A seguire e in parallelo con il “Tennis-non-solo-Sinner” le due specialità di base, quelle olimpiche per eccellenza, nuoto e atletica (ma non solo loro) stanno riempiendo di medaglie questa calda estate dello sport italiano.
Si tratta – è bene precisarlo – di un vero e proprio profondo fenomeno sociale da analizzare con grande attenzione.
Nuoto e atletica (come la scherma del resto e la pallavolo) sono state in passato le specialità-principe del dilettantismo “puro”, proprio quello caro al barone De Coubertin, e protagoniste (poche) e protagonisti hanno sempre dovuto conciliare la vita comune con la pratica sportiva: così interveniva lo Stato, non solo nei paesi dell’Est, ma anche da noi prima attraverso le aziende (Consolini alla Pirelli tanto per capirci) poi le squadra militari.
Ma il fenomeno di oggi non si spiega soltanto con il passaggio dichiarato e generalizzato al professionismo. Un passaggio obbligato perché il denaro circola ormai anche sotto l’egida dei cinque cerchi, portato dallo strapotere dei mezzi di comunicazione di massa e in sostanza dall’universalizzazione televisiva che ha reso globale l’impatto dei successi (e degli insuccessi sportivi) dando lustro a diversi soggetti compresi quelli propugnatori di una diretta deriva nazionalistica rimane sullo sfondo il fantasma delle Olimpiadi di Berlino del 1936).
La ragione dell’impennata nei successi da parte dei protagonisti dello sport italiano non risiede però soltanto nel “profumo dei soldi” (che sicuramente ha la sua parte, ma non decisiva).
Una premessa indispensabile: tutto questo sta avvenendo senza un mutamento dell’approccio da parte dello Stato e delle sue istituzioni.
In Italia nel corso di questi anni non è stato progettato alcun piano di significativo incremento degli impianti sportivi sul territorio nazionale, concentrando invece operazioni di speculazione edilizia attorno ai grandi eventi (costruendo a prezzi esorbitanti delle vere e proprie cattedrali nel deserto) a partire da Torino 2006 per arrivare a Milano-Cortina vent’anni dopo.
Non è stata adeguata la politica scolastica e universitaria (e neppure sistemati gli impianti legati alla scuola) ad una esigenza di crescita dello sport di massa: anzi il numero dei tesserati FIDAL è addirittura diminuito dai 219.000 del 2019 ai circa 200.000 del 2025, numero comprensivo di dirigenti e giudici di gara. Anche la FIN è diminuita per numero di tesserati scendendo dai 490.000 del 2019 ai 210.000 del 2025: ma in questo caso si è verificato il mancato riassorbimento della crisi imposta dal COVID con le severe restrizioni nell’uso delle piscine. Clamoroso invece l’incremento di tesserati da parte della FIT (numero che include anche i partecipanti alle scuole tennis) passati tra il 2019 e il 2025 da 350.000 a oltre un milione. Inutile ricordare che fino a non tanto tempo fa il tennis, a causa dei costi elevati della sua pratica, sembrava riservato soltanto a un gruppo ristretto di praticanti (salvo il fenomeno dei figli dei custodi dei campi).
In ogni caso: nessuna particolare politica di incremento negli impianti sportivi (salvo il Credito Sportivo) modestissime agevolazioni (magari da parte delle regioni autonome) nei trasporti, nessuna politica scolastica ad hoc ( i Giochi della Gioventù, ultima felice intuizione di Giulio Onesti, si svolsero dal 1969 al 1997 e successivi tentativi di ripresa non hanno avuto esiti favorevoli). Intanto il CONI si è trasformato in Sport e Salute restando sede di imbarazzanti scorribande politiche così come è avvenuto nelle federazioni più importanti (emblematico il caso recentissimo della Federcalcio e della nomina del nuovo C.T della nazionale risolto con il classico metodo degli “amici della parrocchietta”, in questo caso la formazione della squadra di calcetto dove gioca il presidente).
