Giornalismo sotto attacco in Italia

L’Onu personale di Trump

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Forse in maniera inopportuna ma mi permetto egualmente di sollevare un tema che mi pare fortemente sottovalutato.

Si tratta di questo: nella crisi degli organismi sovranazionali e in particolare dell’ONU, in una fase di scontro frontale all’insegna della “logica dei blocchi” il presidente USA sta cercando di utilizzare il cosiddetto “Board di pace” per Gaza allo scopo di costruire un sovraorganismo raccolto non tanto attorno agli Stati Uniti ma soprattutto misurato sulla sua persona in quanto indicato come presidente a vita.

L’invito di farne parte è stato rivolto a 60 governi del mondo; il mantenimento della tessera in via permanente si potrà ottenere con un pagamento da un miliardo di dollari; il rinnovo del board avverrà ogni tre anni; l’obiettivo sarà quello di “non esportare la democrazia” in aree di conflitto ma di “promuovere la stabilità a una governance affidabile”.

Tutti questi elementi paiono prefigure un nuovo organismo sovranazionale che ponga l’ONU fuori gioco promuovendo un assetto di “parte”.

Un organismo sovranazionale magari contrapposto ad altri in modo da segnare una suddivisione in blocchi.

La suddivisione in blocchi non regolata da “organismi terzi” (niente Consiglio di Sicurezza e diritto di vero) pare davvero essere l’obiettivo dell’amministrazione statunitense per cercare legittimità per le proprie iniziative di espansione anche territoriale.

Il medio Oriente rappresenterà il primo banco di prova del Board e proprio per questo paesi come Turchia, Qatar e Egitto non potranno evitare di esserci: questo fatto pone due questioni importanti, la prima quella del coinvolgimento di questi paesi nelle fasi successiva dell’operazione, la seconda quella del rapporto con Israele che rimane comunque il punto nodale dell’equilibrio nell’area partendo dal principio che il governo di Tel Aviv considera Gaza e Cisgiordania “affare interno”. Non secondaria risulterà anche la posizione di alcuni dei paesi aderenti ai BRICS, in particolare sempre dell’area mediorientale molto legati al tema “petrolio” (tanto per semplificare).

Quindi sarà sul piano più generale che l’estensione di presenza del Board all’insieme del quadro di relazioni internazionali dovrà misurarsi: una sorta di nuova “Internazionale” sovranista (Millei e Orban hanno già annunciato la loro adesione) in un contesto di nuova dimensione delle sfere di influenza e di trasformazione degli assetti politici raccolti attorno al dominio di autocrazie fondate sulla sopraffazione da parte di ricchezze di dimensioni smisurate?

Di conseguenza la ricchezza (complessivamente intesa) considerata quale elemento fondativo di suddivisione gerarchica nell’esercizio del dominio e la possibilità di espressione di una politica di potenza rimarrebbe l’unica frontiera possibile.

Così per noi sorgerebbero altre due questioni molto complesse e strettamente legate fra di loro: NATO e Unione Europea.

Sono finiti i tempi nei quali ci si poteva permettere il lusso di scandire “Fuori dalla NATO” e propugnare “Fuori dall’Europa”. Appare evidente che è necessaria una nuova strutturazione degli equilibri anche e soprattutto sul piano europeo laddove emerge una necessità di definizione di linea rispetto agli stravolgimenti in corso.

Prioritariamente va tenuto conto che al di sopra di questo gioco apparentemente di scacchi, sovrasta il tema fondamentale della guerra.

In questo contesto che sicuramente qui è stato analizzato in maniera a dir poco lacunosa la sinistra italiana è chiamata a riconsiderare lo spazio politico europeo. Lo spazio politico europeo è stato fin qui oggetto di logiche alternative: chi lo ha considerato coincidente con l’UE sposando in toto gli intendimenti maggioritari e chi (sempre confondendo spazio politico europeo e UE) l’ha demonizzato come fonte di totale acquescenza ai meccanismi capitalistici di finanziarizzazione dell’economia e di conseguenza della guerra.

Nella situazione attuale potrebbero invece servire proposte politiche che individuino l’Europa appunto come “spazio politico”, affidando alla questione della pace la necessaria centralità.

 La questione europea necessita di un ripensamento al riguardo di determinate posizioni assunte anche nel recente passato. Debbono essere elaborati elementi di progettualità alternativa posti sia sul terreno della strutturazione politica, sia al riguardo della prospettiva economica e sociale e soprattutto della pace. Non è sufficiente pensare alla green economy e ai possibili relativi modelli di vita: le fasi di transizione si stanno presentando diverse e complesse, difficili da intrecciare .

Occorre elaborare un posizione della sinistra nel determinare una proposta politica rispetto al progetto trumpiano. Abbiamo davanti grandi difficoltà : dobbiamo essere capaci di ripensare i temi dello sviluppo e della stessa convivenza civile, delle relazioni umane, degli interscambi economici, culturali, sociali, ambientali e collegarli all’interno di un praticabile schema geopolitico.

Deve essere aperta una prospettiva della trasformazione sociale a livello sistemico ed i soggetti rappresentativi della sinistra europea avrebbero il dovere di trovare adeguate sedi di confronto.


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