Emfa, la grande incompiuta

I figli di chi scende in piazza: la rabbia dei giovani e l’eredità di Pasolini

0 0

Nel 1968 Pasolini si schierò provocatoriamente con i poliziotti contro gli studenti di Valle Giulia, riconoscendo nei primi i figli delle classi popolari. Oggi, mentre le piazze italiane tornano a riempirsi di giovani e gli scontri si moltiplicano, quella contraddizione resta aperta. Ma la domanda è cambiata: chi ascolta la rabbia di una generazione che non riconosce più nella politica uno strumento di trasformazione?

C’è un’immagine che Pier Paolo Pasolini ci ha lasciato in eredità e che continua a disturbare la coscienza progressista: quella dei poliziotti di Valle Giulia, nel marzo del 1968, contro gli studenti universitari. Nel suo celebre Il PCI ai giovani!!, Pasolini si schierava provocatoriamente dalla parte degli agenti, perché riconosceva in loro i figli dei poveri, mentre dietro molti manifestanti vedeva i privilegi della borghesia. Non era una difesa della repressione in quanto tale, ma una sfida alla presunta innocenza rivoluzionaria di chi poteva permettersi di contestare il potere senza averne mai conosciuto fino in fondo le conseguenze sociali.

Quella provocazione non può essere trasferita meccanicamente nelle piazze di oggi ma conserva una domanda scomoda: chi sono i giovani che si affrontano dall’una e dall’altra parte degli scudi? Quali disuguaglianze li separano, quali promesse mancate li accomunano, quale società li ha messi gli uni di fronte agli altri? Nelle manifestazioni che hanno attraversato l’Italia, da Roma a Torino, da Bologna a Firenze, migliaia di persone sono scese in strada contro la guerra, il carovita e le politiche del governo. Accanto ai cortei pacifici si sono verificati lanci di oggetti, barricate, cariche e ferimenti. Sarebbe disonesto ignorare le responsabilità individuali di chi aggredisce, così come sarebbe intellettualmente pigro ridurre l’intero fenomeno alle azioni di gruppi violenti. La cronaca del 24 ottobre restituisce proprio questa ambivalenza: una protesta diffusa, una forte militarizzazione delle città e momenti di scontro che non esauriscono il significato politico della mobilitazione.

Il problema comincia quando la violenza diventa l’unica lente attraverso cui osservare la piazza. Perché la domanda non è soltanto che cosa stia accadendo nelle strade, ma che cosa sia accaduto prima, fuori dalle strade, nei luoghi in cui una società dovrebbe costruire aspettative, diritti e possibilità di futuro.

I ragazzi che incontriamo nei cortei e gli agenti schierati davanti a loro appartengono spesso alla stessa generazione. Non necessariamente alla stessa condizione economica, né alla stessa esperienza di vita, ma a un mondo del lavoro segnato dalla precarietà, da prospettive incerte e dalla crescente distanza tra le promesse istituzionali e le possibilità concrete. Indossare una divisa non cancella questa appartenenza sociale. Essere studenti, a propria volta, non rende automaticamente capaci di riconoscere le gerarchie e i privilegi che attraversano la società.

È qui che Pasolini torna a parlarci, non per dirci da che parte stare, ma per impedirci di scegliere la parte giusta troppo in fretta.

Il sociologo Pierre Bourdieu ha mostrato come le disuguaglianze non si esauriscano nella distribuzione del reddito: riguardano anche il capitale culturale, il riconoscimento sociale, la possibilità di essere ascoltati e di immaginare il proprio futuro. La rabbia esplode quando la distanza tra ciò che una persona ritiene legittimo aspettarsi e ciò che la società le consente di ottenere diventa insopportabile. Non è una spiegazione che giustifica qualsiasi comportamento; è il punto da cui cominciare a capire perché il conflitto si produca e si riproduca.

In questo quadro, invitare gli agenti a disobbedire agli ordini impartiti contro i manifestanti può apparire come un gesto di solidarietà generazionale. Ma la questione è più complessa di uno slogan. La polizia democratica non è chiamata a scegliere una parte sociale contro l’altra: è chiamata a garantire i diritti di tutte e tutti, rispettando la legge e i principi di necessità e proporzionalità nell’uso della forza. La responsabilità individuale degli agenti non viene meno, così come non viene meno il loro dovere di non eseguire ordini illegittimi. La disobbedienza, tuttavia, non può diventare una parola magica che risolve il conflitto: deve misurarsi con la legalità costituzionale, non con l’appartenenza generazionale.

Il rischio è che la società consegni ai più giovani un conflitto senza strumenti per comprenderlo, affidandone poi la gestione a chi è stato addestrato a contenerne le manifestazioni più visibili.

Il pensiero femminista offre, su questo terreno, una chiave decisiva. Audre Lorde ha interrogato la rabbia come possibile risorsa di conoscenza e trasformazione, distinguendola dalla distruzione indiscriminata. Sara Ahmed ha mostrato come le emozioni non siano semplici fatti privati: circolano nello spazio pubblico, definiscono chi viene percepito come una minaccia e chi, invece, viene riconosciuto come portatore legittimo di istanze. Anche la rabbia, dunque, è politica. Può rendere visibile un’ingiustizia rimossa oppure diventare il linguaggio attraverso cui si riproducono nuove esclusioni.

