«Così come abbiamo realizzato una trasformazione storica in Venezuela, confidiamo altrettanto nel grande cambiamento che presto avverrà a Cuba.»[1]
Durante l’incontro dello scorso 7 marzo a Miami è stato lanciato lo “Scudo delle Americhe” (Shield of the Americas), ovvero un accordo di cooperazione militare anti-narcos tra gli Stati Uniti e altri 17 paesi dell’area latinoamericana. Una nuova alleanza che sembra il coronamento della Dottrina Monroe[2], citata direttamente dal presidente Trump a poche ore dall’operazione militare che ha portato al cambio di regime a Caracas e già all’interno del National Defense Strategy – 2026NDS[3].
Le ragioni delle relazioni e, soprattutto, dello scontro tra Stati Uniti e Cuba non possono certo essere ricercate nella lotta per le materie prime e il petrolio oppure in quella al contrasto del narcotraffico. È dalle riforme e nazionalizzazioni portate avanti da Fidel Castro già all’indomani dell’entrata trionfante a L’Avana del 1959 che i rapporti con Washington sono diventati sempre più turbolenti. Inoltre, l’economia dell’isola non ha fatto che legarsi sempre più all’allora Unione Sovietica.
Nel gennaio 1963 il presidente Kennedy affermò che gli Stati Uniti avrebbero potuto usare Cuba allo stesso modo in cui la Russia aveva usato Berlino, rendendola così un ostaggio diplomatico, e che «acting against Cuba might be a more satisfactory response than a nuclear response» (“agire contro Cuba potrebbe essere più soddisfacente di una risposta nucleare”)[4]. La distensione dei rapporti tra Washington e L’Avana è andata di pari passo a sottili riavvicinamenti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, come nel luglio 1987 allorquando il presidente Reagan, davanti alla porta di Brandeburgo, concluse il suo discorso rivolgendosi al segretario generale del partito comunista sovietico con un invito preciso: “Mr. Gorbaciov, tear down this wall” (“Signor Gorbaciov, abbatta questo muro”)[5].
Il recente inasprimento della crisi cubana costituisce il concentrato di dinamiche esogene verificatesi negli ultimi quattro anni, aggravate da scelte politiche endogene, quali il rafforzamento dell’embargo statunitense sotto l’amministrazione Trump e la crisi del Venezuela da cui Cuba dipende sul piano economico ed energetico.
Questi fattori hanno di fatto isolato Cuba, aprendo le porte dell’arcipelago a importanti investimenti cinesi soprattutto nelle telecomunicazioni, con Pechino interessata anche ai settori sanitario e farmaceutico e alla produzione di minerali strategici dual-use (civile – militare) come cobalto, silicio, nichel, indispensabili per la componentistica di batterie, computer, smartphone e semiconduttori. Penetrazione che sta spingendo anche il Giappone verso azioni diplomatiche e geo-economiche in America Centrale e nei Caraibi, sotto la cornice della Free and Open Indo-Pacific Strategy[6].
L’atteggiamento ideologico anti-castrista di Washington e la scelta tattica di far prevalere gli interessi politico-elettorali domestici a considerazioni geopolitiche ha impedito dal 1959 a oggi l’ingresso della più strategica porzione di terra oltre il territorio Usa nella sfera d’influenza dell’impero americano. Condotta che palesa il divario strategico che separa gli Usa dalle due grandi potenze, Russia e Cina, che si pongono come sfidanti dell’egemonia globale americana[7].
Cuba sta agli Usa come Taiwan sta alla Cina e come gli Stretti Turchi e l’Ucraina stanno alla Russia. Se una potenza riesce a controllare politicamente e militarmente l’arcipelago, potrebbe potenzialmente interdire la libera navigazione commerciale e militare alle navi Usa in uscita dai porti di New Orleans e Houston[8].
La rielaborazione in chiave MAGA (Make America Great Again) della Dottrina Monroe presenta l’emisfero occidentale come una sfera d’influenza esclusiva degli Stati Uniti, che deve essere resa impermeabile alle potenze rivali[9]. Significative al riguardo sono state le parole di Stephen Miller, vice capo staff della Casa Bianca e consigliere per la sicurezza interna, pronunciate durante un’intervista alla CNN: «You can talk all you want about international niceties and all that, but we live in a world, the real world, that is governed by force, that is governed by power» (“Puoi parlare quanto vuoi di sottigliezze internazionali e di di tutto il resto, ma viviamo in un mondo, il mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dal potere”)[10].
