Una petizione popolare contro l’uscita dall’offerta dei canali digitali terrestri di Rai Scuola ha raccolto in pochi giorni migliaia di firme.
La migrazione dal canale 57 alla pur utile fruizione attraverso la rete (una sorta di catalogo, quindi) ha un indubbio riflesso sul rapporto con il pubblico. Dal 1° ottobre (la data dell’uscita dal paniere) le scuole più disagiate saranno penalizzate, non essendovi spesso l’opportunità di dotare alunne e alunni di computer e device adeguati. Inoltre, simile scelta fa a pugni con il Contratto di servizio, che assegna un ruolo importante all’educazione come asse costitutivo del servizio pubblico.
Del resto, l’antica trilogia -informare, intrattenere ed educare- rimane, mutatis mutandis, un essenziale vademecum per i fornitori di media di servizio pubblico, pure secondo le definizioni aggiornate dell’European Media Freedom Act, la cui applicazione in Italia è tuttora ostacolata.
Se pure venissero utilizzate motivazioni tecniche (i canali non si aggiungono per la finitezza dello spettro delle frequenze, ma si sostituisce chi li utilizza), sarebbe ancora più plateale la gravità della vicenda. A prendere il posto sul telecomando è un’ennesima trovata del sovranismo minore, che tanto piace alla destra del governo e della Rai. «Italiana» (che fantasia) tratterà di bellezze e tradizioni locali, sovrapponendosi ad omologhe offerte che quotidianamente ci offre il palinsesto. In verità, la ragione non sembra essere l’aspetto mediale, bensì l’esibizione dell’ideologia italiota. Pare una bandierina da esibire nella (pericolosa) campagna elettorale, per dare un senso ad una Rai che di senso ne ha sempre di meno.
Tra l’altro, la missione formativa ha una storia rilevantissima nell’ex monopolio: dal celeberrimo maestro Manzi, a rubriche come L’Approdo, alle lezioni attraverso lo schermo. Fino a Rai Educational e, dal 19 ottobre del 2009, a Rai Scuola.
Siamo di fronte ad un ennesimo scivolone della Rai. Il vertice attuale sta inanellando una storpiatura dietro l’altra: dalle improvvide dichiarazioni dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi sulla crisi della terza rete, alla conversione in TeleMeloni del Tg1, ai flop di diversi nuovi programmi, fino all’incredibile vicenda del maccartismo esibito verso Sigfrido Ranucci e Report che rischia di finire in un richiamo alla Rai da parte della Commissione europea.
L’elenco degli insuccessi e delle gaffe è lungo e -comunque- il calo degli ascolti parla chiaro, essendo il servizio pubblico superato spesso da Mediaset nelle ore serali. Su tutto questo sono intervenuti criticamente i consiglieri di opposizione Di Majo, Di Pietro e Natale, nonché vari esponenti del fronte progressista.
Come sempre accade, c’è un punto di crisi altamente simbolico. È il caso di Rai Scuola, perché si sono messi in movimento mondi numerosissimi e trasversali. Se il caso inquietante di Report evoca la questione della libertà di informazione, quello del canale scolastico entra in tutte le case e attraversa le generazioni.
Potrebbe ripensarci la Rai? Chissà, sarebbe una boccata di ossigeno per un’immagine assai deteriorata. Per di più, l’offerta non immediatamente competitiva sul mercato ma volta ad accrescere la cultura di massa è la garanzia di una conferma della Convenzione con lo Stato, che si rinnoverà nell’aprile del 2027. Meditate gente, meditate, per riprendere un motto di Renzo Arbore.
A proposito di mercato, va aggiunta una considerazione non secondaria. Gli attuali esponenti della destra nostalgica e tuttavia subalterna alle pulsioni liberiste che spazio avrebbero in un’azienda privata dove se si sbaglia si è cacciati? Liberisti per convenienza e però attaccati alle poltrone come nelle vecchie partecipazioni statali. Anche Rai Scuola è un sintomo del declino generale della nobiltà decaduta dell’apparato pubblico. C’è un filo nero che congiunge i vari accadimenti: i saperi non sono importanti, meglio sudditi che cittadini. E la propaganda si destreggia accarezzando il pelo agli spiriti retrivi e reazionari. La scuola è considerata un lusso nello schermo e fuori.
Fonte: https://ilmanifesto.it/la-scuola-fa-paura-alla-rai-meglio-le-piccole-italie?t=wg5QvCQ0xDIfpl9B7Kpni
