L’operazione-show del Governo, che ha concentrato decine di detenuti al 41 bis nella casa circondariale di Uta, una ventina di chilometri da Cagliari, cozza con le drammatiche affermazioni ribadite dal procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia: in carcere comandano i mafiosi.
Ci sono due premesse che nessuno dei protagonisti di questa questione intende mettere in discussione, tanto meno l’autore di questo commento. La prima: il regime carcerario noto come “41 bis” è legittimo e necessario per ridurre al minimo il rischio che appartenenti a organizzazioni criminali particolarmente pericolose, come le mafie, che ricoprano posizioni apicali, possano continuare a comandare quelle stesse organizzazioni dal carcere e, contemporaneamente, possano comandare in carcere.
Da qui discende la seconda premessa: l’importanza che l’ambiente carcerario deputato a questo scopo sia ben studiato e ancor meglio organizzato, onde evitare, tra l’altro, che un’infausta promiscuità tra detenuti al 41 bis e altri detenuti finisca per surrogare quelle catene di comando.
L’operazione-show del Governo e, nello specifico, del Ministero della Giustizia, sarà certamente piaciuta all’ex sottosegretario con delega alle carceri Andrea Delmastro, che si dimise a causa dello scandalo — a oggi non chiarito — della bisteccheria in società con Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, indicato come prestanome dei Senese a Roma. Delmastro aveva condiviso con l’opinione pubblica “l’intima gioia” provata al pensiero dei detenuti ristretti dietro i vetri blindati dei mezzi della Penitenziaria. E qui ce n’erano almeno ottantotto. L’operazione pone, però, altri interrogativi pressanti.
Alcuni sono stati espressi in maniera lapidaria dalla presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde. Rimanderei integralmente al suo comunicato stampa, nel quale contesta tanto il metodo quanto il merito della scelta e si domanda, tra l’altro, come il Governo pensi di supportare la Regione nella gestione delle conseguenze — che indubbiamente ci saranno — di una simile concentrazione di detenuti al 41 bis.
Un altro interrogativo si impone alla luce delle parole del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, che proprio venerdì sera, a operazione-show già avviata, intervenendo alla festa nazionale del Partito Democratico di Reggio Emilia in un dibattito moderato dalla giornalista Stefania Limiti, al quale hanno preso parte anche don Luigi Ciotti, la senatrice Enza Rando e il senatore Walter Verini, ha ribadito la denuncia di qualche settimana prima, che gli era costata la reazione stizzita del ministro Nordio: le carceri italiane sono fuori controllo e le mafie comandano.
Come si spiega questa apparente contraddizione tra un circuito 41 bis superblindato, deputato a neutralizzare i vertici delle organizzazioni mafiose, e la denuncia del dottor De Lucia?
Ricordando che la maggior parte degli affiliati alle organizzazioni mafiose non è detenuta in regime di 41 bis, bensì in “alta sicurezza”, ovvero secondo modalità che non prevedono la completa segregazione rispetto al resto della popolazione carceraria e, generalmente, comportano misure di controllo attenuate rispetto al 41 bis.
L’alta sicurezza è precisamente il punto debole del sistema carcerario.
Se a questo si aggiungono le drammatiche condizioni generali degli istituti di pena, che li rendono nel loro complesso difficilmente sostenibili tanto per i detenuti quanto per il personale impiegato, e la pressoché totale impossibilità di dare attuazione alle norme volute dal Governo e assai pubblicizzate in materia di esecuzione della pena in modalità alternativa alla detenzione in carcere per tossicodipendenti e alcoldipendenti, il sospetto che quella di Uta sia stata principalmente una grande operazione propagandistica si rafforza, eccome.
Tanto più che, come si conviene a un coro bene affiatato, è stata proprio la voce della presidente Colosimo a levarsi per snocciolare orgogliosamente i numeri impressionanti del “passaggio a Uta”: 207 agenti tra GOM, GIO e reparti territoriali, 65 veicoli di servizio articolati in 8 convogli terrestri, 7 ambulanze, 10 voli militari, 2 aerei della Guardia di Finanza e 2 droni per il monitoraggio dall’alto (fonte: L’Unione Sarda).
Insomma: un weekend di applausi a scena aperta per le Sorelle d’Italia.
Senza mettere mano all’alta sicurezza; senza verificare in concreto e in un lasso di tempo congruo quanto siano effettivamente adeguate le strutture di Uta e Nuoro per un numero così elevato di detenuti al 41 bis; senza rafforzare significativamente i presidi locali e gli strumenti di prevenzione al fine di controllare tutto il “cascame” di conseguenze sociali ed economiche prodotte da questa concentrazione, come giustamente lamentato dalla presidente Todde; senza fare del carcere ciò che pretende la Costituzione, anche in termini di possibile riscatto personale da parte di chi ha sbagliato, difficilmente si avvicinerà la fine delle mafie.
Tanto più che poche cose fanno da “ricostituente” alle mafie quanto certi segnali che, più di tante operazioni e di tanti decreti, sono in grado di evocare un habitat più o meno favorevole.
Qualche esempio? Impegnare il Parlamento nell’abolizione dell’abuso d’ufficio, nella limitazione della durata delle intercettazioni e della loro utilizzabilità, oppure negare alla magistratura l’accesso alle chat tra Delmastro e Caroccia.
(foto Unione Sarda)
