Le ombre del caso Orlandi ora toccano il cuore del Vaticano

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La Procura di Roma dice: In Vaticano qualcuno sa; si parla del caso di Emanuela Orlandi. La nuova indagine sul rapimento della ragazza romana fa fatica a trovare consistenza, ci sono diversi indizi, la pista della banda della Magliana prende forma, tuttavia il muro dell’omertà ecclesiale non viene ancora scalfito. E allora i giudici mandano un avvertimento, forse un invito rivolto a “qualcuno” a parlare. La vicenda ha ripreso quota, fra l’altro, con l’imperversare dei ‘corvi’ in Vaticano, documenti che escono da ogni parte, personaggi camuffati che parlano in tv: il caso Orlandi è tornato, in questi ultimi mesi, ad essere citato anche all’interno dei sacri palazzi, e questa è la novità, quale esempio di insabbiamento e trame oscure. Dunque oltre le mura leonine fra colpi bassi e lotte di potere, si comincia a fare i conti con il passato.

Quella di Emanuela Orlandi è una storia legata alla guerra fredda, ai rapporti della Santa Sede con la rivolta polacca di Solidarnosc, ai rischi che correva il Papa minacciato dai servizi segreti d’oltrecortina. Soldi a Solidarnosc passati attraverso la banda della Magliana e la mafia? Non sarebbe la prima volta che Cosa nostra e altre organizzazioni criminali svolgono un ruolo importante sul piano storico e politico. E poi, certo, c’è la figura di quel Marcinkus, spregiudicato nei modi e nella sostanza, una finanza vaticana che causava crac, si riempiva di debiti e non restituiva prestiti miliardari alle persone sbagliate. E’ frutto di questi incastri il rapimento Orlandi, un ritorsione per la mancata restituzione di un prestito gigantesco? C’è chi lo crede come, fra gli altri, il giudice Rosario Priore. Una tesi avvalorata di recente da qualche ex esponente del gruppo criminale (è il caso del pentito Antonio Mancini). Altrove si parla di un collegamento fra servizi dell’est e criminalità organizzata, un rapimento per minacciare la Santa Sede. Sta di fatto che nei sacri palazzi conservano da trent’anni una verità che giudicano inconfessabile. La verità sulla vicenda di Emanuela Orlandi potrebbe portare alla riscrittura parziale o completa della storia recente della Chiesa o quanto meno del suo governo. Il dubbio resta. Di seguito il servizio che ho realizzato sugli ultimi sviluppi della storia.

Di Francesco Peloso

La vicenda del rapimento di Emanuela Orlandi è arrivata in questi giorni a toccare una sorta di “terzo livello” del Vaticano, cioè il vertice supremo della Chiesa cattolica. Ieri la Procura di Roma ha infatti reso note due cose importanti: per appurare la verità sulla storte della ragazza rapita il 22 giungo del 1983 non è necessario aprire la tomba di Enrico De Pedis – ex grande boss della banda della Magliana – nella chiesa di Sant’Apollinare a Roma; e però in Vaticano qualcuno è in grado di spiegare cosa accadde quasi trent’anni fa. Il che, tradotto, significa una cosa precisa: per quanto il capo di una delle più temibili organizzazioni criminali del dopoguerra associata alla mafia siciliana di Pippo Calò, sia stato sepolto con tutti gli onori e il permesso del cardinale vicario del tempo, Ugo Poletti, in una prestigiosa chiesa romana, questo fatto non si spiega da solo: ha delle cause, delle origini, Oltretevere. La dichiarazione della magistratura è dunque della massima importanza. Restano intanto in campo diverse ipotesi investigative: in primis quella di un prestito fatto dalla banda della Magliana al Vaticano per finanziarie Solidarnsoc – che non venne restituito e da qui il rapimento – ; dall’altra parte il possibile ruolo giocato di concerto fra servizi dell’est e criminalità organizzata questa volta contro la Santa Sede.

Nei giorni scorsi il ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri, rispondendo a un’interrogazione dell’esponente del Pd Walter Veltroni, prima asseriva che Sant’Apollinare si trovava in zona extraterritoriale e quindi per la sepoltura del boss era intervenuto direttamente il governatore dello Stato vaticano, quindi tornava sui passi. La Chiesa in effetti non gode dell’extraterritorialità e, secondo la ricostruzione fornita dal ministro, furono il Comune di Roma e il Vicariato a gestire la cosa. Ma a questo punto emergeva un elemento forse sottovalutato fino ad oggi: pro-governatore dello Stato vaticano, fino al 1990, anno della morte e sepoltura del “benefattore” De Pedis, era Paul Marcinkus, l’uomo dello Ior (la banca vaticana), del crac del banco ambrosiano, delle collusioni con la banda della Magliana. Da tempo avvocati e investigatori hanno chiesto alla Santa Sede di fornire tutte le informazioni che lo riguardavano, compresi i segreti relativi ai traffici dello Ior, ma fino ad oggi non è accaduto nulla. Alla fine del 1990, poi, dopo Marcinkus, lo steso nevralgico incarico, viene ricoperto dal cardinale Rosalio José Castillo Lara, venezuelano, già a capo del dicastero del patrimonio della Santa Sede (Apsa) e membro della commissione cardinalizia di vigilanza dello Ior. Castillo Lara, con gesti brutali, intimò alla famiglia Orlandi di smetterla di cercare Emanuela. Sia Marcinkus che Castillo Lara sono morti, come del resto Poletti, ma molti documenti importanti, per esempio le registrazioni delle telefonate dei rapitori, restano ben conservati dietro le mura vaticane. Ancora vivo è invece il cardinale Giovanni Battsita Re che, all’epoca dei fatti, lavorava in Segreteria di Stato e svolgeva un po’ le funzioni di ufficiale di collegamento fra la famiglia Orlandi e i sacri palazzi.

Nelle settimane scorse, inoltre, è ‘trapelata’ sulla stampa una lettera riservata del direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, in risposta a una richiesta d’informazione proveniente probabilmente dal segretario del Papa, don Georg. Nella missiva – che doveva rimanere segreta – Lombardi ammetteva le reticenze passate del Vaticano e osservava che era giunto il momento di collaborare con le autorità italiane: ancora oggi, proseguiva, vi sono “autorevoli testimoni” che già all’epoca occupavano posti di responsabilità e quindi possono dare informazioni sulla vicenda. Sotto questo profilo l’elenco degli anziani prelati di Curia come degli uomini della sicurezza, è lungo, e il rischio è quello che il caso Orlandi si trasformi in un tragico Macbeth vaticano. Infine sorge una domanda: il fatto che la lettera di padre Lombardi sia stata “svelata” alla stampa è stato un modo per colpire in anticipo chi vuole trasparenza? Difficile dirlo, ma certo i tempi, come si dice, in questi casi sono sospetti e ieri lo stesso Lombardi ha preferito non rilasciare dichiarazioni.

http://ilmondodiannibale.globalist.it


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