Le chiamano statistiche, come se bastasse un numero a raccontare una vita.
Le chiamano incidenti sul lavoro, come se fosse sempre il caso a decidere chi deve tornare a casa e chi no.
Le chiamano fatalità, come se non esistessero regole ignorate, sicurezze dimenticate, pericoli conosciuti e sottovalutati.
Le chiamano tragedie, ma una tragedia non dovrebbe essere il risultato di qualcosa che si poteva evitare.
Le chiamano morti sul lavoro, ma non muore soltanto chi non torna a casa. Muore anche una parte di chi lo aspetta.
Le chiamano numeri, ma quei numeri avevano un nome, un volto, una voce, qualcuno da amare e qualcuno che li amava.
Le chiamano numeri, ma dietro ogni numero c’è una madre che perde un figlio, una moglie che perde un marito, un padre che perde una figlia, un bambino che perde un genitore.
Le chiamano numeri, ma ci sono giovani che diventano orfani e imparano troppo presto che una sedia vuota può fare più rumore di mille parole.
Le chiamano numeri, ma nessuna statistica racconta il silenzio di una casa dopo che qualcuno non è più tornato.
Le chiamano numeri, e quando il clamore passa, restano le famiglie, con una fotografia tra le mani e una domanda che non smette di fare male: perché?
Le chiamano numeri, ma una sentenza arrivata troppo tardi non restituisce una vita, e nessun risarcimento riempie una sedia vuota.
Le chiamano numeri, ma erano persone che avevano soltanto chiesto di lavorare e tornare a casa.
Le chiamano numeri, ma prima di diventarlo avevano ancora un domani. E nessuno dovrebbe morire per guadagnarsi il proprio pane quotidiano.
Le chiamano numeri. Ma non lo erano. Erano persone.
E per qualcuno, non erano nemmeno soltanto persone. Erano tutto.
Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza
