Giornalismo sotto attacco in Italia

Il maccartismo all’italiana: meno spettatori, più sudditi

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La Rai deve avere nella sua macchina qualche tasto adibito all’autodistruzione. Guai a rischiare di avere qualche successo editoriale. Meglio un’azienda che almeno dal 2023 perde la gara degli ascolti con Mediaset nel prime time e assiste compiaciuta alla fuga dei suoi cervelli rispetto ad un media di servizio pubblico di rito progressivo. Secondo i dettami, ad esempio, dell’European Media Freedom Act, nonché del dibattito in corso nelle aziende omologhe del villaggio globale. La citata fuga delle figure spesso più rappresentative si unisce a strafalcioni come l’assenza di strategia per il futuro di RaiWay o la ormai duratura fragilità nell’acquisizione dei diritti sportivi. E dire che lo sport è stato a lungo un tratto rilevante dell’ex monopolio.

NON SOLO. La Rai, un tempo un vero e proprio partito, oggi sembra alla mercé degli eventi, non essendosi neppure messa di traverso al taglio delle risorse operato dal ministro dell’economia Giorgetti, che pure fa parte del governo e non rinnega l’antica amicizia con il presidente pro-tempore Antonio Marano. L’elenco delle vittime del maccartismo all’italiana è lungo e si tratta solo di decidere la data di inizio da cui si vuole partire. Per rimanere all’età di TeleMeloni si possono citare: Roberto Saviano, Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, Bianca Berlinguer, Amadeus, Corrado Augias, Massimo Gramellini, Lucia Annunziata, Duilio Giammaria, Serena Bortone, Alessandro Cattelan. Per arrivare ai casi recentissimi: Stefano Bollani e Valentina Cenni, Stefano Massini, Gianrico Carofiglio, Luisella Costamagna, Giorgio Panariello. Ultima bizzarria la conclusione della conduzione di Chi l’ha visto (ultimo residuo della terza rete che fu) di Federica Sciarelli.

SONO NOMI che evocano storie mediali di alta qualità, addensate in una rete magica e pure presenti nell’insieme dei programmi talvolta come eccezioni. In tale contesto va inserita la vicenda ugualmente masochistica e persino clamorosa dell’ossessiva persecuzione di Report e di Sigfrido Ranucci, cui è stata minacciata l’abolizione della tutela legale ora che il rischio dopo il caso Minetti è di un risarcimento milionario. Simili richieste magari si concludono con un nulla di fatto, ma implicano mesi se non anni di sequenze giudiziarie. Tra l’altro, la scoperta degli esecutori materiali dell’attentato contro l’abitazione della famiglia di Ranucci ha riaperto un filone inquietante di inchiesta su mandanti e complicità.

LE SCELTE CITATE, pur tra di loro assai diverse, hanno un retrogusto amarissimo per coloro che hanno amato la televisione o la radio. E sì, perché i nomi epurati sono di per sé il messaggio: quello di un’offerta intelligente, variegata nei generi e nei formati, plurale nei contenuti e nei testi o sottotesti. La Rai, pur a trazione partitica nella stagione lottizzatoria, ha avuto una funzione fondamentale nella coesione sociale e nell’intreccio tra l’Alto e il Basso nelle culture di massa: dal varietà all’intrattenimento all’informazione allo spettacolo e allo sport. Non solo. La Rai a suo modo dava voce a parti anche avverse della società ed è stata sempre un riferimento.

SE CONSIDERIAMO l’impoverimento dei palinsesti, presentati proprio oggi ad Ancona, non come un accidente, bensì come la sostanza di un’idea povera e riduttiva di servizio pubblico siamo di fronte ad una crisi non transeunte ma strutturale. E chissà se l’indebolimento non sia un atto prodromico di un percorso che, alla luce della scadenza della Convenzione con lo Stato nel prossimo aprile del 2027, porti con sé qualche vendita o svendita di pezzi pregiati. Come già è iniziato con alcuni immobili appunto pregiati o di antico blasone. Chi beneficia di tale situazione? Mediaset, La7? Probabilmente tutti i concorrenti, vogliosi di prendersi l’eredità ghiotta della blasonata azienda pubblica.

LA RAI vive una simile diminuzione della sua forza proprio nell’attimo cruciale in cui le Intelligenze artificiali arrivano nei confini dell’universo mediatico mutuato dal Novecento per riordinare in modo autoritario l’ordine degli addendi. Insomma, ciò che sembra incomprensibile a prima vista o un caso suicidario si spiega con una scelta di generale omologazione al ribasso dell’industria culturale italiana. E chi dissente un po’ o toglie spazi a questa o quella cordata amica del governo è bene che se ne vada. Si perde in autorevolezza e in indici di ascolto? Amen. Il consenso si ottiene spingendo via protagonisti non allineati e pure le componenti del pubblico non prone alla destra. Se il popolo non va secondo gli indirizzi decisi, lo si cambia, ammoniva Brecht.

Del resto, il clima di opinione si costruisce appropriandosi dei profili personali nella rete e accaparrandosi i dati. La radio e la televisione che puntano su un’utenza consapevole e critica non sono alla moda: meno votanti, meno spettatori, molti sudditi.

Fonte: https://ilmanifesto.it/il-maccartismo-allitaliana-meno-spettatori-piu-sudditi?t=4N54WaWyys9S7Fa6TCSGU


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