Emfa, la grande incompiuta

García Lorca, un poeta contro tutti i fascismi

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Ricordare l’assassinio di Federico García Lorca, avvenuto novant’anni fa nella località di Víznar, in Andalusia, significa riflettere con attenzione sul fascismo globale di oggi. Perché è bene ascoltare la lezione della storia e diffidare di chi continua a ripetere che il fascismo appartenga ormai al passato, che il franchismo in Spagna si sia esaurito con la scomparsa del Generalissimo nel novembre del ’75 e che ora la democrazia sia al sicuro. Non è così. E basta dare un’occhiata all’ascesa di VOX in Spagna o al contesto italiano per rendersi conto che l’incubo sia ancora fra noi, dunque bisogna evitare di abbassare la guardia, illudendosi che il peggio sia alle spalle.
García Lorca, del resto, incarnava tutto ciò che i fascisti di ogni ordine e grado odiano da sempre: idealista, puro, omosessuale, spaventato dal cinismo della politica e vicino, come aveva confessato una volta alla madre, al concetto utopistico di un “partito dei poveri”. Anche per questo i franchisti lo fucilarono, nella notte fra il 18 e il 19 agosto 1936, deturpandone il corpo sparandogli prima nelle parti basse: un estremo atto di sfregio, una vergogna che si aggiunse allo scempio di aver ucciso non solo un poeta ma uno dei più grandi geni del Novecento. Anche per questo, se possiamo permetterci di dare un suggerimento al campo progressista, sosteniamo la necessità di far studiare le sue opere, proprio come vorremmo che nelle nostre aule si andasse ben al di là del pensiero occidentale, possibilmente bianco e cattolico, per aprirsi invece al mondo, ad altre culture e, più che mai, alle culture di provenienza dei tanti nuovi italiani che frequentano le nostre scuole.
Tornando a García Lorca, morì in una notte d’estate avendo negli occhi i due fiumi di Víznar, dopo aver composto il “Compianto per Ignacio Sánchez Mejías” e molti altri capolavori. Vogliamo ricordare una poesia, tratta dalle “Canzoni”. Si intitola “Congedo” e recita: “Se muoio / lasciate il balcone aperto. / Il bambino mangia arance. / (Dal mio balcone lo vedo). / Miete il grano il mietitore. / (Dal mio balcone lo sento). / Se muoio, / lasciate il balcone aperto”.

Non era un combattente, García Lorca, piuttosto un illuso, un sognatore, un nemico di ogni ingiustizia e di ogni guerra, un oppositore naturale di ogni forma di tirannia e un innamorato della vita, benché convivesse costantemente con l’idea della sconfitta, del dolore e della morte. Forse sapeva, forse se lo sentiva, forse immaginava che non sarebbe diventato vecchio. Forse la sua sensibilità lo induceva a riflettere sul dopo, in quella Spagna arretrata, dilaniata dalle contraddizioni e dalla miseria, fragile e soggetta a continui tumulti politici, mentre si diffondevano a macchia d’olio i totalitarismi che avrebbero insanguinato l’Europa e condotto in seguito l’umanità nel baratro della Seconda guerra mondiale. Una Spagna nella quale, però, riuscì a stringere amicizia con personalità del calibro di Salvador Dalí e Manuel de Falla, a essere fra i fautori della Generazione del ’27 (una starordinsria avanguardia letteraria), a dar vita alla compagnia teatrale universitaria itinerante “La barraca”, a farsi conoscere come poeta e drammaturgo e a incunearsi nell’incipiente abisso del franchismo con la sua arte, approfittando della fioritura culturale di quegli anni. La sua generazione, d’altronde, seppe sfidare a viso aperto ogni orrore anche senza impegnarsi in politica in prima persona, seguendo ad esempio il modelo del filosofo Miguel de Unamuno, che replicò ai franchisti: “Vincerete perché avete la forza. Però non convincerete. Perché per convincere bisogna persuadere. E per persuadere avete bisogno di ciò che vi manca: la ragione e il diritto nella lotta”.

Anche per questo, volendo comprendere il pensiero e la grandezza di García Lorca, non possiamo tralasciare una riflessione che affidò al “Sol” di Madrid poco prima di essere ammazzato dai nazionalisti, su ordine del generale golpista Gonzalo Queipo de Llano: “Io sono uno Spagnolo integrale e mi sarebbe impossibile vivere fuori dai miei limiti geografici; però odio chi è Spagnolo per essere Spagnolo e nient’altro, io sono fratello di tutti e trovo esecrando l’uomo che si sacrifica per una idea nazionalista, astratta, per il solo fatto di amare la propria Patria con la benda sugli occhi. Il Cinese buono lo sento più prossimo dello spagnolo malvagio. Canto la Spagna e la sento fino al midollo, ma prima viene che sono uomo del Mondo e fratello di tutti. Per questo non credo alla frontiera politica”.
Per queste idee è stato ucciso, per queste idee deve continuare a vivere, e a noi spetta il compito di riscoprirlo, recitarne i versi, ricordarne l’anima candida, lo spirito gitano e la dolcezza. García Lorca, infatti, appartiene a chiunque si opponga alla barbarie del mondo e per questo è un simbolo di ripudio del fascismo, ahinoi eterno non solo in Italia.
Mai come ora, non dimenticare è un atto politico.

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