Tre braccianti nordafricani annegano nei pressi di Chioggia, intrappolati in un furgone mentre erano trasportati con altri 6 operai probabilmente per essere sfruttati in un campo vicino Rovigo, un ragazzo di 23 anni ucciso a Cosenza schiacciato da una colonna di cemento; nelle ultime 48 ore il lavoro ha ucciso a Verona anche Driss Najem, operaio edile impegnato nella costruzione di un supermercato, e Yunlan Lin, una ragazza cinese che stava andando a lavorare in bicicletta. Solo nei nove giorni di maggio 23 operaicidi, 382 dall’inizio dell’anno, nemmeno considerati dalla cronaca (troppo occupata di Garlasco), ormai non meritano nemmeno un comunicato di cordoglio da parte di autorità che si fregiano di “protocolli” e “tavoli” sulla sicurezza (con relativa conferenza stampa) e poi il vuoto cosmico. Noto che davanti a questi operaicidi a metterci la faccia sono rimasti soltanto i sindaci, chiamati a condividere il dolore delle loro comunità. Che siano l’ultimo baluardo contro la più grande tragedia civile di un Paese che guarda ad altre guerre dimenticando la propria guerra civile dove il lavoro uccide chi lavora?
