, le misure per contrastare il sovraffollamento penitenziario”.
In effetti, per avviare una significativa inversione di tendenza occorrerebbe innanzitutto eliminare leggi criminogene come la Cirielli, la Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze, e la Bossi-Fini sull’immigrazione. Misure non risolutive, dal momento che va ripensato tutto l’impianto, e non limitarsi alla mera carcerizzazione; ma sono un ineludibile punto di inizio.
Ci sono poi le singole vicende di “normale” desolante quotidiano orrore.

“Sono tante qui dentro le storie come quella di Pop Virgil, in molti sono nelle sue stesse condizioni, in 30 o forse 40 sono in sciopero della fame: c’è chi protesta perché vuole essere trasferito, chi si dichiara innocente, quasi tutti sono stranieri”, racconta il vicedirettore del carcere di Lecce Giuseppe Renna.
Chi è Pop Virgil Cristria? Un romeno di Bucarest, aveva 38 anni. Pop Virgil è morto nell’ospedale del capoluogo salentino nella notte tra sabato e domenica scorsi. Pop Virgil da una cinquantina di giorni non toccava più cibo. Proclamava di essere innocente, chiedeva di essere ascoltato da un magistrato e liberato. Era finito in carcere per rapine e furti, cumulati gli avevano procurato una condanna a diciotto anni. Innocente o colpevole che fosse, comunque, è irrilevante. Era in carcere dal 2000, ancora sei anni, dunque.

Non aveva grosse possibilità economiche e non aveva famiglia, dice ancora Renna; e poi: “Noi lo aiutavamo come potevamo, e anche i volontari tentavano di aiutarlo. In verità, il carcere finisce sui giornali solo quando succedono queste cose. Ma noi come tutti dobbiamo combattere ogni giorno, senza avere possibilità economiche, e con mille e mille problemi. Qui dentro, come accade in tutti gli istituti d’Italia ci sono numerosi detenuti anche di carattere psichiatrico che andrebbero seguiti da strutture idonee, invece…”.

Renna assicura che Pop Virgil, così come aveva chiesto, “aveva più volte avuto modo di parlare con il magistrato, ma anche loro hanno mezzi limitati…Veniva seguito quotidianamente da medici, psicologi e psichiatri, ma in verità in questi casi l’unica cura possibile sarebbe quella di uscire dal carcere, una contraddizione in termini”.
Ora rileggiamo le iniziali dichiarazioni di Renna. Al di là dello specifico caso di Pop Virgil, la desolata “normalità” di una realtà che rivelano, e che i tanti Renna sono costretti loro malgrado a subire, patire, vivere: “In molti sono nelle sue stesse condizioni, in 30 o forse 40 sono in sciopero della fame…”. E’ “normale”? Nelle prossime ore una delegazione radicale effettuerà l’ennesima visita ispettiva nel carcere di Lecce. E questo è “normale”. Così come è “normale” che non si abbia notizia di un’immediata ispezione da parte del ministero della Giustizia, di un interessamento del ministro. E’ “normale” questa “normalità”?

E’ di un paio di giorni fa una notizia che non ha avuto alcuna eco. C’è un signore di 84 anni, si chiama Michele Schiano, è rinchiuso nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa. La sua colpa, il suo reato è quello di non aver rispettato alcuni obblighi di legge mentre era in libertà vigilata per un’accusa di presunte molestie. Michele Schiano non si regge in piedi, quando apre bocca non riesce ad articolare parole ma confusi balbettii, come possa risultare pericoloso e temibile, non si comprende bene. Però continua a restare chiuso nell’OPG di Aversa: la sua casa è una cella che divide con altri tre detenuti, se ne sta sempre in disparte, solitario e sognante come un bambino messo in castigo: nessuno lo vuole né lo cerca, è un sepolto vivo nel lager più antico d’Italia: il Filippo Saporito di Aversa risale al 1876.

Quand’era libero, Michele Schiano faceva il pescatore. Forse è quella vita fatta di fatica, sacrifici, freddo, poche soddisfazioni, che lo ha fatto uscir di testa? Fosse pure così, l’OPG di Aversa è la cura adatta per questo disagio? Il segretario nazionale di Psichiatria democratica  Emilio Lupo, insieme ai dirigenti Salvatore Di Fede, Antonio Morlicchio e Giuseppe Ortano, nel corso di una loro recente ispezione hanno rilevato quello che constata chiunque vede quelle strutture: “carenze igienico sanitarie nelle disadorne stanze dei degenti”, assenza “di progetti personalizzati per ciascun utente che preparino il trasferimento in strutture convenzionate” e che “il tremendo regime da ergastolo bianco, cioè di degenti costretti a subire continue proroghe di detenzione sine die, sebbene sia stata completata l’espiazione della pena inflitta, riguarda perfino cittadini ultra70enni”, sulla cui pericolosità sociale “c’è da esprimere seri dubbi”.

Il caso di Michele Schiano di Zenise non è unico nei manicomi criminali italiani: “Ad Aversa”, racconta Anna Gioia, insegnante, che da anni opera al fianco dei degenti, “sono attualmente detenuti ospiti molto anziani che non vengono dimessi solo perché all’esterno non c’è nessuno disposto ad accoglierli. È un’ingiustizia, irrisolvibile finché non verrà rivista la legge sulla pericolosità sociale: chiunque commetta un reato ha diritto al processo e non a essere sepolto vivo con la scusa dell’incapacità a intendere”.

Emilio Lupo allarga il discorso: “Ci battiamo perché, una volta chiusi gli ospedali psichiatrici giudiziari, gli ospiti non più socialmente pericolosi vengano accolti dai Dipartimenti di salute mentale in piccole comunità di accoglienza. Stiamo all’erta, perché già si segnalano trasferimenti in blocco di pazienti verso strutture detentive private”. Il 26 maggio 2012, ad Aversa, è prevista la visita del senatore del Pd Ignazio Marino, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale: “Speriamo che sappia prendere atto che fra le tante brutture c’è anche quella dei cosiddetti nonnini da manicomio, i detenuti ultra-70enni che – qualsiasi reato abbiano commesso – rappresentano un imperdonabile obbrobrio giuridico”.

Un paramedico che opera ad Aversa è amaro: “Come Michele Schiano vegetano negli ospedali-prigione italiani decine di cittadini vittime di una giustizia che in troppi casi non contempla il diritto al reinserimento e si adagia nel barbaro concetto del fine pena mai. A volte, succede che le famiglie accettino di riprendersi in casa il matto, ma solo per derubarlo della pensione, svuotargli il conto corrente e ri-seppellirlo nel lager autorizzato”.
Ricordano che negli anni scorsi al “Filippo Saporito di Aversa” negli anni si sono uccisi due direttori, accusati di nefandezze e post mortem riconosciuti innocenti. Adolfo Ferraro, ex direttore del manicomio giudiziario di Aversa, dice: “Non c’è motivo per tenerli rinchiusi, l’85% potrebbe uscire subito. Invece, ci comportiamo come il branco fa con il lupo malato: se lo portano dietro, ma solo per scaricare su di lui rabbia, rancori e frustrazione”.


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