Emfa, la grande incompiuta

Il filo spezzato della verità: da Anna Politkovskaja al prezzo della nostra libertà

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Ci sono date che non appartengono solo alla cronaca o al calendario della memoria, ma che funzionano come uno specchio implacabile davanti al quale la nostra coscienza democratica è costretta a misurarsi. Il 7 ottobre è una di queste. Vent’anni fa — era il 2006 —, nell’androne del suo palazzo a Mosca, quattro colpi di pistola mettevano fine alla vita di Anna Politkovskaja. Un «regalo» di compleanno per Vladimir Putin, nato nello stesso giorno, ma soprattutto l’eliminazione fisica di una donna che aveva scelto di fare del giornalismo un presidio innegabile di verità. Anna era la voce di chi non ne aveva. È stata lei a documentare senza filtri gli orrori della seconda guerra cecena, gli abusi sistematici dell’esercito russo, i massacri di civili e la ferocia delle milizie di Kadyrov. Lavorava per la Novaja Gazeta, consapevole di essere un bersaglio: ha subito minacce, tentativi di avvelenamento, arresti e finti interrogatori con simulazioni di esecuzione. Ma non si è mai fermata. La sua colpa, agli occhi del Cremlino, era aver raccontato al mondo che dietro l’immagine di stabilità e potere della Russia di Putin si nascondeva un sistema liberticida e sanguinario. A restituirci la dimensione più profonda di questa vita spezzata dalla violenza cieca del regime di Putin è stata sua figlia Vera nel libro Una madre, ricordandoci che l’impegno di Anna non era quello della “pazza di Mosca”, ma di una giornalista che ha rifiutato di voltarsi dall’altra parte. Un rifiuto pagato con la vita dentro una lunga scia di sangue — da Natal’ja Estemirova a Boris Nemcov, fino ad Aleksej Naval’nyj — che ha spazzato via ogni voce libera mentre i mandanti restavano protetti nelle stanze del Cremlino. Ma la lezione di Anna non riguarda solo la Russia. Riguarda direttamente noi e le nostre contraddizioni. Per anni l’Occidente — e l’Italia in primis — ha ignorato se non addirittura accettato i crimini del Cremlino, scambiando pezzi di democrazia con gli affari. Come non ricordare le stagioni in cui la politica nostrana flirtava con Putin tra vacanze in Sardegna e conferenze stampa in bandana? Dal viaggio a Sebastopoli per brindare nella Crimea occupata al regalo di venti bottiglie di vodka a guerra esplosa, fino a quel disgustoso gesto di Berlusconi che mimava il mitra a una giornalista colpevole solo di fare domande scomode allo Zar. Per non dimenticare l’accordo programmatico della Lega con Russia Unita, firmato dall’attuale vicepremier del governo Meloni. Scendere a compromessi con i regimi autoritari finisce sempre per infettare le nostre stesse democrazie, fino a importarne la logica del controllo. Ce lo confermano i dati sempre più allarmanti sulla libertà di stampa in Italia, soffocata tra le ingerenze nel servizio pubblico, la piaga delle querele bavaglio e i continui ritardi nel recepire le direttive europee. È questa la vera lezione di Anna Politkovskaja, che ci avvertiva di come la democrazia smetta di respirare ogni volta che si soffoca l’informazione. Ricordarla oggi ha senso solo se prendiamo l’impegno concreto di difendere, anche a casa nostra, il diritto di informare e di essere informati. Altrimenti sono solo parole vuote.

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