In questo clima anche l’attacco agli alleati non è mai del tutto escluso, come nel caso della Groenlandia che il presidente, piuttosto che invaderla, si è proposto di acquistare perché carica di navi russe e cinesi. Il filo rosso che lega Venezuela, Atlantico e Artico è dunque la stessa logica alla base della nuova bussola strategica Usa: prevenire l’ingresso di potenze rivali nelle aree considerate vitali per la sicurezza e l’influenza americane, anche a costo di forzare norme, alleanze e consuetudini[11].
In seguito all’operazione militare statunitense in Venezuela, Trump ha lasciato intendere che Cuba sarebbe presto “caduta da sola”. Il Venezuela è la principale fonte di petrolio per Cuba, che dipende fortemente dalle importazioni per la maggior parte del suo approvvigionamento energetico. Sebbene Trump non abbia invocato un intervento militare a Cuba, ha definito l’isola una “nazione fallita” e ha ripetutamente paventato la possibilità di un “friendly takeover”, ovvero una “presa di potere amichevole”.
La Legge Helms-Burton del 1996 vincola legalmente la revoca delle sanzioni statunitensi a cambiamenti politici a Cuba, richiedendo la formazione di un governo di “transizione” o “democraticamente eletto” prima che l’embargo possa essere revocato. Cuba è governata dallo stesso sistema politico a partito unico dal 1959, ovvero da quando Fidel Castro rovesciò il governo sostenuto dagli Stati Uniti instaurando uno stato socialista. Nei quasi settant’anni successivi, il paese ha avuto solo altri due leader: il fratello di Fidel, Raúl, che si è dimesso nel 2018, e il suo successore, Miguel Diaz-Canel.
Indipendentemente da come evolverà la situazione a Cuba, non si prevede che il modello politico rivoluzionario dell’isola crolli immediatamente. Anche un cambiamento significativo, come una transizione verso un sistema a guida militare più aperto agli investimenti privati, non migliorerebbe necessariamente le prospettive per Cuba.
Cuba sta attraversando una delle peggiori crisi economiche dai tempi del “Periodo Speciale” degli anni ’90, quando il crollo dell’Unione Sovietica – un’ancora di salvezza economica fondamentale – innescò una diffusa povertà. L’attuale crisi è caratterizzata dal collasso quasi totale della rete elettrica, ormai obsoleta, dalla scarsità di beni di prima necessità dovuta all’inflazione galoppante, da una grave carenza di carburante e dal calo del turismo. Il blocco statunitense sta ovviamente accelerando il deterioramento economico di Cuba.
La maggior parte dei paesi della regione ha criticato il blocco statunitense contro Cuba. Durante un vertice di quattro giorni a Saint Kitts e Nevis alla fine di febbraio, i membri della Comunità dei Caraibi (CARICOM) hanno espresso preoccupazione per la situazione umanitaria dell’isola e per le potenziali ripercussioni a livello regionale.
Anche la Russia ha ribadito il proprio sostegno a Cuba. Il ministro dell’Energia russo ha più volte confermato l’invio di petrolio. Già a gennaio di quest’anno la Cina aveva pronto un pacchetto di aiuti per Cuba che includeva circa 80 milioni di dollari in assistenza finanziaria[12].
La crisi economica e sociale di Cuba si è per certo aggravata dopo l’intervento degli Stati Uniti ma la situazione è critica da tempo e la popolazione provata e pronta a lasciare l’isola.
L’89% delle famiglie cubane vive in condizioni di estrema povertà e il 78% desidera emigrare o conosce qualcuno che lo desidera. Questo dato è anche coerente con l’alto livello di disapprovazione nei confronti della gestione economica e sociale del governo, che ha raggiunto il 92%[13].
