Giornalismo sotto attacco in Italia

Libano: Il Cedro Spezzato

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Per decenni, il Libano è stato un miracolo di convivenza e benessere, un’eccezione cosmopolita chiamata la La Svizzera del Medio Oriente. Capire come quel miracolo sia diventato il quartier generale di Hezbollah e un campo di battaglia per le follie di Israele richiede di smascherare le responsabilità di chi, dal 1948 a oggi, ha usato Beirut come pedina di una scacchiera imperiale.

Quando Beirut era un Modello.

Prima del 1975, il Libano era l’unico Stato della regione a vantare una democrazia di consenso e un’economia liberale. Il soprannome “Svizzera” poggiava su pilastri solidi: un segreto bancario d’acciaio che attirava i capitali mondiali, un sistema di pesi e contrappesi tra i “cantoni” di 18 confessioni religiose, e un’eccellenza educativa e medica che formava le élite di tutto l’Oriente. Per completare la similitudine, era anche un paradiso neutrale, protetto da montagne alpine, ma affacciato su un Mediterraneo vibrante, non al centro di un continente.

Il Peccato Originale 

Le premesse per il collasso vengono messe con un “peccato originale”,  quando l’ONU nel 1948 propose la spartizione della Palestina, Israele accettò e creò la propria nazione; i leader dei paesi arabi, invece, scelsero di non creare lo Stato palestinese, puntando tutto sulla distruzione di quello ebraico. Tra questi paesi c’era  purtroppo anche il Libano. La guerra che ne seguì, persa dagli arabi, generò la massa di profughi palestinesi che divenne il cuore dell’instabilità futura.

Questi profughi non arrivarono subito in Libano come minaccia, ma si stabilirono in Giordania, dove costruirono un primo vero “Stato nello Stato” che mise a repentaglio lo stato giordano. Fu solo dopo lo scontro di Settembre Nero (1970) — quando l’esercito giordano li espulse con la forza — che migliaia di guerriglieri armati dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) si riversarono nel fragile Libano. Beirut, fino ad allora la Parigi del Medio Oriente, ma un “vaso di coccio” istituzionale, si ritrovò tra i “vasi fi ferro” degli altri paesi arabi a gestire il fallimento strategico dell’intero mondo arabo.

La Menzogna Strategica

In questo equilibrio già precario si inserì la mano della “Russia sovietica” (o URSS, lo so, qualcuno storcerà il naso, ma per me si trattava sempre della Russia imperiale sotto diversa denominazione): questa spinta dal secolare chiodo fisso che a parite da Caterina la Grande ha sempre ossessionato i russi per lo sbocco sui mari caldi. Nel maggio 1967, l’intelligence sovietica servì a Nasser, allora presidente-dittatore dell’Egitto, un rapporto segreto, poi rivelatosi falso, su un imminente attacco israeliano alla Siria, alleata dell’Egitto in seno alla Repubblica Araba Unita (RAU).

Qui occorre fare un piccolo passo indietro. Oltre all’Egitto e alla Siria, che ne costituivano il nucleo diretto, la galassia della RAU comprendeva altri attori coinvolti in forme diverse, sia attraverso federazioni ufficiali che  alleanze ideologiche:

– lo Yemen del Nord, unico altro Stato a unirsi ufficialmente al progetto panarabo di Nasser;

– la Striscia di Gaza, che all’epoca era sotto occupazione militare egiziana e considerata parte integrante del territorio della RAU. Teoricamente, la RAU rivendicava l’intera Palestina mandataria come “territorio arabo”;

– L’Iraq che, sebbene non fosse mai entrato formalmente nella RAU, ne era il grande “convitato di pietra”. Dopo la rivoluzione del 14 luglio 1958 che abbatté la monarchia filo-occidentale, il nuovo governo di Baghdad considerò seriamente l’unione con Nasser. Tuttavia, rivalità interne e divergenze ideologiche impedirono la fusione;

– il Libano e la Giordania (Indirettamente) che non fecero parte della RAU, ma ne subirono l’influenza destabilizzante doto che al loro interno i movimenti nasseriani locali spingevano pesantemente per l’adesione.

In sintesi, la RAU non era solo uno Stato, ma un polo d’attrazione panarabo che mirava a riunire ogni nazione tra il Golfo Persico e l’Oceano Atlantico sotto un’unica bandiera anti israeliana.

Tornando alla deliberata operazione di disinformazione russa, questa innescò la Guerra dei Sei Giorni, radicalizzando definitivamente i palestinesi e rendendo la loro presenza, prima in Giordania, poi in Libano non più quella di ospiti, ma di una forza rivoluzionaria capace di innescare nei paesi ospitanti discordie e guerre civili.

Hezbollah come Avamposto Imperiale.

Oggi, il ruolo di “Stato nello Stato” è passato dai Feddain dell’ OLP agli Hezbollah. Nonostante il crollo del regime di Assad (dicembre 2024), l’ostinazione russa non è mutata: Mosca protegge le milizie radicali per mantenere i propri avamposti mediterranei (Tartus) e impedire che il Libano torni a essere una democrazia sovrana filo-occidentale. Per la Russia, il caos libanese è uno strumento geopolitico funzionale a contrastare la NATO.

La Visione per il Futuro

Per riportare il Libano alla floridezza passata, occorre una terapia d’urto che affronti le cause profonde dei conflitti nei quali il Libano è stato o si è fatto coinvolgere.

Protezione NATO: Il Libano deve uscire dall’orbita di Mosca e Teheran, adottando una neutralità non solo dichiarata, ma difesa dall’Alleanza Atlantica. Solo lo “scudo atlantico” può garantire al governo libanese la forza per disarmare Hezbollah e riprendere il controllo del territorio.

Responsabilità Araba: I paesi che per mire egemoniche panarabe nel 1948 spinsero i palestinesi alla guerra anziché che trovare una mediazione che risparmiasse loro tutto il calvario subito da allora, un calvario che ancora non è finito, devono finalmente assumersi la responsabilità finanziaria e logistica della loro ricollocazione. Il Libano non può più essere il “campo profughi” dei fallimenti altrui.

La Scelta di Israele

Parallelamente, Israele deve accettare la soluzione dei due stati. Senza una nazione palestinese sovrana, l’area rimarrà sempre un bacino di risentimento che fornirà a Mosca e all’Iran il pretesto perfetto per armare nuove milizie, che si chiamino esse Hamas, Hezbollah o Fedayyin.

Solo chiudendo la ferita del 1948 e recidendo i fili della manipolazione moscovita, il Libano potrà smettere di essere un campo di battaglia e tornare a essere quel ponte sovrano, cosmopolita e prospero che il mondo conosceva come la Svizzera del Medio Oriente. Questo è l’obiettivo che ci permettiamo, nel nostro piccolo, di suggerire come programma al prossimo presidente degli Stati Uniti d’America, quando la follia presente sarà giunta a termine e il lavacro democratico di nuove elezioni riporterà quel grande paese ad essere grande in autorevolezza e non in insensata egemonia muscolare nel mondo.


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