Emfa, la grande incompiuta

Elogio dell’eroe. La passione irrefrenabile per Ulisse e il film di Christopher Nolan

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Perché all’improvviso tanta esuberante passione per l’Odissea? Non c’è canale televisivo o piattaforma che, sulla scorta del successo planetario ottenuto da Christopher Nolan (arrivato a superare un miliardo di dollari di incasso), non trasmetta le avventure cinematografiche di Ulisse; dalla prima super produzione nel 1954 di De Laurentiis e Camerini con l’acrobatico Kirk Douglas, alla ispirata e fedele trasposizione di Franco Rossi per la RAI (forse la più convincente di tutte). È riapparso persino un seriale a puntate nel 1997 di Andrej Končalovskij che sembra una parodia. Poi c’è il recente “Itaca, Il ritorno”, di Uberto Pasolini, girato con asciutto sguardo d’autore tra le pietraie delle nostre isole del Sud; un anti kolossal per concezione, quasi un capolavoro grazie all’interpretazione intimista di Ralph Fiennes, eroe stanco ma non piegato, un re senza corona e senza scorta che torna, a dispetto della sorte, esattamente al punto da cui è partito venti anni prima.

Quanti Ulissi diversi l’uno dall’altro, così inquietanti e affascinanti. Perché, ammettiamolo, abbiamo scoperto all’improvviso che Ulisse siamo noi, tutti noi che attraversiamo la vita come un ritorno a Itaca, l’isola da cui abbiamo salpato, le mura familiari alle quali aneliamo far ritorno, cercando in quell’abbraccio riparo, quiete, persino l’ultimo congedo: il cane che ci scodinzola uggiolando nell’estremo anelito; una moglie fedele al talamo nuziale pur priva di notizie sul proprio sposo per due interminabili decenni; il porcaro Eumeo, caparbio, devoto, che non ha mai smesso di credere al ritorno del padrone. E infine il trionfo della giustizia febbrilmente atteso, il redde rationem in un mare di sangue. Dal momento che Ulisse, non va mai dimenticato, è prima di tutto un guerriero, indurito sui campi di battaglia, addestrato a sopravvivere ai micidiali corpo a corpo nei quali non c’è scampo, tu o l’altro cadrà riverso a terra, eterna ombra inghiottita da Ade nella dimora dei morti.

Dopo dieci anni di battaglie furiose, la distruzione di Ilio, incendiata e rasa al suolo perché non ne rimanga più traccia, Ulisse il prode, l’astuto, si è trasformato in una macchina da guerra, temprato a ogni ingiuria degli uomini e della sorte, pronto a fronteggiare qualsiasi insidia e pericolo: Polifemo, i Lestrigoni, i Lotofagi, Scilla e Cariddi. La sagacia e l’esperienza sono la sua coriacea, invisibile corazza. Altro che gli addestramenti survival dei Navy Seal americani. Ulisse, consumato giocoliere delle parole e dei trucchi, non scherza e, quando torna alla sua isola, i pretendenti alla mano della regina, usurpatori beceri e arroganti, non sono in grado neppure lontanamente di supporre cosa li aspetta. Scherniscono e maltrattano lo straccione che osa candidarsi a tendere l’arco di Ulisse, impresa che non è riuscita a nessuno di loro, e che Penelope ha imposto come condizione inderogabile: chi colpirà il bersaglio attraversando con la freccia le asole di dodici asce messe in fila, potrà aspirare al trono del marito. Non è un capriccio mondano per vivacizzare la crapula, ma la riprova della loro indegnità. I servi sono stati avvertiti di serrare dall’esterno le porte del grande atrio, interdetta ogni via di fuga: è giunta per i prepotenti la ‘tetra Chera’, la sentenza di mala morte, il compiersi del destino. I Proci che bivaccano e spadroneggiano convinti di farla franca vengono annientati uno a uno senza pietà; neppure Leode che vilmente prova a invocare clemenza avrà salva la vita: “Ulisse raccolse da terra la spada che Agelao aveva lasciato cadere colpito a morte, e con quella gli falciò il collo; ancora parlava quando la testa finì nella polvere”.

Compiuto lo sterminio degli usurpatori, sarà la volta delle dodici ancelle fedifraghe, indicate per nome dalla fidata nutrice Euriclea. Le ragazze compiacenti con i Proci verranno impiccate utilizzando una robusta gomena di canapa: nessun dubbio che la nave è veramente rientrata in porto, il legittimo sovrano ha riconquistato la sua reggia.