Cuba considera che adottare politiche economiche sulla scia di quelle cinesi e mostrare apertura economica comporti dei costi troppo grandi sul piano ideologico[14]. Però, non avendo un supporto molto ampio da parte di altri paesi, le politiche statunitensi potrebbero portare Cuba ad aprirsi a politiche più favorevoli e in modo più definitivo rispetto a quanto fatto finora, sia per alleviare tali pressioni sia per uscire da questo stato di costante crisi. Il problema riguardo le riforme economiche è che attuarle in tempi di crisi profonde, come quella attuale, non è facile dal punto di vista ideologico e di giustificazione del regime: Cuba starebbe ammettendo che è necessario un cambio di rotta e che, quindi, il regime non riesce a sopravvivere e a imporre il proprio metodo. Un altro problema delle riforme è che necessitano di tempo, una risorsa che Cuba in questo momento non ha[15].
Gli Stati Uniti stanno esercitando una pressione sostenuta ma un’azione diretta come in Venezuela sembra da escludere, sia perché l’esercito cubano sebbene meno numeroso è più fedele rispetto a quello venezuelano, sia pure perché l’isola ben controlla i confini ed è dotata di un forte controspionaggio rispettato anche dagli stessi Stati Uniti. Egualmente improbabile si prospetta un regime change sulla spinta di proteste interne in quanto l’opposizione non è così chiara e ben articolata. La “valvola di sfogo” per le proteste interne che ha funzionato anche in passato è il permesso di lasciare l’isola, di emigrare. Tra le mete più ambite ci sono proprio gli Stati Uniti[16].
[1]Donald Trump, discorso del 7 marzo 2026 all’America Business Forum Miami: https://www.youtube.com/watch?v=_E0asKomMwA (Video del Dipartimento di Stato Americano).
[2]I principi elencati da James Monroe nella famigerata discussione della fine del 1823, p diventati la Dottrina Monroe, stabilivano l’opposizione degli Stati Uniti a ulteriori progetti coloniali da parte di potenze europee nelle Americhe, nonché il non intervento delle potenze europee nelle vicende delle repubbliche del Nuovo Mondo e la non interferenza degli Stati nelle vicende del Vecchio Continente.
[3]National Defense Strategy – 2026NDS: https://media.defense.gov/2026/Jan/23/2003864773/-1/-1/0/2026-NATIONAL-DEFENSE-STRATEGY.PDF (Consultato il 5 aprile 2026).
[4]Notes of Kennedy’s remarks at the 508th meeting of the NSC, FRUS, vol. 11, 1963, pp. 668-669.
[5]Chiara Cannalire, La tensione istituzionale tra Stati Uniti e Cuba: un consuntivo delle tappe focali, in Centro Studi d’Europa, gennaio 2022.
[6]Si veda: https://www.mofa.go.jp/files/000430632.pdf (Consultato l’8 aprile 2026).
[7]Vito Fatuzzo, La relazione Stati Uniti – Cuba, termometro geopolitico del primato strategico americano, in IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 22 luglio 2021.
[8]Vito Fatuzzo, op.cit.
[9]Alessia De Luca, La Dottrina ‘Donroe’ e il ritorno alle sfere d’influenza, in ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 8 gennaio 2026.
[10]Link al video dell’intervista: https://edition.cnn.com/2026/01/05/world/video/stephen-miller-greenland-part-of-us-trump-venezuela-tapper-digvid-vrtc (Visionato il 9 aprile 2026).
[11]Alessia De Luca, op.cit.
[12]Diana Roy, Trump’s ‘Maximum Pressure’ Campaign on Cuba, Explained, in CFR – Council on Foreign Relations, 31 marzo 2026.
[13]Observatorio De Derechos Sociales Cuba e Observatorio Cubano de Derechos Humanos, El estado de los derechos sociales en Cuba, VIII Informe 2025: https://derechossocialescuba.com/wp-content/uploads/2025/09/ods8r_es.pdf (Consultato il 10 aprile 2026).
[14]Jorge Alberto Ortiz Almanza, Las relaciones entre la República Popular China y Cuba a partir del fin della Guerra Fría, in TONGDAO – Revista Latinoamericana de Estudios de China Contemporánea, 01.01, maggio-ottobre 2024.
[15]Michela Bongiovanni, Crisi energetica a Cuba: cause, alleati e prospettive future, in IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali, 11 marzo 2026.
[16]Michela Bongiovanni, op.cit.
