A tre settimane dalla sentenza che il prossimo 28 settembre la Prima Corte d’Assise di Roma dovrà pronunciare sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, l’Egitto sceglie la propaganda diplomatica. Il regime di Abdel Fattah al-Sisi ha ricevuto al Cairo il ministro degli Esteri Antonio Tajani, alla sua sesta visita nel Paese dall’inizio del mandato, e ha subito trasformato l’incontro in un messaggio politico rivolto all’Italia intera: la crisi tra i due Paesi sarebbe superata, i rapporti “ricostruiti”, il caso Regeni ormai archiviato come ostacolo tra le nazioni. L’ambasciatore egiziano in Italia, Bassam Radi, ha parlato addirittura di un “coronamento” degli sforzi diplomatici degli ultimi mesi.
Una lettura che la famiglia di Giulio non condivide e che difficilmente potrà condividere l’opinione pubblica italiana. Da dieci anni Claudio Regeni e Paola Deffendi chiedono che l’Italia non interrompa la pressione diplomatica finché il Cairo non collabori pienamente alle indagini. Vedere riaprire proprio ora, alla vigilia del verdetto, il principale tavolo economico e politico tra i due Paesi assume i contorni di un’ingerenza indebita sul lavoro dei giudici italiani.
Mentre al Cairo si celebrano strette di mano e comunicati congiunti su immigrazione, energia e sicurezza regionale, nell’aula bunker di Rebibbia si continua a fare i conti con la crudeltà di quanto accaduto a Giulio. Alla sbarra, tutti processati in contumacia, quattro uomini della National Security Agency egiziana: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per cui l’accusa ha chiesto l’ergastolo, e il generale Sabir Tariq, il colonnello Athar Kamel e Usham Helmi, per i quali sono stati chiesti diciassette anni e mezzo ciascuno. Le testimonianze raccolte in aula hanno restituito il racconto di giorni di prigionia e sevizie, con dettagli che difficilmente potranno essere cancellati dalla memoria collettiva, per quanto il Cairo si sforzi di derubricarli a un capitolo chiuso.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la vicenda, tuttora aperta, di Nessy Guerra: la cittadina italiana bloccata in Egitto insieme alla figlia dopo una condanna per adulterio confermata in appello, mentre l’ex marito ha ottenuto il divieto di espatrio per la bambina fino ai 21 anni. Anche su questo fronte la diplomazia italiana si muove con estrema cautela, senza che finora sia arrivata alcuna soluzione concreta.
Dietro la fretta con cui Il Cairo ha voluto blindare l’immagine di una normalità ritrovata ci sono interessi tutt’altro che simbolici: l’export italiano verso l’Egitto è cresciuto del 17 per cento negli ultimi sei mesi, e sul tavolo restano dossier pesanti come gas, investimenti, turismo e gestione dei flussi migratori. Sisi ha persino invitato la premier Giorgia Meloni a recarsi al Cairo. Un intreccio di convenienze che rischia di trasformare il diritto alla verità e alla giustizia, per cui la famiglia Regeni si batte da un decennio, in merce di scambio silenziosa.
Articolo21 è al fianco della famiglia Regeni fin dal primo giorno, insieme a Giulio Siamo Noi e a tutto il Popolo Giallo che in questi dieci anni non ha mai smesso di chiedere verità. Non permetteremo che l’oblio o la mistificazione prendano il posto della memoria. L’Italia dovrebbe sentirsi offesa per l’ennesimo oltraggio di un governo che da oltre un decennio irride la giustizia, trasformando in propaganda persino l’attesa di una sentenza. Il 28 settembre ci auguriamo che venga finalmente scritta una verità processuale sui responsabili materiali dell’omicidio di Giulio Regeni. Ma qualunque cosa accada in quell’aula, nessuna storia resta muta per sempre: il tempo, prima o poi, restituisce tutto.
