Emfa, la grande incompiuta

Fabiana Pacella e gli odiatori del web: nel mirino c’è la libertà di stampa

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Dalla denuncia del degrado alla gogna social: la giornalista d’inchiesta e portavoce di Articolo 21 Puglia nel bersaglio di insulti, delegittimazione e bodyshaming. E ora si verifichi anche se dietro questa campagna esista una regia organizzata.

La Famiglia di Articolo 21 esprime piena solidarietà a Fabiana Pacella, firma de La Gazzetta del Mezzogiorno, portavoce del Presidio Puglia, e una delle voci più esposte dell’associazione nella difesa della libertà di stampa e del diritto di cronaca. La sua colpa? Aver fatto il proprio mestiere. Pacella ha raccontato, attraverso articoli, fotografie e documentazione, situazioni di degrado, abbandono di rifiuti e commercio abusivo ambulante nel territorio di Porto Cesareo, in provincia di Lecce. Ha portato all’attenzione dei lettori fatti e immagini che riguardano uno spazio pubblico e, dunque, questioni di interesse collettivo. Eppure, invece di un confronto sul merito delle notizie, è partita una campagna di attacchi personali sui social, dentro gruppi pubblici e privati, con insulti, delegittimazioni e contenuti che hanno progressivamente spostato il bersaglio dal lavoro giornalistico alla persona. È questo il punto che Articolo 21 non può e non vuole ignorare. Perché contestare un articolo è legittimo. Criticare una ricostruzione è legittimo. Chiedere una rettifica, quando ne ricorrano i presupposti, è legittimo. Quello che non è accettabile è trasformare una giornalista in un bersaglio, alimentando una gogna collettiva. E c’è un elemento che merita di essere sottolineato: il problema del degrado e dei rifiuti a Porto Cesareo non è stato raccontato soltanto da Fabiana Pacella. Anche altre testate hanno affrontato il tema, documentando situazioni analoghe. Non risulta, però, che quelle cronache abbiano prodotto una campagna di odio. Questo elemento dovrà essere osservato e verificato con attenzione. Perché se un medesimo fenomeno può essere raccontato da più organi di informazione, ma soltanto una giornalista viene trasformata nel bersaglio di una campagna social, la questione non riguarda più soltanto il contenuto di un articolo. Riguarda la persona che quell’articolo ha firmato. La libertà di stampa non può essere lasciata in balia della logica della gogna. E ancora più grave è quando gli attacchi non si limitano alla professione, ma investono la dignità personale, il corpo,  e l’aspetto fisico della giornalista. Nel caso di Fabiana Pacella, infatti, la shit storm comprende anche episodi di bodyshaming: il ricorso all’aspetto fisico, all’immagine e al corpo come strumenti per umiliare e screditare una professionista. Anche su questi aspetti della vicenda saranno effettuate le valutazioni del caso nelle sedi competenti. È una dinamica particolarmente odiosa, perché rivela un meccanismo antico: quando non si riesce — o non si vuole — discutere ciò che una giornalista racconta, si tenta di colpire la giornalista stessa. Prima il lavoro. Poi la persona. Poi il corpo. È così che la critica diventa intimidazione. Ed è così che una professione già duramente provata dalla precarietà e da compensi spesso insufficienti viene ulteriormente esposta a pressioni, aggressioni e campagne di odio. Fabiana Pacella è una giornalista d’inchiesta. Ha scelto, nel corso della sua attività professionale, di occuparsi di storie spesso scomode, di denunciare situazioni che meritano attenzione e di dare voce a realtà che altrimenti rischierebbero di rimanere ai margini. Non è un dettaglio. Fabiana è anche portavoce del Presidio Puglia di Articolo 21, una presenza costante nelle battaglie per la libertà di informazione, per la difesa dei giornalisti minacciati e per il diritto dei cittadini a essere informati. E proprio per questo la sua vicenda ci riguarda ancora più da vicino. Il direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, Mimmo Mazza, nell’editoriale pubblicato in prima pagina il 19 agosto, ha fotografato con chiarezza il problema. Mazza ricorda innanzitutto che una testata giornalistica opera assumendosi responsabilità precise, «rispondendo penalmente, civilmente e deontologicamente di tutto quello che pubblichiamo». Poi individua la deriva dei social: «Persone senza arte né parte, e soprattutto senza nulla da perdere, imperversano su Facebook per insultare questo e quello o prendere di mira chi ha solo il torto di fare il suo mestiere». E subito dopo cita esplicitamente Fabiana: «Sta accadendo in queste ore alla nostra Fabiana Pacella, finita nel tritacarne dei social per aver raccontato sulla Gazzetta il degrado di certe zone di Porto Cesareo». Parole che Articolo 21 fa proprie. Perché raccontare il degrado non significa provocarlo. Fotografare un cumulo di rifiuti non significa averlo abbandonato. Documentare il commercio abusivo non significa essere contro una comunità. Fare una domanda scomoda non significa essere nemici di qualcuno. Il giornalista racconta ciò che vede, verifica ciò che può verificare e mette a disposizione dei cittadini elementi sui quali formarsi un’opinione. Se qualcuno ritiene che una notizia sia falsa o inesatta, esistono strumenti e procedure per contestarla. La risposta non può essere una campagna di odio. E non può essere il bodyshaming. Non può essere l’insulto. Non può essere la delegittimazione professionale. Non può essere la gogna. Mimmo Mazza lo scrive con parole altrettanto nette: «Non saranno i leoni da tastiera a fermarci». È una frase che oggi vale per Fabiana Pacella e vale per ogni giornalista che si trova davanti allo stesso meccanismo: raccontare qualcosa che disturba e ritrovarsi improvvisamente trasformato nel problema. La libertà di stampa non consiste nel diritto dei giornalisti a essere sempre condivisi. Consiste nel diritto di raccontare anche ciò che non piace. È proprio quando una notizia disturba che bisogna difendere il diritto a pubblicarla. Per questo Articolo 21 sarà al fianco di Fabiana Pacella e seguirà con attenzione l’evoluzione della vicenda, anche rispetto agli eventuali elementi che dovessero emergere sull’origine e sulle modalità di diffusione della campagna. Se ci sono responsabilità individuali, saranno accertate nelle sedi competenti. Se ci sono profili giuridici, saranno valutati da chi ne ha titolo. Se emergeranno elementi di una eventuale organizzazione o regia della campagna, dovranno essere approfonditi. Ma una cosa è già certa. E nessun algoritmo, nessun gruppo Facebook, nessun esercito di odiatori può decidere quali notizie meritino di essere raccontate. Fabiana Pacella e per lei tutte le giornaliste e i  giornalisti che fanno un lavoro ormai sempre più di frontiera, non sono soli.

 Qui il link del servizio
https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/video/lecce/2090063/torre-lapillo-laiuola-vista-mare-diventa-una-discarica-rifiuti-pannolini-e-topi-nel-cuore-della-citta-video.html?_gl=1*zeads1*_up*MQ..*_ga*MTIzMDc4NzQ5LjE3ODcyMTc5MzQ.*_ga_CXTVRMFR11*czE3ODcyMjA4NjAkbzIkZzEkdDE3ODcyMjA4ODkkajU4JGwwJGgw*_ga_9HD1K76044*czE3ODcyMjA4ODQkbzEkZzEkdDE3ODcyMjA4ODkkajU1JGwwJGgw


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