Insomma: dove sta il segreto di questi successi eccezionali?
Esistono almeno 4 ragioni che possono essere facilmente individuate (oltre a quella di un evidente miglioramento dello stato fisico complessivo delle giovani generazioni come segnale di benessere diffuso):
1) Facciamo salvo e sottolineiamo l’impegno diuturno e massimamente volontario dei dirigenti di società a livello periferico. In verità questo c’è sempre stato (abbiamo ancora nella memoria esempi luminosi nella nostra giovinezza) ma i mezzi a disposizione erano ben diversi, fin da quando non c’erano i blocchi di partenza e si dovevano scavare le buchette oppure si organizzavano le gare di nuoto in mare delimitando l’area con i pontoni presi a prestito dalla Compagnia Portuale.
2) L’internazionalizzazione nei metodi di studio con la promozione di interscambio di esperienze tra i tecnici derivante dall’incremento di occasioni di confronto a livello internazionale, di creazione di vere e proprie “scuole di specialità” in una dimensione sovranazionale, di possibilità dettate anche dall’utilizzo degli strumenti più sofisticati dell’innovazione tecnologica. Questi fattori hanno inciso anche sulla durata della competitività nel tempo dei singoli atleti. Ormai si regge a livello internazionale proprio nell’atletica e nel nuoto a un’età in cui nei decenni precedenti diventava quasi naturale l’abbandono (anche per via del rigido stile di vita personale che la competitività a un certo livello richiede in maniera sempre più pressante).
3) Per quel che concerne lo sport italiano da diverso tempo ha avuto un suo peso l’integrazione delle diverse espressioni etniche di multiculturalità presenti come fenomeno in crescita nel nostro Paese. Questo è avvenuto nonostante la demonizzazione dei migranti che ha costruito le fortune di una parte politica fino a portarla la governo e l’esame lombrosiano dei tratti somatici cavallo di battaglia del generale aspirante “conducator” o “uomo della Provvidenza”. Quel generale così capace di grattare la pancia ai settori più egoisticamente arretrati della società italiana (comunque subendo una buona concorrenza). Da questo punto di vista- dell’integrazione delle diverse multiculturalità – da segnalare – il caso del nuovo astro del nuoto italiano Sara Curtis esempio non soltanto di integrazione, di capacità di sviluppo a livello internazionale ma anche al riguardo della specialità del nuoto un tempo apparentemente “off limits” per che provenisse (anche parzialmente) da una determinata etnia.
4) Riveste grande importanza, almeno a mio avviso, un esteso mutamento di approccio allo sport in particolare delle élite urbane. Considerare lo sport come punto di approdo nella possibilità espressive delle giovani generazioni ha rappresentato sicuramente un salto di qualità nella stessa concezione di socialità. Vuol dire molto non sentirsi dire “Studia cosa perdi tempo per andare ad allenarti” . Questo fatto è avvenuto non semplicemente come valvola di sfogo di ambizioni perdute, fenomeno che pure esiste. Si tratta di un particolare mutamento in un certo stile di vita e di concezione della famiglia che dovrebbe essere analizzato meglio soprattutto perché corrisponde a una diversificazione di orientamento culturale cui dovrebbe corrispondere una risposta proprio in termini di possibilità di partecipazione, a partire dalla presenza di adeguati impianti;
5) In conclusione sembra proprio che lo sport italiano stia crescendo, principalmente nelle sua specialità nevralgiche dal punto di vista olimpico (Olimpiadi che rimangono comunque il momento culminante a livello di pratica sportiva sotto tutte le latitudini), nonostante l’assenza di politiche pubbliche adeguate e di una confusa gestione da parte dei suoi organismi sportivi troppo spesso utilizzati come trampolino di lancio per improbabili carriere personali.
(Foto dal sito della Federazione Atletica Leggera Italiana https://www.fidal.it/)
