Due roghi nell’arco di pochi giorni, le corone d’alloro ridotte in cenere, le lapidi incrostate di fuliggine. A Rieti la memoria della Resistenza è tornata a essere un bersaglio, colpito con la violenza vigliacca dell’aggressione fascista. Il fuoco è la firma precisa dello squadrismo neo-fascista. Serve a devastare, a cancellare, ma soprattutto a imporre una presenza che misura la propria agibilità politica sulla tolleranza dello spazio pubblico. Colpire i simboli della guerra di Liberazione in Sabina significa tentare di estromettere la storia democratica dai luoghi della vita quotidiana, approfittando di un clima politico che da anni minimizza, decontestualizza e normalizza. Ma il valore di un simbolo si misura sulla capacità della comunità di presidiarlo. La risposta di Rieti si è imposta senza attendere i tempi della politica o le parole fuori luogo del sindaco: la deposizione delle nuove corone d’alloro sui luoghi del rogo ha trasformato quello che doveva essere uno sfregio impunito in un atto di riappropriazione civile. Riconquistare la pietra annerita, rimettere le fronde dove qualcuno ha lasciato la cenere, è la sola risposta efficace per chiarire che lo spazio pubblico della Repubblica non è trattabile. Gli episodi reatini dimostrano quanto la tutela della memoria antifascista sia una questione quotidiana e aperta, mai definitivamente archiviata. Quando la violenza cerca di normalizzarsi attraverso la cenere, la tenuta dei valori costituzionali passa necessariamente per la presenza di una comunità attorno a quella storia. Rieti c’era, attorno a quei monumenti, a ribadire che il fuoco si spegne con la forza della memoria e del presidio permanente.
