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Poniamo le basi per un’altra Italia

 

di Roberto Bertoni
A meno di un mese dalle Amministrative, tutti i partiti si interrogano sul da farsi. Come ha scritto Federico Geremicca su “La Stampa” dello scorso 5 aprile: “In entrambi gli schieramenti, infatti, fino ad ancora un paio di settimane fa c’era chi attribuiva al prossimo voto amministrativo addirittura il valore di un giudizio sull’operato del governo, da mandare eventualmente a casa per accorciare la penitenza cui sono obbligati i partiti. Non ci voleva molto, in verità, a capire che le cose stavano in tutt’altro modo: e che a rischiare l’osso del collo – nel voto di maggio – saranno certo più i partiti che l’esecutivo tecnico di Mario Monti”.

Non a caso, l’articolo di Geremicca s’intitola: “La Quaresima della classe politica”. E non a caso, proprio lo stesso giorno, sempre su “La Stampa”, Mario Monti, intervistato dal direttore Calabresi, ha affermato: “Noi consideriamo esaurita la fase di consultazione con le parti sociali, sappiamo che ogni partito ha il suo retroterra in termini di parti sociali e di culture, ma penso che ogni leader dovrà esercitare capacità di leadership, senza aspettare che il cento per cento del suo mondo di riferimento sia d’accordo con lui. Ma quando parlo di alto grado di consenso mi riferisco al rapporto tra i tre partiti e il governo, un accordo per dare una fiduciosa speranza che il percorso sia abbastanza scorrevole, pur tenendo conto che di mezzo ci sono le elezioni amministrative e che questo non semplifica né il calendario né la serenità dei lavori”.

Raramente, sulla scena politica si è affacciato un personaggio tanto scaltro, capace di fulminare qualunque avversario con battute da umorista inglese d’altri tempi, di utilizzare sempre un linguaggio appropriato al contesto, di far sembrare ancora più ridicole delle macchiette cui per troppo tempo abbiamo dato credito, al punto da indurci a riflettere su quante occasioni abbiamo perso in questi vent’anni, su quante cose oggi potrebbero essere diverse se solo avessimo avuto il coraggio di descriverle e di affrontarle per ciò che erano.
“I partiti – sostiene ancora Geremicca – arrivano senza potere e senza quasi più onore all’appuntamento elettorale che avrebbe dovuto invece decidere della durata del governo Monti e che – al contrario – si va caratterizzando come un esame delicatissimo circa le loro possibilità di ripresa e di rilancio”.

Tra civiche a profusione, alleanze improbabili, coalizioni assurde e miriadi di candidati sindaci, per non parlare poi dei consiglieri comunali, queste Amministrative rischiano di trasformarsi nell’ennesima sconfitta della politica, al di là di chi prevarrà nei singoli municipi.
Difatti, o si è capaci di leggere il messaggio che proviene da questa situazione o la politica rischia seriamente di affondare nelle acque putride in cui, purtroppo, è rimasta immersa nell’ultimo decennio. Non che prima fossero tutti santi, capaci, competenti e perbene, per carità, ma onestamente nessuno si sarebbe mai sognato di compiere certi scempi, di candidare certe persone, di assumere atteggiamenti così spudoratamente arroganti. Si tratta di un’esigua minoranza, l’ho sempre detto e ci tengo a ribadirlo, specie in questa fase di anti-politica al diapason nella quale è forte la tentazione di abbandonarsi al qualunquismo e di gettare nello stesso calderone galantuomini e mezze calzette.

Tuttavia, ci sono i primi ma ci sono anche le seconde; e sono queste ultime a fare più spesso notizia, ad umiliare il Parlamento, ad instillare nella mente della comunità l’idea che le istituzioni siano diventate un “bivacco di manipoli”, a danneggiare irreparabilmente l’immagine di una categoria che non a caso può fregiarsi del titolo di “onorevole”.
Adesso sta a noi, a noi partiti, a noi società civile, a noi cittadini che ancora amiamo la politica e crediamo nella sua nobile funzione, pretendere che le cose cambino.
Non saranno le urla sguaiate e fastidiose di qualche improvvisato tribuno della plebe, non sarà l’antipatia indiscriminata, non saranno il disincanto, l’indifferenza o i “vaffa” a risollevare questo Paese dal baratro nel quale il decennio della destra liberista l’ha sprofondato.

Sarà, al contrario, il nostro coraggio, la nostra passione civile, il nostro impegno collettivo, la nostra ricerca costante ed incalzante di interlocutori affidabili (e ce ne sono assai più di quanto non si voglia far credere), affinché il bisogno di pulizia, di umanità, di concretezza, di attenzione ai problemi reali della gente non continui ad essere ignorato o, peggio ancora, deriso dagli esponenti della cosiddetta “casta” e da coloro che, quando gliene parli, ti rispondono con aria di sufficienza, considerandoti un povero illuso.

Credetemi, non c’è cosa peggiore, per un giovane appassionato come me, che vivere in un simile contesto di disaffezione, di scoramento, di disperazione, avvolto da una cappa di sfiducia e gravato dal peso di sondaggi come quello esposto su “la Repubblica” dal professor Ilvio Diamanti, secondo il quale la maggioranza assoluta degli italiani (intervistati dall’istituto Demos nel marzo di quest’anno), per la precisione il 52 per cento, approva l’idea che “la democrazia può funzionare anche senza partiti” mentre addirittura il 60 per cento di essi si dice favorevole a rinviare le elezioni del 2013 per consentire a Monti di portare avanti la sua azione di governo “fino a quando la crisi sarà risolta”.

Su questa rubrica, lo diciamo da anni: o le forze politiche riusciranno in breve tempo a imboccare la via del cambiamento e del rinnovamento e a rendersi veramente migliori o il rischio di una deriva populista e anti-democratica crescerà ogni giorno di più.
Diamanti ha parlato di “princìpio del montismo” e di “aristocrazia democratica” al potere, ma andando avanti di questo passo non sarà certo Monti a somministrare l’eutanasia ai nostri partiti. Se dovesse accadere, la storia insegna che per assumere un compito così ingrato l’abito adatto non è il loden ma il fez e l’orbace.

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