La prospettiva femminista non chiede di santificare il dissenso, ma di domandarsi chi abbia il potere di definirlo, quali corpi siano autorizzati a esprimerlo e quali vengano immediatamente ricondotti all’ordine. La stessa domanda vale per le piazze e per le istituzioni: non ogni manifestante è violento, non ogni agente è un repressore, non ogni contestazione è emancipatrice. Ma nessuna democrazia può dirsi compiuta se riconosce come interlocutori soltanto coloro che protestano senza disturbare.

C’è poi una differenza politica che il confronto con la Francia rende evidente. Anche lì le manifestazioni e gli scontri hanno mostrato quanto sia profonda la crisi di fiducia tra giovani, istituzioni e forze dell’ordine. Eppure, nelle piazze francesi di ottobre, la protesta ha trovato interlocutori riconoscibili nel mondo sindacale e politico, mentre il governo è stato costretto a confrontarsi pubblicamente con le rivendicazioni su scuola, salari e servizi. Non è un modello privo di contraddizioni: anche in Francia la risposta alla protesta è stata fortemente securitaria e gli episodi di violenza hanno alimentato la polarizzazione. Ma il conflitto è rimasto al centro di una contesa politica esplicita, anziché essere trattato soltanto come una questione di ordine pubblico.

In Italia, invece, la politica sembra spesso arrivare in piazza soltanto attraverso le dichiarazioni di condanna, le accuse reciproche e l’annuncio di nuove misure di sicurezza. Il governo rivendica il ripristino dell’ordine, le opposizioni vengono sollecitate a dissociarsi dalla violenza, mentre la discussione sulle ragioni della protesta rimane sullo sfondo. Manca soprattutto la capacità di trasformare il conflitto in un confronto pubblico sulle condizioni materiali che lo alimentano: il costo della vita, le disuguaglianze, la scuola, il lavoro, la guerra e la sensazione di non avere alcun controllo sulle decisioni che determinano il proprio futuro.

È un’assenza che non si misura soltanto nella scarsità delle risposte, ma nella povertà delle domande. Chi governa dovrebbe chiedersi perché una parte dei giovani non si riconosca nelle istituzioni; chi rappresenta l’opposizione dovrebbe costruire alternative credibili, non limitarsi a inseguire l’emergenza; chi organizza il dissenso dovrebbe interrogarsi sulle forme della mobilitazione e sulla capacità di impedire che la violenza di pochi cancelli la voce di molti.

Hannah Arendt distingueva il potere, che nasce dall’agire insieme, dalla violenza, che può imporre obbedienza ma non costruire da sola una legittimità duratura. È una distinzione preziosa proprio quando le immagini degli scontri rischiano di occupare tutto lo spazio della discussione. La forza può disperdere un corteo; non può rispondere alle ragioni per cui quel corteo si è formato.

Forse, allora, la lezione di Pasolini va rovesciata e insieme salvata: non basta domandarsi se i poliziotti siano figli del proletariato e gli studenti figli della borghesia. Occorre riconoscere che le appartenenze sociali sono più complesse, che le disuguaglianze attraversano le generazioni e che la divisa non rende un agente estraneo alla società, così come la protesta non rende uno studente automaticamente interprete degli interessi collettivi.

La vera contrapposizione non è necessariamente tra chi indossa un casco e chi porta uno striscione. È tra una democrazia capace di accogliere il conflitto e una politica che sa rispondere soltanto con la sua gestione repressiva. Tra chi considera la rabbia un segnale da interpretare e chi la tratta come un’anomalia da eliminare.

I giovani non hanno bisogno di essere assolti in quanto giovani, né gli agenti condannati in quanto agenti. Hanno bisogno di istituzioni che non li costringano a incontrarsi soltanto sulla linea di uno scontro. Perché quando due coetanei si trovano l’uno davanti all’altro, uno protetto da uno scudo e l’altro esposto alla sua forza, la questione non riguarda soltanto ciò che accade in quel momento. Riguarda anche tutto quello che la politica non ha fatto perché quell’incontro potesse avvenire altrove: in un’aula, in un’assemblea, in un tavolo di confronto, in un luogo in cui il dissenso non debba farsi ferita per essere finalmente visto.

E forse è proprio questo il punto che Valle Giulia ci consegna ancora oggi: una società che non sa dare voce al conflitto finisce per riconoscerlo soltanto quando diventa scontro.


Iscriviti alla Newsletter di Articolo21

Articolo21
Panoramica privacy

Questo sito Web utilizza i cookie in modo che possiamo fornirti la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser ed eseguono funzioni come riconoscerti quando ritorni sul nostro sito Web e aiutare il nostro team a capire quali sezioni del sito Web trovi più interessanti e utili.

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.