L’Ulisse interpretato da Matt Damon, nelle mani di Christopher Nolan, si offre ai nostri occhi con la travagliata pensosità di un reduce abbrutito dal troppo sangue versato, irrecuperabile alla società civile, inadatto ai tempi di pace. Un diverso Cavaliere Oscuro (il cimiero e il mantello meravigliosi indossati da Agamennone sembrerebbero una citazione di Batman). Il giustiziere, è un uomo di frontiera ricoperto di cicatrici, non soltanto fisiche, condannato alla violenza e al rimorso struggente; assume su di sé la cattiva coscienza di tutti noi testimoni da decenni di troppe guerre in cui non ci sono vincitori e vinti, ma soltanto morte e distruzione. La guerra come iattura, come sciagura incontrastabile, una maledizione divina che incombe sull’umanità dai primordi, forse dalla cacciata biblica dall’Eden, giardino di delizie. Un confuso, opprimente senso di colpa di cui non ci libereremo facilmente.

L’Odissea di Christopher Nolan, pur di stupefacente fastosità nell’impegno produttivo, sceglie tuttavia una visione in cui non ritroviamo l’Ulisse trionfante che abbiamo ammirato fin dai sussidiari scolastici, l’eroe polimorfo, così lo definisce Omero, cioè ‘dal multiforme ingegno’, capace di passare da un’impresa all’altra travolgendoci con il suo vitalismo ardimentoso in cui l’umano si intreccia col divino, la favola al mito. L’Ulisse che assurge a campione dell’intera umanità nell’indimenticabile lezione dantesca: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» (Canto XXVI dell’Inferno). L’essere umano, per realizzarsi, deve spingersi oltre ogni limite imposto.

Nella versione di Nolan la rappresentazione dell’eroe è del tutto mentale, tipica della sua ispirazione, e le vicende che lui ricuce nel film ci appaiono simili a un lungo sogno affannoso, forse un incubo, o più verosimilmente un’immersione psicanalitica tra gli interstizi imperscrutabili di una memoria ancestrale, tra i tenaci archetipi sedimentati nell’inconscio. Inoltre, forse per una scelta calcolata, o forse per un puro e semplice cedimento alla cultura Woke, dall’epos omerico è stata del tutto bandita la prorompente sensualità, l’eccitante erotismo che tanto ci aveva turbato da bambini.

Dal copione di Nolan è scomparsa, poveri noi, la splendida Nausicaa, dalla quale prende avvio l’intera narrazione, l’avvincente flash back delle traversie di Odisseo che, gettato in fin di vita dalle onde sulla spiaggia di Scheria, l’isola dei Feaci, viene salvato da una fanciulla appena sbocciata. La prima visione ch’egli ha aprendo gli occhi è di una creatura ‘per avvenenza simile a una dea’. È Nausicaa che lo accoglie, lo fa lavare dalle ancelle, lo veste di una tunica elegante, lo conduce alla reggia del padre. La ragazza palpita per lo straniero, se ne innamora, sogna le nozze col nuovo arrivato e gli offre la propria verginità: “Numquam virum passa sum”, non ho mai avuto un uomo sopra il mio corpo. Sei tu il primo. Confessiamolo: Ulisse è anche molto fortunato, e comunque quella scena d’amore si imprime nel nostro cuore pervadendo con la dolce promessa tutti i canti successivi del poema.

L’Odissea è un arazzo di femmine irresistibili; a iniziare dagli antefatti cantati nell’Iliade: la guerra di Troia scatenata dal tradimento dell’incantevole Elena, la moglie di Menelao re di Sparta, che fugge tra le braccia di Paride giunto in missione diplomatica, gran seduttore di raffinatezza orientale. Elena dal fascino semidivino, perché è stata generata addirittura da Juppiter, padre degli dei, che assumendo sembiante di cigno, un uccello bello grosso, aveva posseduto con l’inganno la mitica Leda. Ma non da meno sono le altre figure femminili: Calipso, ninfa adorabile, che tra le proprie braccia garantisce a Ulisse l’immortalità; ma siamo onesti, quale donna degna del nome non ci rende immortali nel suo nido, sia pure per quell’attimo fuggente. Femmine sono le Sirene tentatrici, il cui canto misterioso, intimo e melodioso, sappiamo bene di che natura sia, da togliere il senno a chiunque le ascolti; e a ruota viene la maga Circe, incastonata nella fantasia come eponimo di sfrenata seduzione, l’incantatrice che trasforma ogni uomo in porco; anche se non ci vuole chissà che talento. Per non parlare di Penelope (Irene Papas), la sposa irreprensibile ma non insensibile, che pretende le prove muscolari prima di accondiscendere a giacere con il primo estraneo. E qui è doveroso citare l’arguzia insuperabile del grande Ariosto: “Sol perché casta visse / Penelope, non fu minor d’Ulisse” (Orlando furioso XIII, 60, 7.8),

A corredo dei non più giovani potrà servire qualche nome che fece epoca sul grande schermo: Scilla Gabel (Elena), Silvana Mangano (Penelope e Circe), Rossana Podestà (Nausicaa e Elena di Troia nel film omonimo di Robert Wise), Juliette Mayniel (Circe), Barbara Bach (Nausicaa), Marina Berti (Arete moglie di Alcinoo), Juliette Binoche recente Penelope accanto a Ralph Fiennes.

