Eravamo tutti concentrati sulle imminenti elezioni americane e la tv pubblica passava servizi su cosa e come si festeggia il primo e due novembre, se la festa cristiana o la moda delle zucche vuote. E non ci siamo accorti di una storia che parla di indifferenza dagli effetti feroci. La notte tra il primo e il due novembre due persone sono morte nell’incendio divampato in uno dei magazzini abbandonati del Porto Vecchio di Trieste. E’ posto che vive sui bordi della società che guarda, perlomeno, con sospetto chi non ha un tetto, molti sono richiedenti asilo o soltanto poveri. Le fiamme sono divampate all’improvviso, partendo da un piccolo fuoco forse acceso per cucinare o per scaldarsi e in entrambi i casi la situazione rende l’idea di cosa ci sia in quei magazzini. Cosa c’era fino alla notte del primo novembre senza che ciò facesse notizia, è diventata un caso di cronaca all’improvviso. I morti sono due giovani, un’italiana e un immigrato. Come molti altri si riparavano in quei capannoni. Nel dicembre 2025 sempre lì era morto un giovane algerino e a gennaio 2026 stessa sorte per un operaio originario del Nepal.
Due giorni dopo la tragedia circa 250 persone si sono radunate in piazza Libertà, a Trieste, dando vita ad un corteo fino al varco del Porto Vecchio. Una manifestazione spontanea e pacifica posta in essere per “richiamare l’attenzione sulla situazione dei migranti in arrivo attraverso la rotta balcanica e sulle possibili soluzioni per la loro accoglienza”. Ognuno ha portato qualcosa in quel corteo e poi sul luogo più prossimo al luogo dell’incendio, fiori, candele, piccoli biglietti contenenti un messaggio di rabbia o speranza, o appelli, o rassegnazione. Il paradosso che va emergendo in queste è che proprio in quella zona si era ipotizzata la realizzazione di un ricovero provvisorio per i migranti. Alla mobilitazione hanno partecipato numerosi cittadini, insieme a esponenti di forze politiche del centrosinistra, tra cui il Partito Democratico e Adesso Trieste. Presenti anche diverse realtà associative, tra cui la Fondazione Luchetta. E non è ancora finita: si torna in piazza il 6 novembre (alle 18.30) con assemblea pubblica e lo slogan sarà “Ancora fuori, ancora collera”. La proposta è quella di aprire un altro luogo e garantire “cura, dignità e un riparo a chi non ce l’ha”.
