Emfa, la grande incompiuta

L’epoca della democrazia inceppata

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Papa Francesco ci aveva avvisato: non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma a un cambiamento d’epoca. Ma in quale epoca siamo entrati? Guardandosi intorno è difficile non ritenere che questa sia l’epoca dell’inceppamento democratico. Un tempo si diceva che la democrazia fosse come la ruota, una volta scoperta tutti la vogliono. Ora sembra che sia temuta, guardata in cagnesco, in gran parte dell’Occidente. Se così fosse non si tratterebbe di un’epoca cominciata così, all’improvviso, come si dice di quella cominciata proprio in questo giorno, il 12 ottobre, quando Cristoforo Colombo approdò sulle coste del nuovo mondo. No, se così fosse questa epoca nuova sarebbe cominciata dopo un lungo tramonto. Forse hanno ragione quelli che dicono che i popoli dell’est europeo buttarono giù il muro di Berlino e che poi però quel muro ci è caduto in testa.

Il lungo tramonto dell’epoca democratica potrebbe essere cominciato proprio allora: il crollo del Muro ci ha illusi di una vittoria totale e tutto l’Occidente sembrerebbe aver pensato che il pensiero fosse diventato inutile. La vittoria sull’Unione Sovietica totalitaria e collettivista non fu una vittoria militare, o soltanto militare, fu soprattutto una vittoria antropologica, cioè la vittoria di una visione dell’uomo su un’altra, ma ci avrebbe portato a dimenticarci dell’antropologia dell’Occidente vittorioso, basata sul suo umanesimo, fatto soprattutto dai diritti inalienabili dell’uomo, di ogni uomo, e dal diritto internazionale, che unisce e affratella i popoli nella condivisione di regole e norme comuni.

Ora vediamo che tutto ciò che è universale, dai diritti umani al diritto internazionale, sembra un qualcosa che infastidisce, appare rigettato. Questo processo sarebbe stato lento, ma vissuto con la presunzione indicata da un libro famosissimo, quello di Francis Fukuyama, “La fine della storia e l’ultimo uomo”: dunque si pensava che la storia fosse finita, che fosse rimasto solo un sistema. Dunque questo sistema doveva governare globalmente il mondo, senza riconoscere diversità ai popoli, con quella che papa Francesco ha definito la “globalizzazione piatta”, come la sfera, nella quale ogni punto è equidistante dal centro, tutti uguali. Lui propose il poliedro, una figura in cui tutti i lati sono diversi, parti diverse di una sola figura. La globalizzazione invece è stata unilaterale, cioè finanziaria, basata su neo-liberismo, deregulation, delocalizzazione, cartolarizzazione del debito del terzo mondo (condivisa dalle amministrazioni statunitensi democratiche e repubblicane) e soprattutto sul pensiero “pionieristico” di questa nuova visione, quello di Margaret Thatcher: “la società non esiste”. E in effetti la società è scomparsa, per Zygmunt Bauman si è liquefatta.

La presunta fine delle ideologie, un’idea infondata, e la presunta fine delle classi sociali, che nei fatti non è vera ma che ha eliminato culture di classe (cultura operaia e cultura contadina), ci hanno consegnato alla presunta nuova classe uniformante, quella dei consumatori, con il consumismo, ideologia del mondo senza società. Questa nuova realtà andava accettata e la sinistra è divenuta il cocchiere di una sua versione “tiepida”, perché rifiutarla avrebbe significato porsi fuori dall’epoca nuova.

La cancellazione della società, con gli individui trasformati in consumatori, ha fatto emergere l’uomo solo, in un contesto competitivo, aspro, di guerra di tutti contro tutti. Le asprezze economiche per molti ex colletti blu hanno fatto emergere il nuovo bene rifugio per questo individuo spaesato, isolato ed ideologicamente rinchiuso nel consumismo, un’altra ideologia, il nazionalismo. È infatti un’esigenza primaria dell’uomo aggregarsi, ma la ri-aggregazione senza società è difficile. Qui a me sembra che la sinistra globale abbia cercato nei diritti civili la sua bombola d’ossigeno, ma i diritti civili hanno bisogno di diritti sociali per avere un valore collettivo. Certo i cambiamenti, i progressi registrati in giganti come Cina e India sono stati enormi, ma gli squilibri economici globali hanno messo i popoli in urto l’uno contro l’altro e la forza della storia, che doveva essere finita come il pensiero, ha trasformato la religione in nuovo collante “contro” i barbari, gli invasori, i nemici che giungono dal mare o dai monti. È la storia della teopolitica. Un nazionalismo rabbioso e bisognoso di aggregarsi ha trovato un’altra ideologia potente alla quale aggrapparsi, l’identitarismo religioso.

La democrazia è ancora la ruota, una volta scoperta tutti la vogliono, ma la democrazia ha bisogno di una società, di pensieri che propongono, che si confrontano, nel nome del bene comune. Sono queste le “novità” che potrebbero rivitalizzare la democrazia? Più che criticare le conseguenze di questo inceppamento bisognerebbe convenire sulle sue cause, rileggere autocriticamente il passato e pensare a una democrazia funzionale per questo cambiamento d’epoca.


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