Nell’Odissea di Nolan di sesso invece non si parla, sparito. Calipso e Circe sono impersonate da Charlize Theron e Samantha Morton, due signore in età, da tè in salotto; Penelope è una castigatissima Anne Hathaway; Lupita Nyong’o avrebbe avuto dei numeri, ma nei panni sia di Elena che di Clitennestra non scopre un centimetro della sua celebrata pelle d’ebano; e infine Zendaya, un’Athena più corrucciata che complice. Il regista ha inteso evidentemente sovvertire alcuni stereotipi troppo usurati: ed ecco il gigantesco cavallo, nel cui ventre si celano le truppe d’assalto degli Achei, che non si presenta a noi bello dritto sulle quattro zampe, ma accasciato e semi affondato nell’arena, sfinito; i Lestrigoni irrompono come una falange di giganteschi replicanti sbarcati da un disco volante. Va detto infine che tutti i compagni di Ulisse moriranno per punizione celeste: approdati all’isola del Sole (la Sicilia), affamati e sprezzanti degli ordini tassativi del capo, compiono un’ecatombe di buoi sacri a Febo; meglio morire a pancia piena. Ma il dio Apollo, l’astro solare, non perdona e periranno tutti insieme colpiti dal fulmine di Giove.

Nel complesso, ha osservato acutamente qualcuno, sembra di trovarsi di fronte a una saga nordica; ed è vero, mancano la solarità mediterranea, la joie de vivre delle nostre felici latitudini, la festa dei sensi, l’esplosione pronuba della natura, il desiderio a fior di pelle, lo spericolato abbandono a Dioniso. Il grande regista di Interstellar in cui un padre, pilota spaziale, pur risucchiato in un wormhole, un buco nero, un tunnel spazio temporale al limite della galassia, riusciva a non perdere il contatto mentale sulla Terra con la figlia adolescente innamorata di lui, in quest’ultima sua opera ha preferito rileggere Omero alla luce dell’angoscia esistenziale che sta dilagando in una umanità consegnata a un futuro incerto.

E allora ecco il mio suggerimento: il film di Ulisse giratelo voi da soli, affidandovi a un libro geniale mandato tempestivamente in edicola dal Corriere della Sera e andato letteralmente a ruba: “Il più bel romanzo del mondo – L’odissea raccontata da Nicola Gardini”.

Il latinista e grecista italiano con cattedra a Oxford, impareggiabile narratore dell’antichità, ci induce canto dopo canto a ricreare nella mente quell’opera di fantasia che nessun autore cinematografico al mondo potrà realizzare al nostro posto. Non so chi sia la vostra Nausicaa, ma so qual è la mia, e anche la mia Calipso, la mia splendida Elena, la torbida Circe. Io, voi, non abbiamo alcuna difficoltà a prendere il posto di Ulisse nella prosa limpida di Gardini, un aedo moderno, anzi un compagno di banco che ci sussurra all’orecchio i segreti più voluttuosi e proibiti. Senza alcuno sforzo, talmente visiva è l’arte di Omero. Epos, ci ricorda Gardini, in greco vuol dire parola.

Volete un esempio? L’incontro dell’eroe con Nausicaa, nei versi che di tanto in tanto l’autore ci ripropone come un assaggio prelibato, un condimento insostituibile per insaporire le pagine del suo libro:

“… uscì dai cespugli il magnifico Ulisse,

e con mano gagliarda staccò dalla fitta boscaglia

una frasca che gli schermisse le parti virili.

E va, come leone dei monti, forte si sé,

che procede nella pioggia e nel vento, ma gli occhi

gli ardono e insegue le cerve selvatiche; il ventre gli ordina di tentare…

Ulisse così tra fanciulle dai riccioli belli stava

per farsi avanti, nudo com’era; il bisogno premeva.

Terribile apparve loro, guastato dalla salsedine,

e si sbandarono lungo i margini della spiaggia.

Sola rimase la figlia di Alcinoo…

La trama dell’Odissea è talmente ricca e sovraccarica di sorprese, di personaggi, di incontri, che è impossibile non trovarci ciò che ci appartiene più intimamente, e più di quanto noi possiamo sospettare. Chi è Ulisse? Si domanda Gardini: “Omero certo ci aiuta a figurarcelo perbene, presentandolo come l’uomo dal vivace intelletto, l’uomo dalla parola abile, l’uomo che preferisce la mortalità, l’uomo di famiglia, l’uomo di Itaca, e declinandolo, secondo le circostanze, nel viaggiatore, nel marito, nel padre, nel figlio, nel re, nel bugiardo, nell’atleta, nel guerriero… Ne sappiamo di cose su questo personaggio”.

E rubandogli le emozioni sapremo non meno cose anche su noi stessi.


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