Nella Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, iniziata il 2 settembre, sono presenti due film iraniani che rappresentano il cinema non ufficiale del paese. “Un po’ di luce” di Ali Asgari compete per il Leone d’Oro, mentre “Moragheb” (vigilante) di Mohsen Gharaie è stato inserito nella sezione Orizzonti.
Mohsen Gharaie alla vigilia della Mostra ha denunciato di aver ricevuto minacce di morte da parte delle autorità della Repubblica Islamica, che hanno confiscato anche tutti i suoi beni, compresa la casa doveva vivevano i suoi familiari.
“Moragheb” è stato girato in Iran con tanto di autorizzazioni, anche se la storia del film è stata modificata rispetto alla scenografia presentata per ottenere tale autorizzazioni. Il regista dichiara che è stato avvisato che al suo rientro in Iran sarà arrestato e condannato.
“Moragheb” è il quarto lungometraggio del regista e racconta la storia di un agente carcerario che per un errore viene sospeso dal lavoro. L’agente sospeso intanto scopre che la figlia vuole emigrare all’estero per intraprendere la carriera di modella e lui fa tutto per impedire che la giovane donna realizzi i suoi sogni.
Il regista denuncia che le minacce di morte sono giunte non appena è stata annunciata la presenza del suo film al festival veneziano. L’ordine per la confisca dei suoi beni è partita pochi giorni dopo.
Mohsen Gharaie è accusato non solo di aver girato un film che una sceneggiatura diversa da quella depositata, ma aver ignorato le legge sull’obbligo per le protagoniste del film di indossare l’hijab. “Mentre giravano il film nei luoghi pubblici – racconta il regista- abbiamo preso tutte le precauzioni per impedire che i lavori fossero interrotti, ed avevamo messo nel contro che il film non avrebbe mai ricevuto le autorizzazioni necessari per essere proiettato in Iran, ma non mi aspettavo le minacce di morte e nemmeno la confisca dei beni.”
Mohsen Gharaie sostiene che la dura reazione del regime non riguarda semplicemente aver ignorato la legge sul hijab obbligatorio. “Il vero problema è il messaggio del film – dice – che se rivelato fin dall’inizio non avrebbe mai ottenuto le autorizzazioni necessari per realizzarlo.” “Il mio film indirettamente – aggiunge Gharaie – dimostra come il comportamento del regime con i propri cittadini e con i paesi vicini ci ha portato alla situazione attuale e alla guerra in corso.”
Dal 2022 e dai tempi delle proteste note come “Donna, Vita, Libertà” i maggiori festival cinematografici internazionali non invitano la cinematografia ufficiale della Repubblica Islamica, limitandosi a ospitare film di registri iraniani girati all’estero, oppure le produzioni non sostenute e finanziate dal regime.
